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  1. claudio Rispondi
    In ogni caso dovrebbe essere previsto un meccanismo di revisione annuale legato a parametri definiti dall'ISTAT, con un monitoraggio costante delle differenze reali del costo della vita.
  2. Asterix Rispondi
    Sono strade che porterebbero alla reintroduzione di fatto della gabbie salariali su base regionale. Porterebbe a creare delle ZES in Italia dove le imprese si andrebbero a collocare per ottenere sconti sul costo del lavoro o, peggio, alimenterebbe politiche opportunistiche (es. sede contrattuale al sud distacco al nord). il tema non è creare tanti salari minimi, ma, dove si voglia percorrere la strada di un unico salario nazionale per legge, lasciare alla contrattazione aziendale il compito di prevedere maggiorazioni salariali per le aree urbane a maggiore sviluppo. Resta da capire se vogliamo inseguire i cinesi o l'europa dell'est nei bassi salari per far partire l'export, ma dubito che riusciremo mai a competere con loro salvo l'abolizione totale del welfare pubblico (sanità solo privata, nessun servizio sociale, riduzione delle spese per l'ordine pubblico, ecc..)
  3. Pietro Rispondi
    Disapprovo la differenziazione del salario minimo per zone per 2 motivi: - Complica considerevolmente l`implementazione della politica, andando di fatto a costituire un ulteriore costo in termini di gestione e burocrazia - spingerebbe ad una corsa verso regioni/zone/citta´ in grado di offrire salari minimi piu´alti, deprivando quelle zone che ne avrebbero invece piu´ bisogno di forza lavoro. Evidentemente cio´ contribuirebbe ad esacerbare la giá forti disuguaglienze territoriali del nostro paese. Sarei invece favorevole all´introduzione di un salario minimo unico legato alla soglia piu´ bassa di salari lordi. Una tale misura sarebbe di supporto alle zone piu´ disagiate senza intaccare le zone piu´ dinamiche che meno ne necessitano (grandi citta´ in particolare). Se a ció si aggiunge la notevole semplificazione di un salario minimo nazionale da un punto di vista burocratico, mi pare che una tale misura sia decisamente preferibile
  4. Amegighi Rispondi
    Effettivamente ci troviamo veramente davanti al serpente che si mangia la coda e alle persone che ragionano al di fuori di un filo logico coerente. Dal mio punto di vista un salario minimo differenziato e adeguato alle realtà regionali è concettualmente corretto. Ma allora andrebbe correlato alla concomitante "regionalizzazione" dei salari. E questo è sostanzialmente un concetto implicito (che ovviamente non viene tirato fuori) dell'idea sovranista di Europa, contraria alla centralizzazione. E qui veniamo al punto, perchè ad essere coerenti, una visione del genere dovrebbe essere applicata tanto tra le differenti "regionalità" (cioè stati) europee, ma altrettanto all differenti "regionalità" all'interno degli stati. Cosa che mi pare lungi dall'essere discussa o considerata. Un altro punto di frizione logica mi pare quello sollevato da Savino. Considerata la trasformazione del lavoro da manuale a intellettuale, vengono a mancare dei riferimenti fattuali del valore della prestazione lavorativa. Prima si poteva chiaramente valutare il risultato della prestazione. Adesso è meno chiaro il reale impatto dell'apporto intellettuale, spesso sovra o sottostimato o non compreso affatto. Come agganciare ciò ad un salario minimo ? O, meglio, esiste il rischio che la valutazione sia ancora meno precisa ?
  5. Savino Rispondi
    Prima di parlare di introduzione del salario minimo va fatta un'analisi su quanto costano i lavoratori attualmente, anche in proporzione al rendimento ed ai titoli di studio conseguiti. Abbiamo privilegiati sopra pagati, basando ciò su una fantomatica "esperienza" che è una favoletta rispetto alle inefficienze quotidiane, pubbliche e private, nel Paese. D'altro canto, abbiamo persone dalla cultura elevata entrate nell'inferno della gig economy, poichè non c'è nient'altro in giro, visto che i posti da scrivania sono stati loro rubati da chi, in formazione e cultura, è sempre stato asino. Dopo, ma solo dopo, si pone il problema geografico in articolo, che pure c'è. Di base c'è una diseguaglianza generazionale e formativa.