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  1. Giulia Ghezzi Rispondi
    La mia esperienza di assistente sociale comunale mi induce a ritenere che la grande enfasi posta sull'obbligo di dover accettare le proposte di lavoro abbia scoraggiato molte persone fragili, terrorizzate all'idea di dover accettare un lavoro a chissà quanti km da casa. Queste persone non sono state minimamente sfiorate dal dibattito sull'inadeguatezza dei CPI, sull'inconsistenza della figura del navigator e sulla generale mancanza di occasioni lavorative... che si traduce in una sostanziale improbabilità di venire chiamati a colloquio. A loro è arrivata solo la comunicazione più semplice e minacciosa delle "norme anti divano" e delle sanzioni che prevedono addirittura il carcere. Per questo è fondamentale che ci sia un punto informativo di prossimità e di fiducia, che possa incoraggiare i potenziali destinatari a farsi avanti.
  2. Gaetano Proto Rispondi
    Il problema applicativo su cui si focalizza l'articolo è importante. Comincia però a essere chiaro che è il disegno stesso del RdC a escludere una quota rilevante di poveri, anche se fossero tutti debitamente informati e orientati. L'ultima relazione della Banca d'Italia contiene una interessante stima dei "poveri assoluti" che risulteranno esclusi dal RdC: più del 40% a livello nazionale (5,5% a causa dei requisiti stringenti di residenza -- peraltro in odore di incostituzionalità -- e 35,5% a causa dei requisiti reddituali e patrimoniali), con un picco del 55,5% al Nord, dove le due cause di esclusione pesano per il 9,5 e il 45%. Pur con l'approssimazione dovuta ai dati di base incompleti, è una stima che conferma come l'obiettivo di abolire la povertà, raggiungendo in blocco i 5 milioni di poveri assoluti stimati per il 2017 e appena confermati per il 2018, non si sia accompagnato a una capacità realizzativa adeguata. Va detto che il dato ufficiale sui poveri assoluti è il risultato di una stima campionaria basata sull’applicazione di soglie differenziate per tipologia familiare e territorio ai dati dell’indagine sulla spesa, quindi è un'entità statistica che può essere solo un obiettivo di massima di qualsiasi misura nazionale di integrazione del reddito, ma una discrepanza così ampia non sarebbe possibile senza grossolani errori nel disegno della politica, come quelli rilevati in vari articoli su questo e altri siti.
    • Gaetano Proto Rispondi
      (un picco del 54,5% al Nord, non del 55,5%)
  3. Marco Limonta Rispondi
    Nell'articolo si parla di Comuni che autonomamente hanno messo a disposizione dei centri informativi sul RdC: in questi Comuni le richieste di RdC sono superiori rispetto alla media? Ci sono delle evidenze numeriche? Correlandole, si avrebbe la conferma di come sia necessario fornire un supporto informativo chiaro e facilmente accessibile proprio per i potenziali richiedenti il RdC, che molto probabilmente sono persone che hanno maggiormente bisogno di un aiuto in questo senso.
  4. Daniela Rispondi
    Nel mio Comune (7200 abitanti in provincia di Milano) è stata accolta una sola richiesta di RDC. Una cifra irrisoria, se la compariamo alla Rei, ma anche al numero di nuclei familiari seguiti dai servizi comunali per situazioni di fragilità. Quindi il tema della difficoltà di accesso esiste e probabilmente in maniera così pesante da rendere inefficace la misura. Non concordo sul fatto che utenti dei servizi sociali e destinatari delle politiche attive sono diverse. Altrimenti restiamo nella logica dell'assistenzialismo fine a se stesso. Certo, i Comuni sono il front office di tutte le politiche sociali, e proprio per questo si dovrebbe sfruttare meglio il loro know how
  5. Savino Rispondi
    Gli utenti finali dei servizi di assistenza alla persona e di politiche attive sul lavoro sono proprio diversi. Il concetto di povertà non si concilia con le dinamiche del mercato del lavoro, che prevedono i meccanismi della formazione e degli ammortizzatori sociali. La rete dell'assistenza è su base locale, se ne occupano Comuni e volontariato, mentre per i CPI va pensata una rete quantomeno nazionale o che vada persino al di fuori dei confini. Il ruolo dei navigator, soprattutto al sud, non può essere quello ovvio di chi dice "qui non c'è lavoro, prova ad andare al nord o all'estero". Mancano, soprattutto, le pre-condizioni di sviluppo per poter avviare processi di inserimento nel mondo del lavoro.