Nel 1993 le Nazioni Unite hanno adottato la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne. Più di vent’anni dopo, una donna su tre è ancora vittima di violenza fisica o sessuale. Dati ed evidenze suggeriscono la necessità di accrescere il suo potere decisionale nella coppia.

La Dichiarazione delle Nazioni Unite
Nel 1993 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne. Oltre vent’anni dopo, però, una donna su tre è ancora vittima di violenza fisica o sessuale.
Nella Dichiarazione, all’articolo 1, la violenza contro le donne è definita “qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata”.
Fondamentale è il riferimento agli atti di violenza “per motivi di genere”. In altre parole, i meccanismi che sorreggono la violenza perpetrata sulla donna non si riducono ai meri motivi che inducono all’atto violento, dovendo essere necessariamente collegati all’identità socialmente costruita e associata al sesso femminile. La violenza è perpetrata sulla donna perché è donna.
“La violenza di genere è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente ineguali tra uomini e donne, che hanno condotto alla dominazione sulle donne e alla discriminazione da parte degli uomini” si legge inoltre nel preambolo della Dichiarazione. Recentemente, la ricerca economica ha fatto notevoli passi avanti nell’identificare come le diseguaglianze economiche (e non solo) influenzino la violenza contro le donne, affiancandosi così alla ricerca psicologica e sociologica che indagano le ragioni individuali e sociali.
Poco incoraggianti i dati
Secondo i dati riportati da UN Women, nel mondo circa il 35 per cento delle donne hanno subito violenze fisiche o sessuali e circa il 10 per cento sono state costrette ad avere un rapporto o un altro atto sessuale. Uno dei dati più eclatanti riguarda gli autori delle violenze: solo nel 2012, la metà di tutte le donne uccise nel mondo sono morte per mano di partner, ex partner o membri della propria famiglia. Nella maggior parte dei paesi meno del 40 per cento delle donne che hanno subito violenza cerca una qualche forma di aiuto.
In Italia i dati non sono più incoraggianti e anche da noi il più impressionante riguarda il fatto che la maggior parte delle violenze è commesso da un partner attuale o precedente.
Potere contrattuale e violenza domestica
Recentemente la teoria economica ha abbandonato l’idea della famiglia come un’entità unica nell’affrontare le decisioni. È stato invece riconosciuto come i partner prendano decisioni separatamente e come il potere contrattuale di entrambi incida sulle decisioni e sul rapporto familiare. In tale prospettiva, anche la violenza domestica è funzione del potere contrattuale dei partner (household bargaining noncooperative model). I fattori che aumentano il potere contrattuale della donna diminuiscono la violenza domestica, poiché migliorano la sua forza contrattuale e le sue possibilità al di fuori del rapporto.
Per esempio, Anna Aizer (2010) mostra come parte della diminuzione della violenza contro le donne, avvenuta in California tra il 1990 e il 2003, sia stata causata dalla riduzione del differenziale salariale tra uomini e donne. In particolare, non solo il differenziale salariale tra i coniugi è importante, ma anche il salario potenziale per le donne che non lavorano.
Dan Anderber, Helmut Rainer, Jonathan Wadsworth e Tanya Wilson (2013) analizzano gli effetti della disoccupazione. Il senso comune suggerirebbe un aumento della violenza domestica in seguito all’aumento della disoccupazione maschile, che agisce come un “grilletto” per fenomeni di abuso. Gli autori dimostrano come la disoccupazione abbia invece lo stesso effetto del salario, incidendo sul potere contrattuale di marito e moglie: un aumento dell’1 per cento della disoccupazione maschile riduce la violenza del 3 per cento, mentre un aumento della disoccupazione femminile ha l’effetto opposto.
Infine, Betsey Stevenson e Justin Wolfers (2006) stimano gli effetti dell’introduzione del divorzio unilaterale negli Stati Uniti. L’istituto rende credibile la minaccia di divorzio da parte della moglie ed è responsabile di una diminuzione degli omicidi di donne (10 per cento) e della violenza domestica (meno 4 punti percentuali).
Un danno anche economico
La violenza contro le donne “costituisce un ostacolo al pieno progresso delle donne” (Dichiarazione UN, 1993). Le donne vittime di violenza hanno, infatti, una probabilità doppia di abortire e di soffrire di depressione (World Health Organization, 2013). Inoltre, la violenza diminuisce la probabilità che le donne trovino impiego mercato del lavoro (-7 per cento), oltre a contribuire a una diminuzione del loro salario (-5 per cento) (Joseph Sabia, Angela Dills e Jeffrey DeSimone, 2010).
La minor partecipazione delle donne al mercato del lavoro rappresenta solo una parte dei costi economici a livello sociale, causati dal fenomeno della violenza di genere: una stima del Centre for Disease Control del 2003 identifica un costo per la società statunitense di circa 5,8 miliardi di dollari all’anno, dovuto alle spese mediche e al declino della produttività. Uno studio analogo per l’Italia, che include però anche altri costi (come spese legali o costi sociali) quantifica tale costo in 17 miliardi di euro all’anno, circa l’1 per cento del Pil (Intervita, 2013).

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