L’accordo Vivendi-Mediaset conferma che i contenuti audiovisivi sono il fattore chiave per lo sviluppo delle reti a banda larga e ultra larga. Se la sfida si gioca sulla produzione dei contenuti e sulla loro distribuzione online, gli operatori europei studiano le strategie per rispondere a Netflix.

Parole d’ordine: convergenza e consolidamento

Commentando su lavoce.info l’ingresso di Netflix in Italia, lo scorso 23 ottobre, sottolineai come il sistema televisivo da quel momento sarebbe radicalmente cambiato. Il recente accordo tra Vivendi e Mediaset, con lo scambio azionario e l’acquisizione da parte del colosso francese, già primo azionista di Telecom Italia, di Mediaset Premium, rappresenta un’ulteriore conferma dell’evoluzione che dovrebbe portare l’Italia all’interno di quell’ampio, inarrestabile processo che prende il nome di convergenza. Visto in una prospettiva meno provinciale e politicizzata, l’accordo conferma sostanzialmente le dinamiche che si sono affermate negli ultimi mesi in Europa e che vedono la centralità dei contenuti audiovisivi come fattore chiave per lo sviluppo delle reti a banda larga e ultra larga, a partire dall’elemento ritenuto di maggiore criticità, cioè la domanda. Le offerte di abbonamento quadruple o quintuple, non solo in fibra, ormai poggiano sulla forza propulsiva del video come motore del cambiamento e sulla contaminazione dei modelli di business. Oggi in grandi paesi come Regno Unito e Spagna chi fa broadband fa anche pay-tv e viceversa, non vi è più distinzione tra i due ambiti, e la tendenza si estenderà presto al resto d’Europa. La parola d’ordine è consolidamento, legato proprio allo sviluppo dei servizi video (streaming, video on demand). I protagonisti sono diversi. A partire dai grandi gruppi di telecomunicazioni e via cavo (Vodafone, Telefonica, BT, Liberty Media), che hanno dato vita a processi di fusione e acquisizione nel settore della pay-tv e del mobile, dove la crescita dei contenuti video è esplosiva, investendo cifre consistenti anche nell’acquisto di contenuti premium, in particolar modo quello sportivi. Poi ci sono le internet company (Netflix, Amazon, Google/YouTube), che negli Stati Uniti stanno soppiantando i tradizionali broadcaster a pagamento e ora espandono i propri servizi anche al di qua dell’Atlantico. Netflix, in particolare, a inizio 2016, ha esteso la propria presenza a 130 paesi del mondo, raggiungendo oltre 75 milioni di abbonati, con l’obiettivo di raggiungerne 175 milioni nel 2020 (65 per cento dei quali non americani). Quanto agli operatori tv, in particolare quelli a pagamento, Sky ha integrato nel corso del 2015 le proprie attività nel Regno Unito, Germania e Italia (oltre Irlanda, Svizzera e Austria), mentre Vivendi, ora con Mediaset e in prospettiva Telecom Italia, punta a creare una piattaforma europea di contenuti televisivi su internet, in grado di competere con i grandi rivali. Al contempo, sia Sky che Vivendi sono titolari di contenuti pregiati, e dunque in mercati come l’Italia è inevitabile attendersi una competizione diretta anche sul fronte della tv a pagamento, dove dominano i contenuti sportivi e nel 2017 saranno assegnati i diritti tv del campionato di calcio per il successivo triennio.

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Tutti contro Netflix

Ma se la tradizionale pay-tv non è destinata a crescere, la vera sfida si gioca sulla produzione dei contenuti e sulla loro distribuzione online, in grado di garantire l’attrattività dei servizi e dunque l’investimento di tempo e denaro da parte degli utenti. E l’esclusività dei contenuti e lo sfruttamento di dati legati alla profilazione del cliente, per meglio assecondare i gusti del pubblico e mantenere un alto livello di fidelizzazione, rappresentano i due fattori critici di successo per i servizi online, non solo a pagamento. La produzione e la fornitura di contenuti, in chiaro o a pagamento, da parte di una major europea, è il punto di maggior interesse e strategicamente più rilevante dell’operazione. A livello di strategie industriali, la sfida a Neflix è dunque iniziata, ma sarà una partita molto difficile da giocare e vincere. La società di Reed Hastings ha investito somme non paragonabili a quelle dei rivali e dispone di un mercato, gli Usa, dove è dominante e su cui può spalmare le eventuali perdite sui mercati europei (in particolare quelle nel Sud Europa dove per il momento fa più fatica a sfondare). Ha poi il vantaggio di non dover affrontare i problemi di cord cutting (letteralmente, il taglio del cavo) che invece affliggono operatori tradizionali come Sky e Mediaset Premium, ovvero la perdita di sostanziosi ricavi se gli abbonati abbandonano la pay-tv a favore dei nuovi servizi on demand, che costano meno: i 10 euro al mese di Netflix contro i 40-50 di Sky e Mediaset Premium. Per quanto riguarda l’impatto sul mercato italiano, l’impressione è che, a parte una crescita nella qualità dei servizi online (cataloghi più ampi e più novità), non vi saranno grandi cambiamenti nel breve periodo, soprattutto in termini di rapporti di forza tra i vari attori. Al contempo però tutte queste iniziative contribuiranno a mettere in moto quel processo virtuoso di sviluppo della domanda di servizi che favorirà la penetrazione della banda larga e ultra larga anche nel nostro paese, ancora in grave ritardo sotto questo aspetto. In una prospettiva più ampia, di 18-24 mesi, è peraltro prevedibile che gli attuali equilibri “televisivi” mano a mano si modificheranno e il mercato italiano, pur con il rischio di lasciare a operatori stranieri la guida delle operazioni, potrà essere anch’esso protagonista, al pari dei paesi più avanzati, del grande processo di trasformazione e convergenza in atto a livello globale.

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