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Orbán in economia è un modello da seguire: le illusioni di Salvini

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Salvini sull’economia ungherese, fresca della reinvestitura di Viktor Orbán. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

Il carro dei vincitori

Le recentissime elezioni ungheresi, e soprattutto il loro risultato, hanno destato l’interesse di molti commentatori e politici. Victor Orbán, capo della destra nazionalista ungherese, ha appena conquistato quasi il 50 per cento dei voti alle elezioni presidenziali. Da qualche tempo oggetto di varie polemiche a livello europeo, qui in Italia è ormai un modello politico ed economico per la coalizione di centrodestra, in particolare per Matteo Salvini. Che, a Stasera Italia su rete 4 (minuto -8:02), ha dichiarato:

 “Voi sapete che la tassazione in Ungheria è al 16 per cento? E che la disoccupazione in Ungheria è scesa sotto il 4 per cento? E che il governo ungherese ha protetto le banche, la moneta e le aziende ungheresi?”

Le affinità programmatiche tra Lega e Fidesz, il partito di Orbán, non sono poche, e gli innumerevoli successi ungheresi in campo economico rappresentano per Salvini una prova empirica a dimostrazione che ciò che lui propone può davvero funzionare. La parte finale dell’affermazione sulla protezione di banche, moneta e aziende è troppo vaga e liberamente interpretabile per essere oggetto di una vera e propria verifica dei fatti. In effetti, il governo ungherese in questi anni ha deciso di dare una forte impronta pubblica al settore bancario attraverso l’acquisizione di importanti quote di partecipazione. Inoltre, per “proteggere” le aziende ungheresi, ha promosso un taglio alle imposte sulle imprese e sussidi garantiti a vari settori strategici, come il turismo, anche grazie agli importantissimi fondi di coesione europei. Ma il concetto di “protezione” esula da un tentativo sistematico di stabilire la verità.

Ecco perché ci concentreremo sulla prima parte della dichiarazione, verificando i livelli di tassazione e disoccupazione in Ungheria.

La tassazione solo al 16 per cento?

 Il punto saliente della dichiarazione di Salvini riguarda il sistema fiscale ungherese, viste anche le somiglianze che presenta con la proposta leghista. Il 16 per cento di cui parla, infatti, si riferisce all’aliquota dell’imposta sulle persone fisiche vigente in Ungheria. Si tratta di una vera e propria flat tax, introdotta nel 2015 e ridotta al 15 per cento soltanto un anno dopo. Fin qui tutto bene, si tratterebbe solo di una piccola svista di un punto percentuale.

Ma il problema di fondo nasce dall’uso del termine “tassazione”. La scelta di prendere solo un tassello del complesso mosaico, ossia la bassa aliquota in vigore per le persone fisiche, è un cherry picking a tutti gli effetti (peraltro, non così insolito quando si tratta di Salvini). Infatti, in un ranking che va dai paesi con la pressione fiscale più alta a quelli con la tassazione più bassa, l’Ungheria risulta come il dodicesimo paese in Europa nel 2016, secondo uno studio della Commissione Europea sulla tassazione in vigore nei paesi dell’Unione. È circa 5 punti sopra la media Ocse e supera abbondantemente i paesi dell’area ex-sovietica.

Il problema consiste nello scomporre questo dato nelle sue varie componenti. Per quanto riguarda la tassazione diretta, di cui fa parte anche la flat tax sui redditi delle persone fisiche, l’Ungheria si trova al penultimo posto in Europa. L’altra flat tax, quella sulle società, è attualmente al 9 per cento e costituisce un vero e proprio caso limite a livello comparato. Molto bassa è anche la tassazione sui ricavi finanziari. Ci si potrebbe fermare qui, come Salvini ha strategicamente fatto, e affermare che l’Ungheria sia una vera isola felice quando si parla di fiscalità. Ma prendendo in considerazione anche la tassazione indiretta, ecco che l’Ungheria sale al quarto posto della classifica: meno di un quarto dei ricavi tributari dello Stato viene dalla tassazione diretta e quasi la metà da quella indiretta. L’Iva ungherese, al 27 per cento, è infatti la più alta al mondo. E i contributi sociali che gravano su imprese o lavoratori, minandone fortemente la produttività, sono ben al di sopra della media Ocse: il cuneo fiscale è al 48,25 per cento, il terzo più alto in Europa e oltre 12 punti sopra la media Ocse.

 

Il dato della pressione fiscale deve comunque essere soggetto ad alcune cautele. È un indicatore che ha il pregio di essere legato al Pil nominale, in modo da contestualizzare possibili variazioni del valore della moneta. Ha però alcuni difetti: è comunque influenzato dal ciclo economico e dai comportamenti dei contribuenti, oltre che dai provvedimenti assunti da governo e parlamento, e tiene conto al denominatore di un Pil che include anche la parte sommersa (che per definizione non paga imposte e contributi).

È utile quindi considerare anche un altro indicatore, come il total tax rate della World bank, ossia la percentuale complessiva di imposte e contributi obbligatori rispetto al profitto commerciale (quindi dopo le deduzioni e le esenzioni consentite). L’Ungheria è il tredicesimo stato in Ue per total tax rate, con un livello del 46,5 per cento contro una media europea del 40,6.

Cosa sta facendo Orbán in tutto questo?

Salvini cita quindi solo una parte della storia. La realtà, come visto, è molto diversa. Tuttavia, questo non significa che il governo Orbán sia responsabile della situazione appena descritta. Anzi, la riforma fiscale da lui approvata, dovrebbe portare a una riduzione della pressione fiscale, almeno dal lato di contributi e imposte dirette.

La disoccupazione scesa sotto il 4%

Sulla disoccupazione, invece, Salvini ha citato il dato giusto. Attualmente il tasso di disoccupazione in Ungheria è al 3,9 per cento e si è ridotto, dall’inizio del primo mandato di Orbán, di oltre 7 punti percentuali. Va sicuramente ricordato che la media degli altri paesi del gruppo di Visegràd (Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), con cui di solito si paragona, è molto simile. Inoltre, l’Ungheria ha fatto forti investimenti su programmi pubblici di occupazione (a detta di alcuni poco produttivi).
Insomma, di progressi il mercato del lavoro ungherese ne ha da fare, ma il dato è quello e incontrovertibile.

Tuttavia, come nota l’Ispi, la situazione economica ungherese (che abbiamo analizzato con un infografica) sembra rosea solo in apparenza: Pil che cresce del 3,2 per cento nel 2017, disoccupazione ai minimi, rapporto debito/Pil in discesa non bastano per garantire la crescita del benessere dei cittadini. La crescita economica non ha tenuto il passo degli altri paesi di Visegràd e negli otto anni di governo Orbán la crescita complessiva dell’Ungheria è stata la più lenta tra questi paesi. Il Pil procapite ungherese risulta ancora piuttosto basso rispetto non solo a paesi più grandi e più sviluppati, ma anche a paesi comparabili come quelli di Visegràd. Inoltre, gli ungheresi sono ancora il popolo con la speranza di vita tra le più basse in Ue (76,2 anni).

Fonte: Eurostat

Il verdetto

Matteo Salvini ha cercato nell’Ungheria una prova lampante che la flat tax funzioni e che porti a crescita economica, occupazione e benessere. Nel farlo, tuttavia, ha citato un dato VERO, ossia quello sul tasso di disoccupazione, ma ha fornito una visione fuorviante del sistema fiscale, selezionando ad arte la sola aliquota della flat tax. Dimenticando invece che l’Ungheria ha l’Iva più alta al mondo. Inoltre, la situazione economica ungherese, nonostante il buon livello di occupazione, presenta comunque alcuni rallentamenti. Ha dato quindi una narrazione ingannevole della realtà, con un cherry picking necessario a suffragare le proprie argomentazioni. La dichiarazione di Salvini sulla tassazione è pertanto FALSA.

Ecco come facciamo il fact-checking. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

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  1. roberto

    ancora una volta si confonde fact-checking con affermazioni politiche guarda caso rivolte sempre contro una certa parte politica. Fate questo fact-checking molto semplice: gli elettori votano in massa CONTRO quello che voi rappresentate in tema di globalizzazione, immigrazione e … gauche-caviar.
    Non frega nulla che voi non pubblichiate l’intervento. Bastano i referendum le elezione del 4 marzo a dirvi come la pensiamo.
    p.s. io i titoli li ho veramente (MSc, PhD, MBA, Dott) e non sono quelli farlocchi da voi millantati

    • Lorenzo Borga

      Gentile Roberto, è in grado di segnalare errori o imprecisioni contenute nel fact-checking? Se sì, siamo pronti a correggerci. Se no, rimandiamo serenamente al mittente le accuse. Nel sito può facilmente trovare verifiche e articoli di critica su TUTTE le parti politiche.

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