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Venezuela: una crisi che parte da lontano

Il Venezuela è nel mezzo di una crisi economica e istituzionale drammatica. Le origini si ritrovano in politiche assistenziali finanziate prima con gli introiti del petrolio e poi con la monetizzazione del deficit. Ora il popolo chiede un cambio di rotta.

Il Venezuela di Hugo Chávez

L’economia del Venezuela è oggi sull’orlo del baratro (figura 1): il Pil, in caduta libera dal 2014, ha perso il 18 per cento solo nell’ultimo anno e l’inflazione è alle stelle, arrivata a 2,5 milioni per cento. I prezzi raddoppiano in media ogni 26 giorni, erodendo il potere d’acquisto. Inoltre, più di un lavoratore su tre è disoccupato.

Figura 1

Per capire come si sia arrivati a una situazione così drammatica per un’economia considerata fino agli anni Settanta tra le più ricche al mondo, bisogna tornare alla fine degli anni Novanta. Ossia a quando nel 1998 Hugo Chávez, a capo del Partito socialista unito del Venezuela, vinse le elezioni con un programma socialista e dichiaratamente ostile al capitalismo. È stato un presidente molto popolare grazie al suo programma di redistribuzione delle ricchezze a favore dei più poveri, fondato su programmi sociali, per esempio di istruzione e vaccinazione, su sussidi diretti e riduzioni dei prezzi dei beni alimentari.

Il finanziamento delle politiche assistenziali è stato reso possibile perlopiù dagli ingenti proventi dell’esportazione di petrolio, settore trainante dell’economia del paese. Il Venezuela possiede infatti il 20 per cento delle riserve mondiali di greggio, gestite in gran parte dall’azienda statale Petroeleos de Venezuela (Pdvsa). Da tempo si sente l’esigenza di “seminare il petrolio”, ossia di investire le risorse derivanti dall’esportazione di greggio in infrastrutture, sanità, istruzione e in particolare nello sviluppo di altri settori industriali, in modo da abbattere la totale dipendenza dell’economia venezuelana da un solo settore. Ma non è mai stato fatto.

La fortuna di Chávez è stata una quotazione del greggio in media piuttosto favorevole, che ha garantito la sostenibilità della valuta (ancorata al dollaro) grazie all’accumulo di riserve, il contenimento dell’inflazione, ma anche proventi sostanziosi da destinare al finanziamento di un costosissimo sistema di welfare.

Il crollo del prezzo del petrolio

Con la morte di Chávez, è diventato presidente Nicolás Maduro, prima con incarico ad interim e poi con una formale elezione nel 2013. Indicato come suo successore dallo stesso Chávez, Maduro ha continuato le politiche di fatto insostenibili del suo predecessore. Tuttavia, sono emersi ben presto gravi problemi macroeconomici che hanno reso insostenibili le generose politiche assistenziali. Il problema di fondo è stato il crollo del prezzo del greggio, che nel 2014 ha perso la metà del suo valore.

Figura 2 – Prezzo del petrolio, 1990-2019

Fonte: Macrotrends

In più, l’assenza di investimenti in nuove tecnologie e la pessima gestione della Pdvsa hanno portato a un forte arresto della produzione. Secondo le rilevazioni Opec, il numero di barili prodotti in media ogni giorno è in costante decrescita dal 2005 e nel 2017 ha raggiunto il minimo degli ultimi vent’anni (figura 3). A seguito della paralisi dell’industria del petrolio, anche le esportazioni totali hanno subito un deciso rallentamento: il 98 per cento dell’export venezuelano è infatti costituito da vendita di greggio e derivati.

Figura 3

Maduro non ha quindi più potuto contare sui proventi del settore petrolifero per finanziare le politiche sociali. E sono venuti a galla i problemi strutturali dell’economia venezuelana, primo tra tutti l’eccessiva dipendenza da un unico settore produttivo.

Ciononostante, la spesa pubblica è rimasta invariata ed è stata finanziata grazie a emissione di nuova moneta da parte della banca centrale. La monetizzazione del deficit ha creato quindi una spirale inflazionistica notevole e molte tensioni sul fronte del cambio. Il bolivar ha perso rapidamente valore e nell’agosto 2018 è stata introdotta una nuova moneta, il bolivar venezuelano sovrano, che di fatto ha eliminato “cinque zeri” dai prezzi.

Fare impresa è sempre più difficile

Un’economia così strettamente mono-produttrice è profondamente dipendente dalle importazioni. Ma a causa di un cambio sfavorevole e di un reddito in calo, anche le importazioni hanno subito un brusco arresto, lasciando il paese a corto di moltissimi beni di prima necessità: mancano cibo, medicine, e pure i beni intermedi per la produzione di quel poco che il Venezuela realizza. Per esempio, nel maggio 2016 la Coca-cola ha interrotto la produzione per mancanza di zucchero, con conseguente perdita di 7.300 posti di lavoro. E in precedenza la principale azienda produttrice di birra, Espressa Polar, aveva chiuso per mancanza di orzo. Più recentemente, anche altre grandi multinazionali, come Kellog’s, Colgate e General Motor, hanno lasciato gli impianti del Venezuela.

Fare impresa in Venezuela è ormai diventato molto difficile. Come nel caso di Coca-cola, l’approvvigionamento di materie prime è sempre più difficoltoso. Inoltre, le aziende che forniscono beni e servizi al settore pubblico spesso non vengono pagate e accumulano crediti che difficilmente saranno mai riscossi.  Un altro ostacolo riguarda il fatto che la proprietà privata in questo paese non è tutelata a pieno: chi investe capitali in Venezuela rischia di esserne espropriato in qualsiasi momento. Oltre al fatto che i proventi dell’investimento devono rimanere all’interno del paese a causa dello stringente controllo sui flussi di capitale.

I numeri del disagio sociale

La grave situazione economica ha avuto un impatto fortissimo sulla società.

Il tasso di criminalità e violenza è aumentato drasticamente negli ultimi anni. Nel 2018 ci sono stati in media 81,4 morti ogni 100 mila abitanti, per un totale di 23.047 omicidi: il Venezuela è ora il paese più violento dell’America Latina. Ultimamente, sono cambiate anche le caratteristiche della criminalità. L’obiettivo principale delle rapine non è più legato al denaro, che ormai non ha quasi più valore, ma ai beni di consumo. Inoltre, mentre prima la violenza era principalmente concentrata nelle grandi città, ora si sta espandendo in tutto il paese e in particolare nelle zone rurali, dove si trovano le produzioni agroalimentari.

In questo clima di forte insicurezza, sono in crescita gli omicidi per mano delle forze militari e di polizia, che sono più del 30 per cento del totale.

Anche le mobilitazioni della società civile sono diventate sempre più frequenti. Nel 2018 si sono registrate 12.715 proteste, il 30 per cento in più rispetto al 2014 e al 2017, ossia gli anni recenti nei quali più alto numero è stato il fermento popolare. Oltre che per la conquista di diritti civili e politici, le persone scendono in piazza anche per reclamare diritti economici (un lavoro, salari minimi più alti) e sociali.

È poi impossibile non menzionare la forte crescita delle emigrazioni: a oggi sono tre milioni i migranti venezuelani nel mondo, circa un decimo della popolazione totale del paese. Colombia e Perù sono gli stati che hanno accolto il maggior numero di persone, rispettivamente un milione e 500 mila. Nessuno dei due ha però le strutture per gestire questi flussi e il rischio di una crisi umanitaria è molto alto. Prima del 2013 le richieste di protezione internazionale dei venezuelani erano irrisorie, mentre oggi superano le 110 mila e rendono il Venezuela il sedicesimo paese al mondo per numero di richieste di asilo (figura 4).

Figura 4

Un’ulteriore aggravante della situazione è l’enorme potere in mano alle forze militari. Controllano infatti l’azienda petrolifera statale, la distribuzione di generi alimentari e medicine, i porti, gli aeroporti e i giacimenti di risorse minerarie. Regolano buona parte del sistema finanziario, fiscale, agricolo, edilizio e di acquisto delle armi. E si sono inevitabilmente generate inefficienza e corruzione, oltre che una veemente crescita del mercato nero.

Il disagio economico e sociale ha spinto la popolazione a chiedere a gran voce un cambio di passo nella gestione del paese. Mentre nel 2014, anno di inizio della crisi, il popolo si ribellava per motivi economici e sociali, ora c’è anche una matrice politica. Lo sconfinamento della crisi economica in crisi istituzionale è segno che qualcosa deve cambiare, per il bene dei venezuelani.

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Il Punto

  1. Daniele Minardo

    Sentite congratulazioni a Chiara Giannetto e Mariasole Lisciandro per essere riuscite a tratteggiare, pur sotto la scure della necessaria brevità di un articolo, un quadro di certo non esaustivo, ma dotato dei crismi della completezza, nel ripercorrere storicamente le vicende economico-sociali venezuelane, chiarendo le ragioni per le quali un Paese universalmente riconosciuto come “galleggiante sul petrolio”, notoriamente fonte di ricchezza, sia ridotto nelle pietose condizioni attuali. L’articolo si lascia leggere con interesse crescente proprio grazie alla sua solo apparente schematicità, capace peraltro di conferire completezza all’informazione.

  2. MAURIZIO RIVA

    Mi congratulo per il vostro ottimo lavoro, essenziale e chiaro in ogni sua parte.
    Come insegnante di diritto ed economia di un Liceo non mi è facile individuare articoli che trattino in questo modo temi economici.
    Auspico vostri nuovi interventi.

  3. Maurizio Sbrana

    Ottimo articolo.
    Ma credo che la situazione si sia incancrenita anche per le ingenti esportazioni di capitali da parte di fasce benestanti del Paese…

  4. marco molgora

    “Ciononostante, la spesa pubblica è rimasta invariata ed è stata finanziata grazie a emissione di nuova moneta da parte della banca centrale. La monetizzazione del deficit ha creato quindi una spirale inflazionistica notevole e molte tensioni sul fronte del cambio. Il bolivar ha perso rapidamente valore e nell’agosto 2018 è stata introdotta una nuova moneta, il bolivar venezuelano sovrano, che di fatto ha eliminato “cinque zeri” dai prezzi.”
    Questo frase racconta limpidamente come la creazione di moneta da parte della banca centrale in una economia, non è una facolta che sia usabile senza limiti, come qualcuno vi vorrebbe raccontare sostenendo il tema del reupero della sovranità monetaria dell’Italia. Quando una banca centrale in un paese è “sottomessa” al potere politico, questa è la tentazione ripetuta dei governanti, in ogni paese, orientati dal breve orizzonte del loro successo politico personale.

  5. Daniele Caboni

    L’articolo però non menziona la proporzione economica causata dall’embargo e dalle ingiuste restrizioni economiche (il Venezuela attualmente è stato messo nella lista nera dei paesi terroristi)

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