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Diminuire la spesa, ma senza tagliare i servizi

Un errore, un’omissione e una misinterpretazione

L’articolo di Paolo Balduzzi “Alla ricerca di possibili coperture” contiene un errore fattuale (di poco conto), una omissione importante, una misinterpretazione dei fatti accaduti e una valutazione a mio avviso erronea per quanto riguarda il futuro.

L’errore: Roberto Perotti non è mai stato commissario per la revisione della spesa, bensì un consigliere alla presidenza del Consiglio che si è occupato di alcuni aspetti della spesa pubblica.

L’omissione: l’azione della revisione della spesa nei 4 anni dei governi Renzi e Gentiloni ha portato, come certificato dalla Ragioneria generale dello stato, a una riduzione cumulativa (nel 2018) di 33 miliardi, che per caso coincidono con l’obiettivo contenuto nel rapporto di Carlo Cottarelli del marzo 2014, seppur con una composizione parzialmente diversa degli interventi.

La misinterpretazione: riferendosi al rapporto di Cottarelli, Balduzzi sostiene che “di queste misure non se ne fece molto, fatti salvi la razionalizzazione dei centri di acquisto nonché la riduzione delle aziende a partecipazione pubblica”. Non è così. In questi quattro anni sono stati realizzati interventi riguardanti gran parte dei capitoli del rapporto, oltre ad altri che lì non erano previsti. In molti casi l’entità dei risparmi è risultata diversa da quanto ipotizzato nel 2014. I motivi di tali scostamenti sono sostanzialmente due. In qualche caso, si è ritenuto che le proposte riducessero la qualità dei servizi: si possono senz’altro spegnere le luci dell’illuminazione pubblica, ma questo significherebbe minor sicurezza. Diverso è il passaggio dalle lampade tradizionali alla tecnologia Led, un progetto impostato nell’ultimo legge di bilancio, che porta risparmi maggiori, oltre che un bel po’ di investimenti pubblici nella filiera italiana dell’illuminazione, senza cambiare la natura del servizio.

In altri casi, le proposte non erano misure concrete ma semplicemente obiettivi teorici fissati senza tener minimamente conto degli aspetti realizzativi, ad esempio: è possibile risparmiare 1,7 miliardi dalla razionalizzazione delle forze dell’ordine? Certamente, se si è disposti a licenziare qualche decina di migliaia di carabinieri e di poliziotti. Perché il governo non ha voluto licenziare qualche decina di migliaia di carabinieri e di poliziotti? Perché le pubbliche amministrazioni non licenziano, neanche quando paesi finanziariamente falliti sono dovuti ricorrere a massicci aiuti esterni della Troika. Così è successo in Spagna, Portogallo e Irlanda, per esempio.

La valutazione errata

La valutazione del potenziale risparmio per il futuro. È possibile ottenere un’ulteriore riduzione della spesa? Io credo di sì. Serve, a mio avviso, proseguire sulla strada che ha portato a una diminuzione di 33 miliardi senza compromettere, anzi selettivamente aumentare, la qualità dei servizi. La centralizzazione degli acquisti, la gestione del turnover del personale, la razionalizzazione delle attività di “back office”, solo per citarne alcuni titoli. Balduzzi sostiene invece che “l’aggregato più facilmente aggredibile è sicuramente il complesso delle spese fiscali o tax expenditures”. Temo sia un’illusione.

È senz’altro possibile intervenire sugli sconti fiscali, tuttavia è meno semplice di quanto si pensi. Quasi tutte queste agevolazioni hanno una motivazione non campata per aria: gli incentivi alle ristrutturazioni e al risparmio energetico hanno dato sollievo al settore delle costruzioni, che aveva perso diverse centinaia di migliaia di occupati, soprattutto dopo il forte aumento della tassazione immobiliare avvenuto nel 2012; la riduzione delle accise agli autotrasportatori è servita come una parziale compensazione al notevole aumento generale effettuato sempre nel 2011/12, penalizzando gli autotrasportatori italiani e tutte le industrie italiane che utilizzano il trasporto su gomma. E così via. Anche intervenire sulle deduzioni e detrazioni Irpef delle quali godono le persone fisiche è teoricamente possibile, ma bisognerebbe ricordare che, per realizzare risparmi non simbolici, non basta toccare solo i redditi alti, ma servirebbe agire anche su quelli medi. È altrettanto importante ricordare che, in un paese dove molti ricchi si professano (nelle loro dichiarazioni dei redditi) poveri, questa misura porrebbe serie questioni di equità e, ahimè, darebbe un ulteriore incentivo all’evasione fiscale.

Yoram Gutgeld, ex commissario per la revisione della spesa

 

La risposta dell’autore
Paolo Balduzzi

Grazie mille a Yoram Gutgeld per l’attenzione all’articolo e per i suoi commenti chiarificatori. Mi limito a una brevissima replica sugli aspetti che ritengo più rilevanti.

Per quanto riguarda la quantificazione dei risparmi di spesa, è evidente che 33 miliardi in quattro anni non possono essere confrontati con 33 anni di risparmi annui a regime, anche se riconosco, come faccio nel pezzo, che le proposte di Cottarelli puntavano a una quantificazione massima, fatto naturalmente salvo il ruolo di scelta discrezionale – del come e del quanto – da parte della politica.

Per quanto riguarda il ruolo delle spese fiscali, è evidente che alcune di queste debbano essere tutelate (il pezzo chiosa nel finale proprio in questa direzione). Tuttavia, limitarsi in sede di legge di bilancio a provare a definire quali di queste tagliare e quali no non sembra, non solo a chi scrive, una scelta strategica (si veda, per esempio, il documento di analisi a cura del Servizio studi del Senato “Le spese fiscali in Italia nel primo rapporto annuale (2016)”.

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  1. lucio

    Egregio Yoram Gutgeld potrebbe essere piu’ specifico in merito a quale atto sia stato prodotto dalla Ragioneria Generale dello Stato sui risparmi realizzati dai governi che lei citava? Grazie

  2. lucio

    Probabilmente l’autore non ha avuto modo di leggere la mia richiesta, ad ogni buon conto lasciatemi sottolineare che scrivere riferendosi a dati o documenti senza riportarne le fonti espone gli scritti ad essere derubricati alla voce fake news

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