Lavoce.info

Ancora beffe per i risparmiatori: fino a quando?

Un’adeguata protezione dei risparmiatori è ancora lontana, nonostante la scossa dei recenti dissesti bancari. L’industria del risparmio gestito continua a ingannare gli investitori, promettendo cedole taroccate e nascondendo le commissioni. Con buona pace dei controlli formali delle autorità.

Risparmiatori a rischio

Il tema della protezione del risparmiatore è balzato prepotentemente agli onori delle cronache a partire dal novembre scorso, quando il “salvataggio” delle quattro banche locali ha inflitto pesanti perdite agli azionisti e ai detentori di obbligazioni subordinate emesse da quegli istituti. Oggi il governo è impegnato nel rimborsare parzialmente quei risparmiatori. In quel caso, così come nel caso degli azionisti delle due banche venete che si sono visti azzerare con un colpo di spugna il valore del loro investimento, c’è stata una grave carenza di informazione sui rischi nei quali i risparmiatori incorrono quando investono in obbligazioni subordinate o in azioni non quotate in borsa; per non parlare delle nuove regole di gestione delle crisi bancarie, in una parola del bail-in, che ha colto tutti di sorpresa.
Il rischio è importante. Tuttavia, non bisogna dimenticare che il risparmiatore dovrebbe essere protetto e adeguatamente informato anche in relazione ai costi che sostiene quando acquista un prodotto di investimento. Senza arrivare agli estremi citati prima, i costi che si annidano nei contratti finanziari possono erodere una parte significativa dei magri rendimenti offerti attualmente dalle attività finanziarie, visto che viviamo in un’epoca di tassi d’interesse vicini allo zero, se non addirittura negativi. Ahimé, il settore dell’intermediazione finanziaria spesso non brilla per trasparenza e alcuni prodotti finanziari sembrano fatti apposta per nascondere i costi addossati al cliente. Vediamo due esempi concreti.

Fondi con cedola certa

Molti fondi comuni di investimento garantiscono ai sottoscrittori una cedola, promettendo così un rendimento certo. Ad esempio, un fondo promette una cedola del 2 per cento: il risparmiatore, che abbia investito la somma ipotetica di 100 euro, si aspetta di ricevere ogni anno 2 euro e a scadenza il suo capitale di 100. Ma attenzione: il regolamento del fondo include una regoletta, che consente al gestore di prelevare la cedola dal capitale investito, se necessario. In pratica, se le cose vanno bene e la gestione del fondo genera un rendimento almeno pari al 2 per cento annuo, allora il cliente si vede pagare la cedola promessa e il suo capitale gli viene interamente rimborsato. Se la gestione va peggio, allora i soldi per pagare la cedola vengono prelevati (almeno in parte) dal capitale investito: se, ad esempio, il fondo dura cinque anni e la gestione non ha reso nulla, per pagare i 10 euro di cedole il capitale viene decurtato a 90: questa è la somma che viene restituita all’investitore alla scadenza del fondo.
Direte: ma com’è possibile? È una truffa. Avete ragione, ma gli intermediari sono a posto: la regoletta magica, che consente di prelevare le cedole dal capitale dell’investitore, è formulata in maniera poco comprensibile ed è sommersa all’interno di un prospetto informativo di oltre cento pagine. Il prospetto è stato approvato dalla Consob, così come il regolamento del fondo è stato approvato dalla Banca d’Italia. Quindi tutti hanno la coscienza a posto. Peccato che il risparmiatore fosse convinto di avere comprato uno strumento finanziario molto simile a una obbligazione, mentre così non è.

Leggi anche:  Crediti deteriorati: gli scenari per affrontarli*

Commissioni di collocamento

Una volta, quando investivamo in un fondo comune, dal nostro capitale veniva subito prelevata una somma, chiamata “commissione di sottoscrizione” o “di ingresso”. In pratica, se investivamo 100 euro e la commissione di sottoscrizione era del 3 per cento, la somma effettivamente investita era 97 euro. Era una commissione antipatica ma trasparente, facilmente visibile. Per questo è stata sostanzialmente abbandonata e rimpiazzata con la più subdola “commissione di collocamento” (che si va ad aggiungere alla eventuale commissione di gestione).
Come funziona? Ancora una volta, ci aiutiamo con un esempio. Se verso 100 euro in un fondo della durata di cinque anni, apparentemente non pago nulla per il mio ingresso: il mio capitale investito è 100. In realtà, c’è una commissione di collocamento, poniamo del 3 per cento, che viene “spalmata” sui cinque anni: il valore della quota viene ridotto un pochino ogni giorno, in modo che alla fine dei cinque anni il valore che mi viene rimborsato (al netto di eventuali rendimenti) sarà 97 anziché 100. E se esco dal fondo prima della scadenza? Bene, allora pagherò una commissione di uscita, che consentirà comunque al gestore del fondo di recuperare il suo 3 per cento di commissioni (e che introduce un incentivo per il cliente a non uscire dal fondo).
Qualcuno potrebbe obiettare: se alla fine pago sempre 3 euro per ogni 100 di capitale investito, che differenza c’è tra la vecchia commissione di ingresso e la più recente commissione di collocamento? La differenza sta nella opacità: la commissione di collocamento non si vede, perché l’investitore ha la percezione che il suo capitale investito non venga decurtato: se mette 100 euro sul piatto, questo è quanto viene investito nel fondo. In realtà, è solo una illusione ottica, dovuta al fatto che la commissione la paga giorno per giorno, anziché tutta in una volta.

Questo articolo è pubblicato in contemporanea sul settimanale Il Venerdì di Repubblica.

Precedente

Bail-in incostituzionale?

Successivo

I veri rischi di Deutsche bank

  1. bob

    ..è il concetto di creare ricchezza con la carta straccia da eliminare. Ripartire da un concetto di economia che guarda all’origini adeguandosi alle realtà attuali. Ma la carta straccia ..rimane carta. I risparmi che si ” sono divorati” negli ultimi anni erano frutto di una economia del risparmio, della produzione e dell’attività imprenditoriale medio-piccola privata

  2. Pier Giuseppe Fontanili

    E’ tutto vero con la sola precisazione che non tutti applicano le commissioni di ingresso (o di sottoscrizione), non tutti collocano fondi con commissioni di collocamento e non tutti collocano fondi con commissioni di uscita (o, peggio, di performance “truccata”). Esiste anche un mondo fatto di tanti operatori che lavorano per il cliente sapendo che comunque dovrà pagare la inevitabile commissione di gestione. Poi tutto è opinabile, ma se si da un servizio di onesta e più che sufficiente qualità al risparmiatore è giusto che il lavoro venga remunerato. Altrimenti si può ricorrere al “fai da te” o, eventualmente, alla consulenza dei giornali o della TV

  3. Henri Schmit

    Condivido. Un problema molto profondo, come l’autore stesso riconosce, è l’approccio formalistico di chi dovrebbe vigilare. A pensarci bene (con la teoria del diritto, o intuitivamente), il formalismo è la negazione del diritto, fondato sulla buona fede. Ultima domanda: perché non tenere le autorità di vigilanza anche civilmente responsabili per errori, colpe non dolose, nell ‘esercizio della tutela del risparmio. Se no, che tutela è? Lo Stato, infatti, non può più risarcire quando gli attivi dell’istituto colpevole non bastano più.

  4. marcello

    Più che un problema di tutela del risparmio, mi sembra che gli esempi esposti rimandino alla tutela del consumatore. Nel primo caso il tema è dell’adeguatezza del patrimonio a fronte degli attivi e della natura di quest’ultimi. L’Italia aveva il doppio circuito, ma abbiamo seguito sbagliando come sapevamo, l’idea di banca universale contro quella più prudente di gruppo polifunzionale. Le clusole nascoste, o peggio la mancata informazione dei rischi determinano, quando non delle vere e proprie truffe, asimmetrie informative e razionalità limitata. Il problema è ampiamente discusso in un libro che ha fato storia: LA SPINTA GENTILE di Sunstein e Thaler. Sulla base anche di alcuni recenti contributi, la soluzione al problema, che presto si porrà anche nel mercato dell’energia (Gas ed Elettricità) con l’abolizione del Mercato di Maggior Tutela, è quello di rendere possibile e facile la comparazione tra prodotti simili. Cioè un consumatore può scegliere solo se gli oggetti che ha di fronte possono esser facilemente comparati e quindi ordinati. In questo modo i risparmiatori potrebbero scegliere tra oggetti simili in classi di rischio e rendimento omogenee. Ovviamente questa azione dovrebbe essere coordinata e gestita dalla CONSOB, che invece si occupa di altro.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén