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Europa spezzata sul clima

Secondo l’Ipcc, per rispettare l’obiettivo di incremento della temperatura di 1,5°C, si deve attuare una politica di decarbonizzazione spinta. La Commissione Ue ha perciò lanciato una proposta. Bocciata però da quattro paesi del gruppo di Visegrád legati all’industria del carbone.

L’allarme dell’Ipcc

Non è necessario scomodare Karl Marx e una delle sue più celebri frasi (“la storia si ripete due volte, prima come tragedia, poi come farsa”) per comprendere cosa stia accadendo in queste settimane alla politica sul clima in Europa.

Un breve cronistoria può bastare: nell’ottobre del 2018 l’Ipcc (Intergovernmental Panel on climate change) pubblica un rapporto speciale, uno non incluso nella serie di quelli che vengono pubblicati ogni cinque anni, il sesto dei quali è previsto per il 2022. Lo Special Report on Global Warming at 1.5°C evidenzia come l’obiettivo di 1,5°C, ovvero l’incremento della temperatura attesa rispetto ai valori preindustriali, è possibile e auspicabile attraverso una politica di decarbonizzazione spinta (“deep emissions reductions”). Il rapporto suggerisce anche una cronologia nella riduzione delle emissioni: diminuzione del 45 per cento (rispetto ai valori 2010) entro il 2030 e raggiungimento di emissioni nette uguali a zero nel 2050.

Le reazioni al rapporto non sono mancate. Con la rilevante eccezione dell’Unione Europea, però, la risposta è stata – per così dire – tiepida. Secondo il Centre for Economic Studies di Delhi, un think tank molto vicino al governo indiano, “già la politica che limita l’incremento di temperatura a 2°C sarebbe disastrosa per i paesi più poveri. Quella a 1,5°C porterebbe conseguenze catastrofiche”. L’Australia, grande produttore di carbone, ha dichiarato di non essere pronto a questo scenario, così come il Canada. Quattro paesi produttori di petrolio o carbone – Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Kuwait – hanno impedito che lo Special Report on Global Warming at 1.5°C venisse incluso nei documenti della Cop24 che si è svolta a Katowice nel dicembre scorso.

La reazione della Ue

A partire dalla fine del 2018 la Commissione europea ha affrontato il tema della neutralità delle emissioni per il 2050. Con questa bizantina locuzione si intende affermare che le emissioni nette debbano essere pari a zero. Le emissioni positive dovranno cioè essere compensate da azioni di forestazione oppure (più probabilmente) da azioni di cattura e confinamento dell’anidride carbonica.

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Alla proposta della Commissione sono seguite prese di posizione dei paesi europei. Alcune anche contraddittorie. La Germania per esempio, con le sue emissioni attualmente fuori target, non era affatto favorevole e il suo peso ha contato molto nell’incontro dei leader europei nel maggio di quest’anno. La cancelliera Angela Merkel – pressata dalle istanze dei Verdi sempre più politicamente rilevanti – ha tuttavia rovesciato questa posizione e si è unita al gruppo, ormai maggioritario fra i membri dell’Unione Europea, che desiderano aderire all’ipotesi di emissioni nette nulle al 2050. Il Regno Unito – primo paese tra quelli del G8 – lo ha legiferato, mentre Francia e Spagna hanno annunciato l’intenzione di procedere nella stessa direzione.

Perché tanta urgenza? Il Rapporto Speciale Ipcc segnala la necessità di andare oltre gli accordi presi durante la Cop21 a Parigi dal momento che, anche assumendo che tutte le politiche annunciate siano pienamente adottate, l’incremento atteso della temperatura sarebbe troppo elevato per garantire la salute del nostro pianeta. Le proiezioni indicano un livello superiore ai 3°C. È necessario dunque ridurre ulteriormente e significativamente le emissioni con l’obiettivo di raggiungere 1.5°C quale valore soglia.

Dopo tre anni di crescita zero (2014-2016) e un incremento pari all’1,6 per cento nel 2017 le emissioni totali del pianeta sono cresciute del 2,7 per cento nel 2018, toccando il loro valore massimo.

Gli ultimi avvenimenti e il futuro della politica ambientale

Durante il Consiglio europeo del 20 giugno scorso un blocco di paesi non nuovi a questo genere di ostruzione – Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria ed Estonia – hanno posto il veto alla menzione dell’obiettivo di emissioni nette nulle per il 2050.

La tragedia diventa appunto farsa quando si ripete con una certa continuità. Si tratta di paesi fortemente legati all’industria del carbone che hanno sempre chiesto “schemi di compensazione” per aderire a iniziative di controllo delle emissioni. Sono anche gli stessi paesi che hanno strenuamente combattuto nell’ambito degli schemi europei di emission trading per conquistare quote sempre più ampie con la stessa argomentazione della dipendenza dal carbone e il costo sociale della progressiva uscita. La Polonia – giusto per citare il maggiore di questi paesi – rimane il primo produttore europeo di carbone (hard coal). Recentemente ha pubblicato un significativo rapporto, curato dal ministero dell’Energia, in cui si ribadisce che non solo il carbone rimarrà centrale nella strategia energetica nazionale, arrivando a coprire un terzo circa dei consumi, ma anche che gli impianti eolici – costruiti per altro con incentivi europei – verranno progressivamente dismessi.

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Le implicazioni rispetto alle risorse finanziare dell’Ue sono molto rilevanti se si considera che il 25 per cento dell’intero budget sarà rivolto ad azioni che contrastino l’incremento delle emissioni e che, più in generale, il tema ambientale sarà discriminante nella scelta fra progetti alternativi.

Sebbene molto più avanti del resto del mondo, in questa vicenda l’Unione Europea tarda a trovare una coesione di azioni. Non potrà dunque presentarsi al Summit Onu sul clima previsto per il 23 settembre con l’indicazione della data entro la quale conseguire un obiettivo di emissioni nette nulle, che ora rimane affermato in maniera più vaga. Il gruppo di stati membri che si oppone all’adozione di politiche più aggressive sul tema del cambiamento climatico combacia per i tre quarti con il gruppo di Visegrád, con l’esclusione della Slovacchia e l’inclusione dell’Estonia. Sono governi politicamente omogenei che fanno del nazionalismo anche sulla propria politica energetica una bandiera da sventolare a ogni occasione. Con un pensiero al nostro paese, non si tratta propriamente di un buon viatico per la legislatura europea che va a cominciare.

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  1. Non posso parlare per le altre nazioni indicate, ma per la Polonia sì. E sono assolutamente d’accordo con la scelta di continuare ad usare il carbone, magari usandolo meglio, questo sì. La Polonia ha intenzione di incrementare la diffusione di fonti rinnovabili, in particolare l’eolico. Certamente questo comporterà già di per se una riduzione dell’uso del carbone, mentre non avrà praticamente un grande impatto sul settore dei trasporti e del riscaldamento residenziale. Una sovraproduzione di energia elettrica rinnovabile rispetto alla capacità della rete sarebbe impossibile se non ci fosse la possibilità di accumulare o riconvertire l’energia eccedente. La scelta migliore diventa allora quella del Power to fuel. In particolare produrre tramite elettrolisi idrogeno ed ossigeno. L’idrogeno è un ottimo combustibile, ma presenta problemi di accumulo e distribuzione. L’ossigeno è perfetto per essere usato nella combustione del carbone generando un gas di scarico costituito quasi essenzialmente da diossido di carbonio e vapor d’acqua. Risulta quindi facile separare il diossido di carbonio che, fatto reagire con l’idrogeno elettrolitico, produce combustibili sintetici distribuibili senza dover costruire nuove infrastrutture ed utilizzabili nei veicoli tradizionali evitando di importare combustibili dall’estero. Il risparmio ottenuto rispetto alla sostituzione del carbone con combustibili importati dall’estero può contribuire ad aumentare ulteriormente l’investimento in rinnovabili.

  2. serlio

    Se mai c’era necessità della conferma della inutilità (anzi del danno) dell’inclusione dei paesi ex blocco sovietico… eccola!! Grazie alle elite intellettuali europee incapaci di capire come le strade dell’inferno siano lastricate di buone intenzioni

  3. oskar blauman

    Un altra dimostrazione dell’inefficienza delle sovrastrutture europee, frenano invece di promuovere qualsiasi progressismo

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