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  1. Luca Neri Rispondi
    Occorre anche aggiungere che gli studi inerenti il workplace bullying/harrassment dimostrano che il fenomeno è generalmente gender-neutral in riferimento alla prevalenza e all'intensità delle conseguenze sulla salute. Il tema è molto complesso perché le modalità del bullying non sembrano essere invece gender-neutral. Inoltre, alcuni contesti con elevata gender dominance, le minoranze riportano più elevati livelli di vittimizzazione. Esistono inoltre evidenze riportate nella letteratura scientifica americana, che le donne sarebbero più frequentemente responsabili di episodi di hostile sexism rispetto agli uomini. Quindi, dal punto di vista del disegno di policy, interventi generalizzati diretti a tutelare in maniera più intensiva il sesso femminile rappresenterebbero una fonte di inefficacia e inefficienza oltre che forma di discriminazione sulla base del sesso. Gli interventi non possono che essere specifici per il luogo di lavoro, la problematica organizzativa specifica alla base del fenomeno bullying e il contesto psico-sociale dell'organizzazione.
  2. Corrado Giustiniani Rispondi
    Soltanto per completare il quadro statistico, e non per minimizzare: i femminicidi in Italia sono al di sotto della media dell'Unione europea per 100 mila donne: siamo intorno allo 0,40-0,50, contro l'1,13 della Germania, lo 0,98 della Francia, lo 0,59 della Svezia, e valori ben più alti per i Paesi dell'Est. Al di fuori dell'Unione, un caso a sé e la Svizzera dove la metà degli omicidi hanno per vittime le donne. Indignazione e protesta per questi delitti infami che nell'80 per cento dei casi hanno per autore un maschio conosciuto dalla vittima, vanno sostenute al massimo, come è accaduto in questi giorni. Anche perché nel nostro Paese vigevano fino al 1981 le norme assurde del "delitto d'onore" grazie alle quali molti di questi assassini se la potevano cavare anche con soli tre anni di reclusione. Ma non dobbiamo temere di pubblicare tabelle statistiche per raccontare come vadano le cose altrove.
    • Luca Neri Rispondi
      Buongiorno, il termine "violenza di genere" presuppone un'attribuzione di causa tutt'altro che verificata. La ricerca accademica sociologica e criminologica internazionale (al di fuori dei dipartimenti di gender studies) ha da tempo ormai adottato il termine neutro "intimate partner violence". E' stato dimostrato che questo fenomeno è equamente distribuito tra i sessi (Archer et al, 2000 e 2004). L'unico studio italiano confermerebbe queste indicazioni (Macri et al. 2012); Nel 2015 Elizabeth Bates ha osservato empiricamente che l'assunto alla base della teoria di gender violence (i.e. gli uomini aggrediscono per controllare; le donne per autodifesa) è privo di fondamento. In merito agli omicidi: occorrerebbe confrontare i tassi di incidenza di omicidi commessi dal partner/ex desunti dalle statistiche fornite dalla polizia per i reati giunti a definizione e passati in giudicato. Purtroppo non esistono tabulazioni dettagliate. Se si prendessero ad esempio i dati di Polizia 2013 ed il rapporto Eures dello stesso anno, risulterebbero accertati 34 omicidi di donne (18-65 anni) e 15 omicidi di uomini (18-65 anni) commessi da partner o ex (ovvero 1,43-2,89 donne/10^6 donne*anno e 0,51-1,45 uomini /10^6 uomini*anno). Ovviamente queste stime sono da ritenersi del tutto approssimative data l'impossibilità di reperire dati grezzi. Sarebbe auspicabile che ricercatori italiani del settore conducessero studi indipendenti su un tema estremamente controverso e politicizzato.