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  1. giorgio ponzetto Rispondi
    Con riferimento alla chiusura dell'articolo del Prof. Ponti, mi permetto di ricordare che Keynes sosteneva che, in una situazione di crisi economica, con disoccupazione elevata e scarsità di investimenti, anche scavare buche e riempirle avrebbe prodotto effetti positivi sull'occupazione, sul reddito reale e sulla ricchezza di un paese. Mi sembra un insegnamento ancora attuale.
  2. Mauro Rispondi
    Professor Ponti, nelle sua valutazioni considera il fattore dell'omogeneità della rete? Su tutte direttive alpine, attraverso tunnel di base (Semmering, Koralp, Zimmerberg, Gottardo, Monteceneri, Lötschber, Brennero) o inteventi sui valichi (Tarvisio) nel giro di pochi anni viaggeranno treni merci trainati da una sola locomotiva lunghi fino a 750 metri, con peso trainato fino a 2000 tonnellate, con vagoni con sagoma PC80. E' ragionevole pensare che il traffico merci adotterà per distanze medio - lunghe questo tipo di trasporto, considerando anche il forte supporto in tal senso della Comunità Europea, per cui le aree non collegate a questo tipo di rete saranno fortemente penalizzate dal punto di vista logistico. Il mio riferimento è ovviamente al nord ovest d'Italia nel caso in cui non ci procedesse con i lavori della Torino - Lione.
  3. Aniello DE PADOVA Rispondi
    Sinceramente l'idea che gli investimenti si facciano per le imprese e per l'occupazione invece che per il benessere dei cittadini mi sembra poco allettante. Specie da quando abbiamo la chiara evidenza che, sempre più spesso,ai vantaggi per le imprese non corrispondono aumenti del benessere dei cittadini ma solo alla crescita del saldo del conto in banca di pochi (spesso neppure degli imprenditori)
  4. Pietro Spirito Rispondi
    Talvolta questo Paese riesce a dividersi su materie che devono essere inevitabilmente unanimi. Misurare l’efficacia degli investimenti pubblici e’ tautologia, ma poi lo facciamo molto di rado. Prendere decisioni sugli investimenti da fare è indispensabile, ma poi si continua a rinviare la scelta, accampando le scuse più diverse. Tecnica e politica hanno ruoli complementari, che richiedono una integrazione tra diversi livelli di responsabilità. Invece capita spesso che i ruoli si invertano. I politici sperano che i tecnici confermino esattamente ciò che loro hanno in testa, mentre i tecnici si immaginano di fare le mosche cocchiere della politica. Ne esce fuori un guazzabuglio assolutamente inestricabile, che conduce alla paralisi ed alla sommatoria di incertezze. Così l’Italia continua a perdere credibilità. E si allontana la capacità attrattiva del nostro Paese verso il resto del mondo
    • Antonio Dentato Rispondi
      E’ proprio così. I politici, a volte, affidano ai tecnici scelte che appartengono alle loro esclusiva responsabilità. E sperano che li traggano dall’impaccio, confermando le loro aspettative. Ma nel caso della creazione o non delle infrastrutture, a cominciare da quelle ferroviarie, prima o poi devono uscire allo scoperto e decidere non solo in rapporto ai costi/benefici economici e ambientali, ma anche e soprattutto in relazione alle prospettive che intendono dare allo sviluppo del territorio in cui quelle infrastrutture vanno ad insediarsi. E questo vale anche con riferimento allo sviluppo e all’integrazione fra territori prossimi dei singoli Paesi europei. Argomento, questo, che sembra completamente oscurato nel dibattito politico in corso. E che, invece, andrebbe tenuto sempre in evidenza anche per definire quale ruolo si intende far giuocare all’Italia nel contesto europeo.
  5. piero rubino Rispondi
    Un breve commento pubblico al prof. Ponti (con il quale ho spesso il piacere di dialogare). Analisi come al solito molto lucida, in particolare nel ribadire la necessità di abbinare correttamente strumenti ( analitici ) ad obiettivi ( di policy ): in breve ACB per ordinare i progetti, fino a scartare quelli che "non superano l'asticella"; analisi di VA per stimarne gli impatti sulla crescita. Il mio dissenso (o dubbio ) verte proprio sull'ultimo punto: le analisi di VA sono pur sempre statiche ( o di statica comparata, come forse direbbe un economista): pertanto impediscono di cogliere la complessità delle azioni e retroazioni che solo un modello completo del funzionamento dell'economia permette di apprezzare. Credo che per valutare gli effetti sulla crescita – segnatamente su quella potenziale, che poi è quella che più conta – serva un’analisi robusta dei moltiplicatori fiscali della spesa pubblica, in particolare della componente infrastrutturale. Stando a recenti (meta)analisi, ormai molto citate (come quella di Valery Ramey, es. da Giavazzi e Alesina, da Bini-Smaghi e da Balduzzi et al. su Vox.eu) questi moltiplicatori paiono effettivamente molto elevati e significativamente maggiori dell’unità; ma la loro reale entità dipende dalle condizioni di partenza, di contorno e di contesto (detto molto male). Grazie dell’(eventuale) attenzione.