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Imt Lucca, un progetto incompiuto*

Se il cambiamento dell’università italiana deve arrivare da istituzioni come l’Imt Lucca vanno previsti adeguati strumenti di valutazione. Per tener conto degli obiettivi prefissati e delle loro peculiarità, anche finanziarie, rispetto agli altri atenei.

Tempo di bilanci per Imt

Più di dieci anni fa lavoce.info ospitò un dibattito sull’università italiana che è ancora attuale: è possibile riformare il sistema esistente con più autonomia e valutazione o è necessario puntare su nuove istituzioni? Pochi mesi dopo nacque l’Imt Lucca e diversi intellettuali firmarono un appello pubblico a sua difesa. Recentemente, a margine del caso Madia, Roberto Perotti gli ha dedicato un breve commento: “più di un ex studente si è sentito un po’ abbandonato” durante il suo percorso di studi, ma alcuni lo vedono ancora come il “tentativo di rompere il monopolio di piccole università statali e di darsi regole più appropriate ai tempi”. Si è però astenuto da ulteriori valutazioni.

È forse arrivato il momento di un primo bilancio. Anche perché Imt (Istituzioni, mercati, tecnologie) riceve ogni anno una quota non marginale di Fondo di finanziamento ordinario (nel 2016 circa 7 milioni di euro) e ingenti finanziamenti dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (nel 2016 circa 2,5 milioni). Con tali entrate, la faculty a tempo indeterminato è composta da dodici professori (sette ordinari e cinque associati) e sembra leggermente sotto dimensionata. Il dato non è necessariamente negativo. Ma l’istituzione accoglie ogni anno almeno 36 studenti di dottorato (ne risultano attualmente iscritti 125). Alcune criticità nel rapporto studenti/docenti, forse all’origine del caso Madia, non sembrano quindi essere state risolte.

Un aspetto che genera perplessità sono gli ambiti di ricerca della scuola. Il ministero dell’Istruzione università e ricerca istituì l’Imt con l’idea che dovesse concentrarsi sui “temi dell’innovazione sociale, istituzionale, economica e tecnologica”.

All’inizio significò impegnarsi su informatica, economia e scienze politiche. Le cose sono cambiate radicalmente nel corso degli anni. Per quanto l’Imt faccia della interdisciplinarietà la sua bandiera, è singolare che oggi i settori dei docenti di un’istituzione così piccola spazino dall’archeologia classica al diritto amministrativo, dalla psicologia alla fisica della materia. La scuola ha oggi 10 unità che utilizzano metodi di ricerca di economia, ingegneria, informatica, matematica applicata, fisica, archeologia, neuroscienze cognitive e sociali, storia dell’arte e gestione dei beni culturali. Con il diritto amministrativo, la biochimica clinica e la psicologia, si supera una disciplina per docente. Da un’intervista recente al Sole-24Ore, sembra che il prossimo progetto sia puntare su una business school. Questa eterogeneità si scontra con gli standard internazionali di istituzioni accademiche di grande qualità e di piccole dimensioni, caratterizzati da cluster di studiosi con interessi di ricerca contigui, capaci di creare massa critica. L’estrema varietà delle aree di ricerca ha influito negativamente anche sulla chiarezza e la coerenza temporale dei quattro programmi di dottorato attivi.

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La qualità della ricerca

Dal punto di vista della qualità della ricerca, l’Imt ha presentato all’ultima Vqr (valutazione della qualità della ricerca) 29 prodotti. L’unica area in cui esistono dati sui risultati è quella di Economia e Statistica. Le altre sono infatti troppo piccole e, per ragioni di riservatezza, l’Anvur non diffonde i risultati. Tra i dieci prodotti di quest’area, otto sono stati valutati come eccellenti, uno come buono e uno come sufficiente. Un risultato positivo che deve fare i conti però con il fatto che quasi tutti i docenti di economia e scienze politiche assunti dall’Imt nel corso degli anni hanno lasciato la scuola (tra questi anche alcuni di coloro che avevano partecipato all’ultima Vqr). Inoltre, nessuno dei ricercatori assunti sul job market internazionale, una delle innovazioni iniziali della scuola insieme a quella del comitato scientifico esterno, è diventato professore a tempo indeterminato. Esperimenti istituzionali come Imt hanno bisogno di un periodo iniziale di tentativi ed errori, ma lascia perplessi che, a più di dieci anni della sua nascita, nessun giovane ricercatore abbia potuto o voluto costruire e consolidare la sua carriera all’interno della scuola.

L’ex direttore Fabio Pammolli, che recentemente si è trasferito al Politecnico di Milano ed è uno dei coordinatori del nuovo Human Technopole, ha dichiarato di aver completato quello che fu il mandato affidatogli. Sarebbe importante conoscerne i dettagli, dato che a circa dodici anni dalla sua istituzione, Imt sembra ancora un progetto incompiuto e ben diverso da quello originario.

Il dibattito ricordato all’inizio continua e persino gli autori di questo articolo hanno posizioni diverse. Le istituzioni nate negli ultimi anni hanno avuto strutture e dinamiche differenti, ma la storia di Imt, che conosciamo per esperienza diretta, mostra che se il cambiamento dell’università italiana arriverà davvero da nuove istituzioni, è importante prevedere strumenti di valutazione che tengano conto sia degli obiettivi con i quali sono state create sia della loro peculiarità (anche finanziaria) rispetto alle altre sedi universitarie.

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* Gli autori di questo articolo hanno lavorato in passato a Imt come ricercatori e furono assunti sul job market internazionale.

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  1. Marcello Romagnoli

    Ma le università italiane hanno veramente la necessità di essere “riformate”?
    Gli atenei italici soffrono di due problemi principali.
    Il primo è il cronico sottofinanziamento rispetto alla media europea sancita ripetutamente dalle analisi internazionali. Questo porta con sé una mancanza di infrastrutture, di personale che si traduce in un posizionamento non altissimo, ma neppure basso, nelle più che discutibili classifiche mondiali. Anche se la maggior parte delle università pubbliche italiane si colloca nel top 5% secondo queste più che discutibili liste, il fatto che non ce ne siano di italiche nelle prime 10 (o 50 o 100 a piacimento di chi attacca il sistema pubblico) è materia di scandalo.
    La seconda piaga è l’eccesso di burocrazia imposta a un servizio che per sua stessa natura DEVE essere snello e rapido. Ciò non vuol dire senza alcun controllo, ma neppure con un peso assillante che rallenta ogni attività e ne consuma energie.
    Le “baronie” sono codificate dalle leggi italiane e se non ci fossero saremmo contro la legge. Se vogliamo toglierle allora cambiamo le leggi.

  2. Nicola Salerno

    Conosco la realtà di IMT solo per assai sporadici contatti da esterno, tuttavia realizzatisi in un esteso intervallo di tempo, praticamente dalla fondazione sino a tutto il 2012 e anche parte del 2013. Il mio primo ricordo è una lectio magistralis di Alesina sull’istruzione universitaria e post universitaria, tenuta lì in IMT proprio all’inizio e che faceva sperare in un progetto esemplare e di successo (andai a Lucca just in purpose per quella lezione). Poi nel tempo ho ricevuto una lunga serie di impressioni contraddittorie (mio giudizio soggettivo obvs.) che in parte si rispecchiano nella franca analisi dell’articolo. Come mio ricordo finale c’è il passaggio di testimone di Pammolli, in anticipo di pochi mesi rispetto alla naturale scadenza del suo secondo mandato e motivato dal fatto che il progetto era stato oramai perfezionato e rodato. Su quest’ultimo punto ci furono anche alcune riprese stampa.

  3. francesco Zucconi

    Credo che si dovrebbe finanziare molto di più l’università pubblica. In ogni caso la strategia di affidare a corpi ristretti la soluzione del “problema università ” è solo il marchio di una classe dirigente che non ha amore per l’ Italia e che è assai digiuna di competenze storiche. Infine non sono affatto sorpreso che certe strutture di pseudo-vertice in realtà producano anche tesi di dottorato scopiazzate male. Il vero merito in Italia è scomodo!!!!!

  4. roberto

    I problemi sono molteplici e irriformabili in quanto gli interessi delle parti in gioco prevalgono sulle valutazioni formative. Chi dice che le università non hanno bisogno di riforma e che sono sottofinanziate dice il vero e il falso insieme. Il vero in quanto i fondi reali sono scarsi e quei pochi dati a pioggia. Il falso in quanto l’esistenza stessa della figura di “ricercatore” in facoltà come scienze della comunicazione, filosofia o similia è solo un modo per dare uno stipendio a chi fa le veci dei professori e di ricerca vera dubito ne abbia mai fatta. Il tutto negli ultimi anni si è aggravato con la scellerata riforma del 3+2 (alias laurea breve) che soprattutto nelle facoltà scientifiche è un non senso e serve solo a raddoppiare le cattedre e a genere titoli senza mercato alcuno. Cercare di aumentare il numero dei laureati per fini statistici è la negazione stessa del titolo universitario che per forza di cose deve essere altamente selettivo (vedi École nationale d’administration). I call center sono pieni di laureati “inutili” e invece abbiamo dannatamente bisogno di lauree di alto livello. Ripeto, troppi interessi in università, sarebbe come aspettarsi la riforma dei privilegi dei deputati

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