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La riforma impossibile

I tentativi di modificare in meglio l’università italiana si sono trasformati in altrettanti fallimenti. E continuare a credere che il sistema sia riformabile è un’illusione che avvantaggia chi vuole conservare lo status quo. È necessario invece puntare su istituzioni nuove, come l’Iit, che possano contare su finanziamenti adeguati, ma soprattutto siano libere da ogni legame con l’attuale establishment accademico. Solo così avremo il rigore, i controlli e gli incentivi necessari alla ricerca scientifica di livello internazionale.

Ha ragione Roberto Perotti: il sistema universitario e della ricerca in Italia non sono riformabili. Serve un cambiamento radicale perché riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento. A riformarlo ha provato il centro-sinistra, ma ha partorito una riforma dei concorsi che è riuscita a peggiorare il meccanismo preesistente. Un risultato non da poco, vista l’assurdità di quel sistema.
Il ministro Letizia Moratti, per un istante, è stata coraggiosa e ha commissariato il Cnr, che ha 6.300 dipendenti, di cui mille addetti a mansioni amministrative, e uno su tre impiegato nel Lazio. Ma il suo coraggio è durato lo spazio di un mattino: anziché chiudere l’ente, riassumere i ricercatori bravi in una nuova struttura e liquidare quelli scadenti insieme a quasi tutti gli amministrativi, ha dato mandato ad Adriano De Maio di riformarlo. Non cambierà nulla e già De Maio chiede fondi per “rafforzare il Cnr”.

Il modello catalano

È ovvio cosa va fatto: basta guardare a Barcellona e imparare da Andreu Mas-Colell. Messo a capo di università e ricerca dal governo della Catalogna, ha puntato tutto su istituzioni nuove: Pompeu Fabra, un’università creata nel 1990, e una serie di istituti di ricerca che fanno dell’ex zona olimpica di Barcellona uno dei “parchi” scientifici più promettenti d’Europa. Nel nostro piccolo, è stato così anche con l‘Igier: se dodici anni fa avessimo ceduto alle pressioni di chi, nell’università Bocconi, non voleva che nascesse come istituto indipendente, oggi l’Igier sarebbe morto da tempo. E invece è l’unico istituto italiano di economia sulla mappa internazionale.
Anziché imparare da Mas-Colell, ci si ostina a rincorrere l’illusione che sia possibile migliorare l’esistente.
Si dovrebbero “premiare con risorse aggiuntive i centri di eccellenza già esistenti”, suggeriscono Marco Pagano e Tullio Jappelli. E propongono che i fondi assegnati dalla Legge finanziaria all’Istituto italiano di tecnologia, siano invece destinati alle università per assumere nuovi professori “sotto il controllo di un comitato scientifico internazionale e con decisioni basate rigorosamente sul merito e sulla qualità del programma di ricerca presentato”.
Pensiamo però a che cosa è accaduto con i “centri di eccellenza” già istituiti. Nonostante referee internazionali e decisioni ovviamente basate “esclusivamente sul merito”, in tre anni abbiamo creato cinquantasei centri di eccellenza, di cui sette nel campo della biotecnologia e quattro in quello delle tecnologie dei materiali sottili (materiali e superfici nanostrutturati). Il risultato è che il finanziamento medio per ogni centro è di 2,2 milioni di euro per un triennio: con queste somme non si creano laboratori eccellenti. La soluzione ovvia, finanziare solo i dieci centri migliori con dieci milioni ciascuno, evidentemente non era politicamente praticabile .

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Lo stesso è accaduto quando si è trattato di scegliere le università che avrebbero offerto, oltre ai trienni, anche una “graduate school”. La legge riserva al ministro il potere di autorizzare le graduate school: era un’occasione unica per differenziare le novantatre (sic) università italiane in teaching colleges e research universities, così come è avvenuto in Gran Bretagna. Invece, il ministro Moratti ha concesso a tutte l’autorizzazione per corsi di laurea specialistica, con il bel risultato che avremo novantatre graduate schools, tutte pagate a piè di lista dal contribuente, novanta delle quali produrranno solo mediocrità.

Riformatori “alleati” dei conservatori

Illudendosi che sia possibile migliorare l’esistente in realtà si fa il gioco dei conservatori, cioè di coloro che sono responsabili del disastro in cui ci troviamo. Nelle istituzioni esistenti, i consigli di facoltà, i comitati del Cnr, il Cun, la conferenza dei rettori, i conservatori hanno sempre la meglio perché dispongono di maggioranze sufficienti a garantire i loro privilegi. E così i riformatori diventano, malgrado le migliori intenzioni, conniventi con i conservatori.

Facciamo fatica a capire perché colleghi intelligenti come Marco Pagano e Tullio Jappelli, che tanto hanno dato alla ricerca, parlino di rigore, controlli e incentivi senza rendersi conto che l’unico modo per garantirli è di muoversi all’esterno dell’università italiana di oggi. Vittorio Grilli ci sta provando con l’Iit: è per questo che cerchiamo di aiutarlo mentre tutti i conservatori lo criticano. Proprio come accadde dieci anni fa a Barcellona, quando Andreu Mas-Colell portò una ventata di aria nuova.

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E’ una vocina ma si fa sentire

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Dibattito sull’Iit

  1. stefano micossi

    Come persona estranea all’università ho forse poco titolo per parlare. Ma più leggo le radicali tesi a sostegno dell’Iit, meno sono convinto. Cito due obiezioni.
    Primo, da esterno all’università mi interrogo: ma come può riuscire un’operazione che si pone esplicitamente e radicalmente in contrasto con tutto l’establishment accademico italiano, eppure sorge in Italia, con denaro pubblico italiano, nel quadro normativo italiano, nell’ambiente economico e sociale italiano? Se nulla si può fare per migliorare il sistema attuale di selezione del personale insegnante e dei progetti di ricerca in Italia, se il eprsonale è tutto da buttare, perché mai questo istituto dovrebbe riuscire, laddove null’altro funziona? La ricerca fiorisce nell’ambiente circostante, non nel deserto. Come mai potrà fiorire questo progetto, contro tutto l’establishment accademico e di ricerca italiano? Appoggiandosi agli amici americani? Scelti come? L’idea che la garanzia possa derivare semplicemente dalla qualità dei promotori a me non sembra convincente, pur con tutta la stima che ho per questi promotori.
    In secondo luogo, a me pare che un tale progetto avrebbe dovuto essere sottoposto a rigorosi test di valutazione da parte di terzi indipendenti. Se manca la selezione dei pari accademici, almeno si sarebbe dovuto ottenere quella del mercato, imponendo la presenza di “matching funds” privati, come si fa alla Commissione europea. Se i soldi sono elargiti dal principe italiano, notoriamente non molto bravo a valutare l’impiego dei suoi fondi, senza una vera concorrenza con progetti alternativi, senza una selezione dei pari accademici, senza lo scrutinio di investitori privati, mi sembra che manchino gli elementi minimi per decidere un’erogazione così importante di denaro.

  2. Luca Deidda

    Seguo con interesse il dibattito sul sistema universitario nazionale. Ho trovato estremamente lucida l’analisi di Perotti. Non riesco a capire invece le motivazioni economiche alla base della proposta Iit. Se si ridisegnasse il sistema creando gli incentivi seri ed il rigore di cui parlano Perotti, Pagano e Jappelli, sarebbe il mercato a decretare i vincitori: solo i centri d’eccellenza veri resterebbero sul mercato (già, pur tra mille difficoltà, emergono, vedi Igier, Salerno, Crenos, etc). Non colgo invece, per quale motivo creare dal niente un nuovo unico istituto di eccellenza dovrebbe curare i mali italiani in assenza di un sistema di incentivi che si applichi in generale. Chi ci assicura che in 15-20 anni non sarà un altro baraccone?
    Mi pare che più che di istituzioni create ad hoc, virtuose per definizione, ci sia bisogno di un chiaro sistema di regole sane. Gli It poi verrebbero da se, li produrrebbe spontaneamente il talento presente sul mercato (talento che ovviamente c’è, basta leggere gli scritti degli economisti che scrivono su quest’ottimo giornale).

  3. GIUSEPPE LO VERSO

    Leggo con estremo interesse la polemica seguita alla creazione dell’Iit, piuttosto che assegnare nuovi fondi alle Università o al Cnr.
    Il problema della scarsa qualità della maggior parte delle università italiane sta nella scarsa qualità dei docenti che, in grande numero, sono diventati tali non per meriti scientifici ma piuttosto a seguito di un processo di cooptazione da parte del barone di turno, il più delle volte genitore, zio o parente stretto del candidato ricercatore o professore.
    Non è un caso che, come ha segnalato giustamente Tullio Japelli nel suo articolo “l’immobilità dei docenti universitari” (10-9-2002) in alcune università quasi il 100% dei concorsi, di ogni fascia, viene vinto da laureati, dottorandi, ricercatori o docenti già facenti parte della medesima università.
    Sarebbe interessante fare una statistica del numero di parenti di docenti in servizio che risultano vincitori di concorsi nella stessa università in cui insegna il padre, la madre, lo zio o il fratello.
    La conseguenza immediata di questo fenomeno è che il livello dei docenti in alcune Università italiane per lo più del sud Italia si sta abbassando graduatamente verso una mediocrità assoluta.a
    Faccio un esempio significativo noto a molti: alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo vi è un ricercatore semianalfabeta, vincitore di concorso, di cui è stato l’unico candidato, nell’istituto presieduto dal padre.
    Questa è una vergogna assoluta.
    Questo assurdo sistema impedisce ai nostri migliori laureati di dedicarsi alla ricerca o li costringe a lavorare all’estero dove vengono apprezzati nelle Università americane, inglesi e tedesche dove contano le capacità individuali e non conta il cognome che si porta.
    Occorre mettere un freno a questa vergogna!!!
    Occorrerebbe un serio sistema di controllo dei concorsi universitari che impedisca ai parenti di ogni ordine e grado di un docente della stessa università a partecipare ad un qualunque concorso, nella stessa Università di dottorato, di ricercatore o di professore.
    La speranza è che in questo modo si eliminino delle situazioni di vantaggio che impediscono la reale selezione dei migliori.
    Occorrerebbe inoltre un efficace e trasparente sistema di valutazione dei docenti sulla base della “capacità di insegnare” piuttosto che sul numero di pubblicazioni effettuate.
    A Bologna nel 1200 i docenti che non avevano seguito di discenti nelle loro lezioni venivano mandati a casa. Più o meno quello che accade nelle università americane dove tutti i docenti sono a contratto a tempo determinato.
    Nono è accettabile che i docenti scadenti in Italia siano inamovibili.
    Ben venga, pertanto la riforma Moratti a condizione che metta in luce tutti questi fenomeni e che non sia l’ennesimo tentativo di proteggere una lobby di ricercatori piuttosto che un’altra.

  4. Luigi Pisano

    Sto seguendo con interesse il dibattito sull’università che va avanti su queste “pagine” ormai da mesi. Sicuramente una riforma radicale e decisa è auspicabile e necessaria.
    Da studente, però, sarei molto interessato a leggere interventi più articolati riguardanti gli stravolgimenti in corso sul versante didattica. Un giornale così intimamente legato al mondo accademico può essere il luogo adatto per analizzare la situazione in modo non banale e ipotizzare i futuri sviluppi.

    Distinti saluti

    Luigi Pisano

  5. Davide Cantoni

    Il fatto che grandissimi economisti del calibro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi partecipino al dibattito intorno all’Iit mi fa tornare in mente un vecchio aneddoto.
    Pare che negli anni 40, nauseato da un certo sottile antisemitismo, Paul Samuelson sia uscito da Harvard, salito sulla metropolitana locale (la “T”) nella stazione “Harvard” e sceso due fermate più avanti, a “Kendall” (oggi “Kendall-MIT”) per convincere il rettore dell’MIT a fondare una facoltà di economia.
    Spero che l’Iit venga fondato in una città con un linea metropolitana…

  6. Paolo Bertoletti

    Come ha già scritto Luigi Spaventa, si può largamente condividere la diagnosi di Roberto Perotti sullo stato dell’Università italiana senza doverne logicamente dedurre che il progetto dell’IIT è buono. Il punto discriminante mi sembra quello relativo alle garanzie circa il buon uso di risorse pubbliche (come, immagino, sono quelle della Pompeu Fabra e dell’IGIER). Sono certo che Alberto Alesina e Francesco Giavazzi chiariranno in privato con Tullio Jappelli e Marco Pagano le rispettive posizioni su questo argomento. Anche per noi lettori sarebbe però utile conoscere come Alesina e Giavazzi rispondono alla seguente osservazione (di Jappelli e Pagano):
    “Un progetto così vago è una delega in bianco al ministro del Tesoro e a quello della Ricerca.
    Il nuovo ente, sostenuto con fondi pubblici, avrebbe meritato ben altra istruttoria: un comitato scientifico internazionale, un progetto di fattibilità, una stima dei costi, l’annuncio di obiettivi credibili, un gruppo di scienziati disposti a sostenerlo. Poi una gara tra le città interessate a ospitarlo. La trasparenza degli obiettivi, delle procedure e dei criteri non è solo un dovere del processo democratico di formazione delle leggi. In casi come questo, contribuisce a dare il tono della serietà e della credibilità della proposta e della sua stessa probabilità di successo nella comunità scientifica internazionale.”
    Cordialmente,
    Paolo Bertoletti

  7. Bruno Dente

    Trovo assolutamente incomprensibile il dibattito sull’Iit.

    Innanzitutto non so di che cosa si sta parlando. Non so, ed è il punto centrale, quale sia il programma dell’Istituto. Non so chi lo dirigerà e quali contributi abbia dato all’organizzazione di centri tecnologici di eccellenza. Non so nemmeno se si propone di intervenire sui punti di forza o quelli di debolezza della ricerca scientifica e tecnologica italiana. Siccome tutte queste cose le ignoro non posso esprimere un giudizio e una previsione sulla sua efficacia: chi afferma che è una buona idea dovrebbe avere l’onere della prova mostrando che può funzionare.

    In secondo luogo trovo uno iato profondo tra la diagnosi e la terapia. Non si può dire che l’Italia è arretrata e dedurne la necessità dell’Iit. Che nesso c’è tra l’una e l’altra cosa? Certo se si investe 1 euro (o 100 milioni di euro) si otterrà qualcosa in più di quello che si ottiene adesso, ma se ciò sia sufficiente a invertire la tendenza chi lo sa? E comunque il problema è che non è affatto chiaro se la produttività sarebbe minore se si investisse nei centri già esistenti. Ma, obiettano Giavazzi e Alesina, il sistema italiano è corrotto e fa solo distribuzione a pioggia. E che garanzie ci sono che l’Iit, i cui organi sono di nomina politica, non riproduca i difetti del sistema italiano?

    In terzo luogo, è proprio vero che l’Università italiana va così male? Anzi che va peggio di quanto andasse 20 o 30 anni fa, e che le riforme degli anni ’90, l’autonomia soprattutto, sono state inutili o dannose? I dati di Perotti, che si riferiscono all’economia, mostrano come i giovani candidati sono spesso “meglio” (più internazionali) dei loro commissari di concorso. Le ricerche dell’Osservatorio Alma Laurea mostrano che l’essere laureati facilita l’inserimento sul mercato del lavoro. La produttività del sistema complessivo sembra migliorare sia per quanto riguarda la regolarità degli studi sia per quanto riguarda uno dei punti certamente dolenti del sistema, vale a dire l’impegno dei docenti. Giavazzi ed Alesina hanno altri dati che mostrano il contrario? Quali? Il fatto che i vincitori di concorso sono spesso locali?

    Ecco alcuni dati che si riferiscono all’Università che in questo momento conosco meglio, il Politecnico di Milano: a seguito della riforma si laureeranno in corso non meno del 60% degli immatricolati del 2000, con un tasso di abbandono che è calato al 15% e che, soprattutto, si è concentrato nel primo anno (a 19 anni è lecito sbagliare qualcosa). Le entrate per i contratti di ricerca e il “conto terzi” tra il 1995 al 2002 sono più che quadruplicate e raggiungono oggi tra il 15/20% di quello che dà lo stato. I brevetti depositati in Italia e all’estero sono passati da una media di 6/8 all’anno a più di 40. All’ultimo ciclo di dottorato sono arrivate 63 domande di laureati stranieri su 290 posti a bando (poche, se comparate alle quasi 700 italiane, ma in crescita negli ultimi anni). E stiamo parlando di una Università pubblica, che riceve meno risorse della media italiana, che non può fare selezione all’entrata e nella quale – udite, udite! – la maggior parte delle carriere sono interne. Se uno guarda istituzioni certamente di eccellenza come la SISSA o il Sant’Anna o istituzioni comparabili come il Politecnico di Torino trova risultati analoghi o migliori.

    Devo per forza dire che tutto questo va male, per essere serio e anticonformista? E che l’unica soluzione è “uscire dal sistema”?

    Conclusione metodologica: vogliamo comparare il Politecnico di Milano al MIT o a Caltech? Benissimo, si può fare e non credo che ne usciremmo così male, anche se sarebbe più assennato compararlo al Politecnico di Zurigo o all’Università Tecnica di Delft. Ne riceveremo stimoli importanti al miglioramento. Comparare l’intero sistema italiano all’intero sistema statunitense è operazione priva di senso (i Community Colleges dove li mettiamo? e il peso della grande impresa?). Trarne conclusioni “micro” (l’Iit è una buona cosa) è pura ideologia.

    Un consiglio finale: i promotori dell’Iit, se davvero hanno un progetto scientifico valido, farebbero bene a dirlo e a prendere le distanze dai loro sostenitori acritici. Se non ce l’hanno, per favore, ne costruiscano uno al più presto, lo sottopongano alla critica della comunità scientifica internazionale e cerchino di giustificare con argomenti di merito e non generiche indicazioni di metodo una scelta di investimento di questo ammontare. La valutazione costi-benefici non è che si deve fare solo per il Ponte sullo Stretto.

    Bruno Dente

  8. Andrea Ichino

    Il tono dell’articolo di Alesina e Giavazzi e’ sicuramente acceso ed esplicito ma mi sembra di gran lunga preferibile questo “parlare diretto” piuttosto che le coltellate dietro la schiena e i veleni travestiti da confettini al miele che tipicamente caratterizzano i rapporti nell’accademia Italiana.

    E’ anche questa un’importante ventata di aria pura nell’aria stantia e ipocrita che respiriamo tutti i giorni, e immagino che anche Jappelli e Pagano apprezzino un dibattito franco.

    Detto questo, rimane il nocciolo del problema. Il “modello catalano” e’ senza dubbio un modello di successo non solo per quello che l’Universita’ Pompeu Fabra e’ riuscita a fare in questi anni, ma soprattutto perche’ ha generato un meccanismo di stimolo virtuoso anche nelle altre universita’
    spagnole organizzate in modo tradizionale.

    Ma quanto di questo successo e’ dovuto specificamente a chi ha governato il “modello catalano”, ossia Andreu Mas-Colell e i collaboratori che lui si e’ personalmente scelto?

    Alesina e Giavazzi non possono non riconoscere che fino a quando non si sapranno i nomi di chi gestira’ l’Iit e’ difficile valutare la bonta’ di questa iniziativa. Gli stessi esempi da loro descritti suggeriscono l’esistenza di un forte rischio che l’Iit, se affidato alle persone sbagliate, possa diventare l’ennesimo baraccone “all’italiana” in grado di succhiare in un buco nero enormi risorse pubbliche. Ossia, contano relativamente poco i dettagli di come l’Iit sara’ organizzato. Cio’ che conta veramente sono le persone che lo gestiranno. Gli incentivi sono cosi’ distorti in ogni aspetto della societa’ Italiana che a questo purtroppo siamo ridotti: le istituzioni non sono buone o cattive per come sono disegnate, ma solo per virtu’ o difetto delle persone che le gestiscono. E infatti qualche raro esempio di successo non manca anche nella irriformabile Universita’ Italiana.

    Quindi, a chi sta pensando Vittorio Grilli?

  9. Paolo Montanari

    Una nuova moda : sparare sulla Ricerca e la Formazione superiore italiana.
    Ma nessuno dei cecchini , come sarebbe più appropriato ,cerca di misurare la loro efficacia in termini di risultati rispetto i costi e le risorse che gli Enti deputati hanno a disposizione .
    Così facendo si potrebbe verificare che la ricerca italiana (pubblica) è confrontabile con quella degli altri paesi avanzati (a volte superiore):
    il rapporto brevetti europei per ricercatore in Italia è più basso (di poco) della media UE, ma supera Gran Bretagna, Spagna ed è pari a quello Francese. Il rapporto pubblicazioni ( citate più spesso ) per ricercatore è il più alto.
    Nel 2002 ( così come negli anni precedenti la BPT italiana risulta infatti strutturalmente deficitaria ) il saldo globale della Bilancia dei Pagamenti Tecnologica è risultato negativo.
    Invece : per le ‘imprese partecipate dallo Stato’, ( tra questi anche CNR e ENEA ? ) si conferma un saldo attivo di consistente entità (310 milioni di euro), che nel 2002 non deriva più soltanto dai servizi di ricerca e sviluppo ma anche dagli studi tecnici ed engineering: ma allora all’estero la ricerca italiana è apprezzata ?
    Rispetto la media dell’Unione Europea ( che è l’1,42% ), le imprese italiane spendono in Ricerca e Sviluppo solo lo 0,60% del fatturato e , come mostrano le ricerche dell’ISTAT, quasi nulla in Ricerca di base .
    Tutti sappiamo che in Italia , dopo l’affossamento della politica nazionale della ricerca negli anni 60 e lo smantellamento progressivo dei grandi gruppi industriali ( Elettronica , Chimica ,. Elettromeccanica, ecc. … Auto?? ) il sistema industriale è basato sulle PMI , prevalentemente a medio basso contenuto tecnologico, su innovazione di tipo incrementale e con poche risorse umane e finanziarie (anche di cultura imprenditoriale ?) adeguate per fare un salto di qualità .
    Per questo credere di risolvere il problema inventandosi un nuovo ente può essere inutile (un altro carrozzone?) e per due ragioni:
    1. non è vero che la ricerca italiana è da buttare
    2. in Italia mancherebbe l’ interlocutore industriale portatore di bisogni di ricerca.

    Più coraggio certamente nel riformare ( meno burocrazia e centralismo negli enti di ricerca , smantellare le baronie) ma anche una politica industriale .

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