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Anche nel web sarà il mercato a fermare i monopoli

di Franco Debenedetti

Quei legami tra controcultura e cultura informatica

Minitel funzionava nel 1981, il primo uso privato di Internet è di dieci anni dopo. La Programma 101 dell’Olivetti è del 1965, il personal Ibm di dieci anni dopo, il Mac quasi di venti. Quaero, il motore di ricerca europeo che doveva far concorrenza a Google e a Yahoo! è del 2005; Qwant gli succede otto anni e molti miliardi dopo, e oggi aspira a prendere il 5 per cento del mercato. Perché oggi l’Europa tra i grandi ha solo Spotify (che vale un ventesimo di Facebook) e SAS (che fa un altro mestiere)? Per capire le cause di questa singolarità è utile confrontare l’apparato ideologico alla base dell’articolo di Fabrizio Barca con l’ambiente culturale in cui si è formata la società delle piattaforme.

Nei primi anni Settanta i computer godevano della dubbia reputazione di essere strumento di controllo, di governi orwelliani o delle multinazionali. La controcultura della fine degli anni Sessanta univa valori di comunità e collettività con quelli di libertà e potere personali, in aperto contrasto con l’oppressione associata alla tecnologica informatica: solo alla fine degli anni Settanta la tecnologia è vista come strumento di potenziale liberazione. Nel 1991, il World Wide Web dà nuovo impulso ai legami tra cultura informatica e controcultura. C’era il desiderio di formare comunità connesse: la crescente richiesta di connettibilità attirò le imprese, interessate a fornire connettività. Dal 2000 al 2005 le piattaforme prosperano con l’entusiasmo degli utenti, spazi alternativi, liberi dai vincoli di aziende e governi. Mettendo “you” come persona dell’anno (2006), Time proclama il potere rivoluzionario degli utenti connessi. Il resto della storia lo conosciamo: l’effetto rete, il winner takes all, la polarizzazione delle grandi piattaforme, ciascuna nel suo settore, con la sua identità di impresa.

Per Barca, invece, il risultato è una “crescente concentrazione del controllo sulla conoscenza (…). La tecnologia dell’informazione, che ha il potenziale per diffondere il controllo della conoscenza, è stata impiegata per ottenere il risultato opposto”. Crescente? Controllo? Wikipedia, che consente di accedere con un click a 300 lingue, in italiano 1 milione e mezzo di voci; Google che ogni giorno esamina 20 miliardi di pagine web e risponde a 4,5 miliardi di richieste, “concentrano il controllo della conoscenza”? Se Bing ha il 7 per cento del mercato, Baidu il 6 per cento, Yayoo! il 5 per cento è per il diabolico “controllo” di Google o per i suoi giganteschi investimenti a scannerizzare milioni di libri? Se la “crescente concentrazione del controllo della conoscenza” è dubbia (o incomprensibile), come ha potuto produrre la concentrazione della ricchezza? Certo che questa esiste, ma va trattata con argomentate analisi.

I pericoli del digitale di stato

Le altre accuse di Barca agli algoritmi di ricerca sono di repertorio. Propagherebbero i pregiudizi – etnici, religiosi, sessuali – di chi li ha progettati: ma sono i proprietari stessi che si affrettano a correggerli, per guadagnarsi a costo zero medaglie di politicamente corretti. Farebbero vivere gli utenti in una bolla: ma anche offline viviamo nella bolla delle nostre conoscenze e abitudini, online almeno siamo esposti alle sconfinate possibilità – e tentazioni – di esplorare terreni nuovi. Non stigmatizza, come Margrethe Vestager, i Big Tech per le acquisizioni delle start-up promettenti, cosa che ridurrebbe la possibilità di concorrenza futura: invece così aumenta, la start-up acquistata essendo il miraggio per migliaia di altre che lottano per essere loro le prescelte. La cultura dell’ecosistema in cui nacquero le grandi piattaforme è radicalmente differente da quella che vi vede la “concentrazione del controllo delle conoscenze”: lì non cresce nulla.

La solita accusa di vendere a caro prezzo i dati che ci vengono gratuitamente sottratti induce Barca ad auspicare la “sovranità collettiva sui dati personali” e l’assegnazione al pubblico del “patrimonio pubblico costruito dalle infrastrutture pubbliche di ricerca”. Nella maggior parte delle nazioni Ocse aumenta la quota di ricerca e sviluppo privato sul totale, per Barca invece si dovranno “contrastare le loro posizioni di monopolio attraverso la costituzione di un’impresa pubblica europea”, realizzando “piattaforme digitali a sovranità collettiva”. Così l’impossibilità di un’utopia – i Big Tech europei – diventa la distopia – il “digitale di Stato”.

I giganti del web magari non garantiscono la privacy, non filtrano in tempo fake news e hate speech: ma siamo protetti, non hanno altro scopo che di fare soldi, se sbagliano, gli azionisti vendono e il titolo crolla, gli utenti abbandonano e gli analisti bocciano. Che anche da noi il controllo delle aziende, e quindi dei dati che estraggono, sia sottratto al giudizio del mercato e degli utenti, che il governo controlli le aziende che possono controllare noi: questa è la prospettiva da incubo, questa sì che sarebbe la vera, assoluta, totale “concentrazione del controllo della conoscenza” e, perché no, della coscienza. Avviene nei paesi totalitari. Quella da “incalzare come cittadini organizzati” è l’eventualità che una simile prospettiva si realizzi. Meglio neppure evocarla.

 

La risposta dell’autore

di Fabrizio Barca

Uno sbilanciamento da combattere

Leggo il commento di Franco Debenedetti di ritorno da un affollato incontro a Trieste con scienziati politici, informatici, fisici, amministratori della salute e storici sulle proposte del Forum Disuguaglianze e Diversità, e segnatamente su quelle che mirano a ribilanciare i poteri nell’impiego dei nostri dati personali e nell’uso degli algoritmi di apprendimento automatico. La parola “ideologia” non ha sfiorato nessuno di noi, perché ben sappiamo, persone con opinioni diverse, che viene usata quando non si vuole affrontare il merito delle cose.

Nel Rapporto a cui la nota de lavoce.info rinviava scriviamo: «Come molte altre tecniche, gli algoritmi e il sistema tecnologico a cui danno vita non sono in sé né “giusti” né “ingiusti”. Dipende da come sono utilizzati e precisamente: dal fatto che considerazioni di giustizia sociale siano incorporate nella scelta dei dati, negli obiettivi del modello e nel loro uso; dalla possibilità che chi è influenzato dalle “decisioni” degli algoritmi pesi sulla scelta di quegli obiettivi e di quei dati; e, prima ancora, che egli/ella possa controllare l’uso dei dati identitari forniti. Tuttavia, più di altre tecnologie sviluppate nell’ultimo decennio, la biforcazione aperta dal sistema tecnologico di decisioni automatiche, fondate su algoritmi e big data, appare decisamente sbilanciata a sfavore della giustizia sociale. Questo sbilanciamento ha natura fisiologica».

Di questo sbilanciamento e degli otto rischi per le nostre diverse dimensioni di vita – descritti in dettaglio nel Rapporto – sono oggi consapevoli studiosi, esperti, amministratori, cittadini di ogni cultura, a cominciare da coloro che allo sviluppo della rete e dei suoi dispositivi hanno dato un contributo decisivo come strumento di libertà e democrazia. Scrive, fra questi, Tim Berners-Lee nella pagina introduttiva del sito della World Wide Web Foundation: “il web libero e aperto si trova ad affrontare sfide concrete. Più della metà della popolazione mondiale non può ancora accedere alla rete. Per l’altra metà i benefici del web sono accompagnati da troppi rischi: per la nostra privacy, per la nostra democrazia, per i nostri diritti” (The free and open web faces real challenges. More than half the world’s population still can’t get online. For the other half, the web’s benefits come with too many risks: to our privacy, our democracy, our rights).

L’obiettivo da perseguire

A tutti questi, ai liberali radicali autori di “Radical markets”, a noi del ForumDD, che mescoliamo culture diverse, non piace la “sovranità dei monopoli privati” e sappiamo dalla storia e dall’analisi economica che, a differenza di quanto sostiene Debenedetti, non sarà il mercato a fermare i monopoli. Per di più, un recente articolo di Emilio Calvano, Giacomo Calzolari, Vincenzo Denicolò e Sergio Pastorello mostra che utilizzando algoritmi per fissare i prezzi due imprese convergono su un prezzo di oligopolio senza neppure colludere. Né a tutti noi piace la “sovranità statale” sulla rete, di cui descriviamo gli insopportabili esiti autoritari in Cina.

Ecco perché individuiamo come obiettivo una “sovranità collettiva” della rete, di cui si cominciano a intravedere i tratti e a sperimentare le forme. Non esiste un solo strumento per arrivarci. Dobbiamo andare dall’aumento del grado di concorrenza nel mercato attraverso un’impresa digitale pubblica europea che incalzi i giganti del web, fino alla messa in rete di tutte le banche dati pubbliche: i dati sulla mobilità di una grande città non possono diventare proprietà dell’impresa che ha vinto l’appalto di servizio, ma devono essere accessibili da ogni gruppo di innovatori in rete che voglia offrire prodotti alternativi. E poi c’è il tema fondamentale di pretendere la pubblicità degli esiti delle ricerche condotte da Facebook o Google o della composizione multidiscilpinare e multigenere dei team di ricerca che sviluppano gli algoritmi e altro ancora.

Senza luddismi né idolatrie, senza incubi distopici costruiti per spaventare né sogni utopici costruiti per addomesticare, prendiamo dunque atto delle opportunità e dei rischi del dispositivo tecnologico fondato su dati personali e algoritmi. E confrontiamoci in modo ragionevole sulle cose possibili da fare per tornare a usare la modernità come leva di emancipazione.

Noi del ForumDD, assieme alle città e alle università già impegnate con noi e alle altre che vorranno farlo, siamo in cammino.

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  1. Luciano Pontiroli

    Mi dispiace, avevo seguito iin passato Fabrizio Barca riconoscendogli un accentuato senso pratico, al di là dell’orientamento politico nettamente leftist. Oggi, leggo la sua replica ad un saggio qual è Franco De Benedetti: una replica che non riesce a confutare le sue critiche, ma si limita ad accennare a cose che egli stesso ed altri stanno facendo – senza rendercene edotti – ed a ribadire la sua fiducia per un’impresa digitale pubblica europea che, pur nella sua genericità, sembra del tutto improbabile nel tempo presente e, credo, lo sarà anche oltre questo.

    • Aram Megighian

      Direi che sia Lei che il Dott Debenedetti dovreste perdere un’oretta della vostra giornata a cercare, proprio nel web, cosa si sta studiando nel campo delle Neuroscienze riguardo all’Economia e Finanza e ai processi di Decision-making.
      Un buon articolo di partenza potrebbe essere questo: Curr Psychiatry Rep. 2016 Dec;18(12):112, recente e con una robusta bibliografia. Non il neurone o il circuito del comportamento, ma il suo codice nervoso informativo e l’algoritmo. Allora lo scenario da incubo di cui parla Debenedetti a proposito del controllo della conoscenza o della coscienza potrebbe essere meglio compreso da lui così come da altri troppo facili fautori di una libertà (questa si, spacciata furbamente per leftist) di utilizzare tutto in nome della “Rete” (ma con vantaggio di pochi).
      Non si tratta dunque di leftists o rightists. Non è un problema politico ideologico, ma un problema e basta. Se ci spostiamo verso un controllo pubblico dei dati personali, allora dobbiamo confidare in solidissimi sistemi democratici (l’uso della Cina di tracking facciali + dati DNA + dati gps cellulari + ….. + …. per controllare le persone e identificare chi protesta non è fatascienza ma realtà attuale). Analogamente desta apprensione considerare l’estremo opposto (il recente forte interesse di Casaleggio circa l’identità digitale mi fa semplicemente rabbrividire).
      Pensateci sopra, sapendo che con big data science si sta studiando il cervello e non solo i dati dei computer.

  2. Dunning Kruger

    Andiamo bene… Qui il discorso sta ancora fermo tra “la mano invisibile” (che invece crea monopoli e metterebbe spot anche nell’utero tanto gli frega dei diritti civili) e “il controllo statale” (che ci ha regalato questa perla di ignoranza e controllo che é la riforma europea della privacy).

    Guardate che la soluzione é molto piú semplice: volete risolvere il problema alla radice? Forzare la liberalizzate gli API!
    Cosí che ognuno offra il proprio servizio e che vinca il migliore.

    Ma il fatto che tante belle capocce che dovrebbero affrontare il problema manco sfiorano di striscio il tema tanto sono impegnati a rinfacciarsi posizioni ottocentesce fa capire bene perché non usciremo vivi da Internet

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