Invecchiamento della popolazione, crescita del turismo internazionale e persino i preparativi delle Olimpiadi di Tokyo 2020 spingono il Giappone ad aprire le frontiere a lavoratori stranieri. Per la manodopera, le condizioni di ingresso sono rigide.

Il Giappone si apre?

Se c’è un paese caratterizzato da una lunga storia di chiusura e isolazionismo, questo è il Giappone. La posizione geografica ha modellato una cultura al tempo stesso orgogliosa dei propri caratteri e timorosa delle contaminazioni occidentali, pur mantenendo buoni rapporti commerciali con i vicini asiatici. Fino al diciannovesimo secolo, chi entrava nel paese o cercava di uscirne poteva essere punito con la morte.
Su 126 milioni di abitanti, oggi gli stranieri sono 2,5 milioni, dei quali 1.280.000 lavoratori (nel 2008 erano 480 mila). Quindi una esigua percentuale (2 per cento), del tutto anomala per un grande paese industrializzato.
Quali prospettive allora per il paese del Sol Levante? Proviamo ad analizzarle facendo un confronto con altre due nazioni caratterizzate da forte invecchiamento: Italia e Germania.

L’inverno demografico

Secondo le stime delle Nazioni Unite al 2050 (scenario base), il Giappone conterà una popolazione di poco più di 108 milioni, circa 20 milioni in meno rispetto al 2015 (-15 per cento). L’Italia scenderà a quota 55 milioni, circa 5 in meno rispetto a oggi (-7,4 per cento). Diminuzione più contenuta, invece, per la Germania, che comunque andrà sotto la soglia simbolica degli 80 milioni (-3 per cento).
Inevitabile, in tutti e tre i paesi, la perdita di popolazione in fasce d’età giovani, con un contemporaneo aumento degli anziani: in questo caso, la situazione peggiore sarebbe quella dell’Italia, con un aumento degli over 65 del 43,3 per cento.
Di conseguenza, aumenterà l’età media, in tutti e tre i casi superando quota 50 anni, e salirà l’incidenza della quota di anziani, ovunque di circa 10 punti percentuali. Peraltro, anche in Giappone i giovani si mostrano poco disponibili verso i lavori manuali.
Ovviamente l’immigrazione non può essere l’unica soluzione al calo demografico, specie in paesi come Italia e Giappone con tassi di occupazione femminile molto bassi (rispettivamente 39,5 e 50,5 per cento, contro il 55 per cento della Germania e il 60 per cento dei paesi scandinavi, dati Banca Mondiale 2017). Sul fronte della disoccupazione giovanile, invece, Giappone e Germania registrano i più bassi tassi tra i paesi Ocse (4,7 e 6,8 per cento nel 2018), mentre l’Italia è tra i più alti (34,8 per cento).

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Tabella 1 – Variazione % popolazione 2015-2050

Fonte: Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Nazioni Unite

Tabella 2 – Indicatori demografici, confronto 2015-2050

Fonte: Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Nazioni Unite

La storia migratoria giapponese

Mentre la Germania negli ultimi anni ha messo in campo politiche migratorie molto decise, volte a favorire l’ingresso di immigrati in stretta connessione ai fabbisogni del sistema economico (“Con i migranti la Germania ci dà una lezione”), il Giappone (sotto pressione delle aziende) comincia solo adesso ad aprire le porte, vista una serie di fattori concomitanti: l’invecchiamento della popolazione, la crescita del turismo internazionale e i preparativi delle Olimpiadi di Tokyo 2020.
Finora i lavoratori immigrati provengono dalla Cina (372 mila), dal Vietnam (240 mila), dalle Filippine (147 mila), dal Brasile (117 mila) e da altri paesi asiatici come Indonesia, Thailandia, Cambogia, Myanmar, Mongolia e Nepal. Numerosa anche la minoranza sud-coreana, che in parte sfugge alle statistiche avendo ottenuto la cittadinanza giapponese.

Cosa c’entra il Brasile? È una storia interessante, preludio alla situazione attuale.
Si tratta dei discendenti dei giapponesi emigrati in Brasile all’inizio del Novecento prima del decollo dell’economia giapponese, a seguito della chiusura dei flussi verso gli Usa (con l’Immigration act del 1924): negli anni Settanta e Ottanta del Novecento si contavano circa 2 milioni di persone di ascendenza giapponese in Brasile, di cui circa 250 mila lavoratori. Negli anni Novanta, vista la scarsità di manodopera interna, il governo giapponese pensò di rivolgersi a loro, ritenendo più facile una loro integrazione e più ridotta la diffidenza dell’opinione pubblica: nel 2006 in Giappone si contavano 313 mila persone giunte dal Brasile.
Tuttavia, l’integrazione sperata non si è realizzata: i governanti giapponesi dell’epoca avevano sottovalutato il trascorrere del tempo, l’evoluzione delle generazioni e la difficoltà a trapiantare retaggi linguistici e culturali come se si trattasse solo di piante. Quei discendenti ricordavano ai giapponesi autoctoni il loro passato di povertà e sono stati i primi a venire licenziati con la crisi economica: nel 2012 si erano già ridotti a 190 mila (-40 per cento). In sostanza, erano considerati come “lavoratori ospiti” o stagionali, al pari degli immigrati italiani in Svizzera e Germania nel secondo dopoguerra.

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La nuova legge sull’immigrazione

Sarà ora interessante verificare se si è fatto tesoro di quell’esperienza. La legge approvata nelle scorse settimane prevede la possibilità di assumere circa 350 mila persone, con una conoscenza di base della lingua giapponese, come lavoratori temporanei senza la possibilità di ricongiungimento familiare, in 14 settori ben identificati: i principali sono edilizia, agricoltura, cantieri navali, ma anche infermieristica e assistenza agli anziani. Dopo un massimo di cinque anni, questi lavoratori dovranno fare rientro nei paesi di provenienza.
Si prevede anche di assumere circa 150 mila professionisti qualificati (ma il numero non è ben specificato) con un visto rinnovabile, cui non sarà preclusa la strada per la residenza permanente dopo dieci anni o quella ancora più complessa per la cittadinanza giapponese.
Come in alcuni paesi anglosassoni, si potrà utilizzare la figura dello sponsor (familiare o aziendale), introdotta anche nella legislazione italiana dalla legge Turco-Napolitano del 1998 e poi rimossa dalla legge Bossi-Fini nel 2002.
Per ora, lo stanziamento economico che accompagna la legge (circa 19 milioni di euro nel primo biennio) è piuttosto ridotto, ma le istituzioni e la società giapponese seguiranno con attenzione l’esperimento. Può darsi che ne derivino lezioni anche per altri paesi.

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