logo


  1. Cristiano paolini Rispondi
    Sembra rispecchiare la mancanza di cultura delle regole diffusa in Italia. Se a partire dalle piccole cose l'onestà non è un valore centrale, il lassismo nel rispettare le regole si traspone ad ambiti sempre più alti. In questo quadro essere permissivi in questo senso permette a tutti di sentirsi meno in colpa per le proprie mancanze. Si riscontra anche nel vedere che personaggi riconosciuti come frodatori o disonesti in maniera più o meno grave continuano o dopo poco riprendono la loro autorevolezza come se tutti si fossero dimenticati delle loro azioni. Dovremmo imparare che chi sbaglia deve affrontare le conseguenze delle proprie azioni, che non vuol dire ostracismo senza pietà, semplicemente una misurata forma di richiesta di riguadagnarsi la fiducia perduta con un duro lavoro, anche per premiare chi si è sempre dimostrato onesto.
  2. micheledisaverio Rispondi
    Grazie per l'analisi articolata e per il Suo commento. Alcune considerazioni: https://it.wikisource.org/wiki/Piano_di_rinascita_democratica_della_Loggia_P2 L'abolizione del valore legale dei titoli di studio rientra nei piani pluriennali e di eversione democratica previsti da parte della Massoneria nel recente passato. Casi eclatanti di plagio e (ad arte) gonfiati non devono diventare il pretesto per decisioni che poco o nulla hanno a che vedere con il bene comune e con l'interesse collettivo. Esistono delle valide alternative per arginare il fenomeno dei plagi accademici: 1) introdurre il FILTRO della revisione paritaria, escludendo dalle valutazioni di merito le pubblicazioni non peer-reviewed : con un sistema di accreditamento pubblico dei certificatori privati (le riviste valutate in ambito accademico), simile alle certificazioni tecniche di qualità dell'industria, e con i sw antiplagio moderni dovrebbero essere identificati i casi di violazione delle regole. 2) reclutamento (per concorsi o chiamata diretta) comunque svolto esclusivamente per TITOLI ED ESAMI, tale che le nomine e gli avanzamenti di carriera tengano conto non soltanto di pubblicazioni potenzialmente plagiate, ma di una verifica scritta e puntuale delle competenze acquisite. Tale tipologia di esame presenta una minore possibilità di violare le regole.
    • bob Rispondi
      lei sta parlando ad un Paese dove si fa "carriera" per anzianità ..il distacco dal mondo reale non è abissale e antropologico..
  3. bob Rispondi
    dal Paese del nepotismo muffa cosa vi aspettavate? Dal paese del dott,ing, comm... Qualcuno qui parla di CV il 90% del popolino non sa neanche cosa siano. Il
  4. Paolo Balduzzi Rispondi
    Credo sia rilevante capire il luogo del plagio, ai fini della comprensione del fenomeno, più che la nazionalità degli autori. Un americano, per dire, che plagia lavorando in una università italiana conferma che l'Italia è un luogo dove il plagio è "tollerato"; se i 330 autori italiani il cui paper è stato ritirato lavorano all'estero, la situazione cambia totalmente, a mio avviso
    • Mauro Sylos Labini Rispondi
      Grazie per la sua giusta osservazione. Ho scritto "autori italiani" per essere sintetico. La base dati assegna la nazionalità del plagio in base alla nazionalità della università (o della istituzione) presso la quale gli autori lavorano.
  5. Savino Rispondi
    Non affidate i vostri figli in mano ai baroni, classica categoria che ha rovinato l'Italia. Speculare sulla cultura per portare a casa il lusso dei privilegi per sè e per la propria famiglia è gravissimo. I concorsi fasulli e taroccati nella ricerca sono la causa della fuga di tanti giovani dal nostro Paese e, ieri, questo fenomeno ha anche causato un suicidio. Ai nostri giovani disperati questi professori dell'ignoranza contrappongono il gesto dell'ombrello.
  6. Henri Schmit Rispondi
    Il plagiato è probabilmente fomentato dal valore formale dei CV che invece di avere sostanza devono essere lunghi. Il triste caso del CV utilizzato a fini carrieristici dall'attuale presidente del consiglio è emblematico; gli altri casi "ministeriali" o di esponenti politici di rilievo confermano la stessa triste realtà fatta di trucchi formali e di protezione corporativistica. Ma è quella la logica che governa il paese, o almeno quella parte pubblica del paese. Conta poi come l'opinione pubblica reagisce davanti ai presunti abusi (plagiati, finzioni, bugie, inganni): altrove persone pubbliche sono state costrette a dimettersi rapidamente; nel paese dove la giustizia formale, "garantista" si dice, dei tribunali ha sostituito la sanzione politica e il verdetto dell'opinione pubblica (cinica, compromessa, collusa) incapace di far valere i valori ufficialmente condivisi. Dovremmo avere rispetto per chi è bravo (con o senza tanti diplomi), ma per questo bisogna saper giudicare il merito, invece di accontentarsi di valutare sulla lunghezza del CV.
    • Mauro Rispondi
      Grazie per il suo commento. Effettivamente un problema importante riguarda le asimmetrie informative nelle valutazioni accademiche (soprattutto quelle di bassa qualità). Per certi versi, anche il caso delle riviste predatorie è un sintomo dello stesso problema: https://www.lavoce.info/archives/44664/riviste-predatorie-un-pericolo-per-la-scienza/ Importante comunque distinguere fra casi diversi: un conto è gonfiare il CV con esperienze vagamente millantate, un altro è copiare altri articoli e utilizzarli per ottenere titoli di studio o vincere concorsi.
    • Mauro Sylos Labini Rispondi
      Grazie per il suo commento. Effettivamente anche valutazioni con forti asimmetrie informative (o fatte male) possono favorire la diffusione del plagio, che in questo non è dissimile dal fenomeno delle riviste predatorie: https://www.lavoce.info/archives/44664/riviste-predatorie-un-pericolo-per-la-scienza/ Comunque è importante distinguere fra chi vanta esperienze vaghe e vagamente millantate e chi invece si appropria di idee e parole altrui.
      • Henri Schmit Rispondi
        Ho forse allargato troppo il tema che era il plagiato nella ricerca accademica, ma mi ha colpito la percentuale italiana nella tabella del suo interessante articolo. Non penso (e spero di non sbagliare) che gli Italiani siano tre volte più plagiatori degli altri, ma piuttosto che diano tre volte più importanza a pezzi formali che spesso nessuno legge. Ad aggravare però il giudizio è la mia tesi non dimostrata che l’opinione pubblica italiana in genere non è abbastanza severa con chi bara.