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Solo parole contro l’evasione fiscale

La lotta all’evasione fiscale è fatta di buon funzionamento della macchina dell’amministrazione finanziaria. Ma anche di misure impopolari, come la pervasività e tempestività dei controlli. Su entrambe le questioni non si vedono passi in avanti. Anzi…

La questione dei dirigenti

I fatti – o meglio, le lacune – che caratterizzano la lotta all’evasione fiscale sono stati ben messi in luce da Alessandro Santoro nel suo articolo su lavoce.info del 31 maggio. Si tratta di fatti, o di omissioni, in piena continuità con quelli dei governi precedenti e testimoniano in modo smaccato che quando si tratta di evasione fiscale il “cambiamento” è davvero ben duro.

Ma di quale cambiamento c’è bisogno? Il primo, quello che costituisce la condizione essenziale, sta nel regolare – sì, regolare: proprio nel senso di ordinare – il funzionamento dell’amministrazione finanziaria. La sentenza 37/2015 della Corte costituzionale l’ha letteralmente decapitata nel presupposto che i relativi dirigenti dovessero diventare tali, o essere assunti con tale ruolo, solo attraverso concorsi pubblici. L’amministrazione ha tentato di seguire l’indicazione nella sostanza (dolorosamente con l’articolo 1, comma 93, della legge 205/2015). Ma il Tar del Lazio, dando seguito a un’iniziativa del sindacato Dirpublica relativa al concorso appena espletato, con l’ordinanza 6861/2019, ha rinviato di nuovo gli atti alla Corte costituzionale nel presupposto che anche stavolta l’articolo 97 della Costituzione sarebbe stato violato. Non si conoscono in dettaglio le motivazioni del rinvio, ma pare davvero evidente che, anche per quanto attiene all’organizzazione interna dell’amministrazione finanziaria, di “cambiamento” se ne vede ben poco.

Certo la materia è delicata. Che la selezione per concorso pubblico dei dirigenti apicali della pubblica amministrazione costituisca la migliore garanzia della loro qualità ed efficienza e si traduca, quindi, nella miglior tutela delle esigenze della collettività, pare piuttosto discutibile considerato il funzionamento dell’attuale mercato del lavoro. Un conto è la previsione fattane nel contesto del dopoguerra dai padri costituenti; altro è l’evoluzione storica. Chi, poi, ha effettuato qualche verifica da vicino del concreto agire della pubblica amministrazione non credo avrà difficoltà ad ammettere che la fase di reclutamento, per quanto importante, recita un ruolo tutto sommato marginale nel suo funzionamento. Si può, quindi, dubitare che le previsioni costituzionali siano davvero la panacea di ogni male al riguardo. Forse occorrerebbe rimettervi mano.

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Demagogici passi indietro

In assenza di una revisione delle disposizioni costituzionali, si è discusso a lungo sull’opportunità di trasformare le agenzie appartenenti al ministero dell’Economia e delle Finanze, o quantomeno l’Agenzia delle entrate, in società per azioni allo scopo di snellirne le modalità organizzative puntando più dichiaratamente sull’efficienza. Questa tendenza ha trovato robusti oppositori che hanno inteso privilegiare il ruolo di servizio della collettività piuttosto che di raccoglitore – nell’ambito di quanto previsto di volta in volta dalla legge – di risorse da ripartire all’interno della collettività medesima. I fatti si incaricano, oggi, di dimostrare che l’astratta tutela di un’astratta collettività è il miglior paravento per chi si avvantaggia dell’inefficienza altrui.

Anzi: si può dire che su questo terreno si sono fatti passi indietro (dal governo precedente), mentre non è stata neppure ventilata la possibilità di rettificarne i risultati (dal governo del “cambiamento”). Mi riferisco alla demagogica chiusura di Equitalia (che era una società per azioni) e alla sua sostituzione con l’Agenzia delle entrate – Riscossione (soggetta ai vincoli tipici di una pubblica amministrazione). E anche alla tendenziale (demagogica) riduzione dei poteri coercitivi di colui che è incaricato di riscuotere i crediti d’imposta. Tutta la narrazione che accompagna le misure di più rapida definizione del rapporto d’imposta che vanno sotto il nomignolo di “pace fiscale” sono orientate a presentare il debitore d’imposta come un perseguitato e il soggetto deputato a riscuotere il tributo nell’interesse della collettività come il persecutore. Anche l’accenno all’appesantimento delle sanzioni penali – cui si ricorre spesso per giustificare scandalose misure premiali – va nella direzione sbagliata. La minaccia delle manette poco incide se colui che ne deve accertare i presupposti viene percepito come minaccioso, ma inconsistente. Tant’è che del fisco viene temuta più l’irragionevolezza che l’acume investigativo.

Occorre, in conclusione, vedere lucidamente che la lotta all’evasione fiscale è fatta innanzitutto di buon funzionamento della macchina dell’amministrazione finanziaria: cioè funzionari stabili, formati al lavoro di squadra, capaci di utilizzare banche dati, ben indirizzati e, se possibile, ben retribuiti; distribuiti sul territorio in ragione della ricchezza che ivi si muove e anche rapidamente puniti (con circostanze aggravanti) per le loro violazioni. E poi la lotta all’evasione fiscale è fatta di misure impopolari: pervasività e tempestività dei controlli, uniformità e consultabilità di anagrafi pubbliche e di privati che agiscono in regimi concessori, inopponibilità di limitazioni da privacy, forti strumenti coercitivi per chi dichiara ma non versa. Funzioni sgradevoli da raccontare in pubblico. Ma questo è contrasto all’evasione. Altrimenti sono solo parole.

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  1. Anna

    Ciò che più di tutto è CONTRO alla lotta all’evasione fiscale è la sfilza ininterrotta di condoni a tutti e per tutto. Quelli , ormai pochi per la verità, che pagano le tasse dovute regolarmente e completamente sono disgustati e offesi da questo andazzo. Personalmente mi chiedo chi fra un po’ pagherà i servizi , certo gli stessi che ora pagano le tasse per averli dovranno pagarseli chissà con quali fondi mentre chi non le paga con quel che risparmia avrà molte più possibilità di pagarseli ,di qualità

  2. dean

    Gent.mo professore, alcune osservazioni circa i dirigenti dell’AF
    1) Non mancano i dirigenti apicali, cioè quelli di prima fascia, ma i dirigenti di seconda fascia (che dovrebbero essere circa un migliaio, se non sbaglio)
    2) Ma servono proprio tutti questi dirigenti ? Parliamo di persone con retribuzioni annue lorde che variano da 80mila a 110 mila euro., mentre i funzionari veri e propri hanno retribuzioni sicuramente inferiori a 40 mila euro. Voglio dire: è proprio necessario un dirigente ogni 40 impiegati ?.
    3) E’ forse il caso di prendere atto che gli Uffici finanziari (Entrate-Territorio e Dogane) sono Uffici “tecnici”, nei quali troppo spesso vengono dirottati ex segretari comunali o neodirigenti provenienti dalla SNA, privi di formazione concreta, che per molti anni sono come pesci fuor d’acqua (e per molti anni vengono lautamente retribuiti solo per l’impegno). Basterebbe fare come per Vigili del Fuoco e Polizia, dove si diventa dirigente solo dall’interno, e nessuno si scandalizza.

  3. umberto

    Nell’anno 2012 lavoravo per la società 1 che possedeva la società 2 e la 3.
    Il titolare del tutto mi chiese se a luglio mi poteva pagare con un bonifico della società 2.
    Nella dichiarazione relativa al 2012 dimentico il bocifico di cui sopra.
    Nel 2018 ricevo:
    1) 57 euro di tasse evase
    2) 250 euro multa evasione irpef
    3) 250 euro multa evasione comunale
    4) 250 euro evasione regionale o provinciale (non ricordo)…
    generosamente mi scontano le voci 3 e 4….
    Il fisco non funziona ???

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