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  1. Michele Gambera Rispondi
    Rimane comunque il problema della governance. Quando c'erano mille casse rurali, almeno le persone nel paese conoscevano i dirigenti e un minimo di controllo c'era, anche se le beghe di paese a volte influenzavano il voto (o dal lato opposto il fatto che chi partecipa all'assemblea riceve un chilo di grana vota a favore dell'esistente leadership perche' si sente riconoscente). Se si aggrega a livello provinciale con migliaia di soci, chi viene eletto per primo rimarra' al vertice della banca cooperativa per tutta la vita perche' il frazionamento del capitale e un voto per persona rendono impossibile il turnover dei vertici.
  2. Francesco Aiello Rispondi
    Articolo legato al'allarmismo del momento, ma credo che la soglia di ipotetiche aggregazioni non possa e non debba essere guidata dal controllo degli indici di rischiosità del credito erogato, bensì, per esempio, debba essere suggerita dai potenziali guadagni di efficienza di scala e di scopo. Peraltro, il mero tasso di sofferenza non indica molto, in presenza di elevati indici di capitalizzazione. Infine, il processo di riforma non ha nulla a che fare con le sofferenze.
  3. angelo cipolloni Rispondi
    Il contributo di Ferraresi, Nordi e Rizzo costituisce un ulteriore e stimolante spunto di riflessione rispetto a situazioni ancora sfumate che andranno a esplicitarsi in modo più preciso man mano che lo scenario normativo e di mercato giungerà ad una prima definizione. Nel caso di specie sarebbe stato interessante affiancare all’indice di sofferenza gli indicatori tipici di solidità della banca, quali ad esempio il Total Capital Ratio o il Cet1 (Common Equity Tier 1) che sono ampiamente utilizzati anche nel processo di revisione e valutazione prudenziale (supervisory review and evaluation process, SREP) del Meccanismo di vigilanza unico (MVU), In tal caso il CET 1 ratio ed il TCR medi delle BCC sono pari, rispettivamente, al 16,2 ed al 16,7 per cento in raffronto al 12,1 ed al 14,8 del resto dell’industria bancaria italiana. Il problema come si può intuire è complesso e richiede un’investigazione più ampia e profonda di tutti i profili di attenzione. Pare che ciò comunque autorizzi a concludere che la riforma non è ispirata o meglio non è interamente frutto delle sofferenze, ma è influenzata da elementi diversi, non necessariamente e strettamente di natura tecnica.
  4. Andy Mc Tredo Rispondi
    ... Ma le province non sono/andrebbero abolite? e come facciamo se ragioniamo sempre in base a confini percostituiti senza guardare alla fisicità del territorio, degli abitanti, delle vie di comunicazione, delle realtà artigianali/agricole ecc ecc... ?
  5. Fabio Camilletti Rispondi
    francamente mi sembra un articolo superficiale ed eccessivamente teorico. Parla di fusioni e potenziali aggregazioni a livello provinciale senza una vera analisi della realtà delle BCC Italiane. Prendiamo ad esempio le realtà multiprovinciali già esistenti (ad esempio la BCC di Roma che opera nel Lazio, in Abruzzo e in Veneto), come si inserirebbero nella tesi esposta? Non vengono, inoltre, esaminate le funzioni di mutualità già gestite dal Sistema delle BCC, che ha finora evitato il default di singole BCC attraverso la mutualità di sistema e operazioni di fusione autogestite. in questo senso non sono rilevanti le 37 BCC a rischio se non si tiene presente le dimensioni di queste 37 rispetto all'intero sistema, cosa che purtroppo lo studio non fa. Francamente mi sembra più rispondente alle esigenze di stabilità del sistema la proposta di autoriforma avanzata dalle BCC stesse, con la creazione di una holding spa detenuta per almeno il 51% dalle stesse BCC.
  6. Carlo Ippolito Rispondi
    Gli autori denotano di non avere nessuna conoscenza del mondo del Credito Cooperativo presentando dati incompleti, laddove non errati, e formulando una proposta che non ha alcuna possibilità di essere realizzata. Come verrebbero le gestite le numerosissime BCC che hanno una sfera di attività che si trovano a cavallo tra due o più province o che va oltre la dimensione provinciale? Di parole al vento al bar se ne sentono molte. Stupisce leggerle su lavoce.
  7. Giorgio Trenti Rispondi
    Chi vi autorizza a decidere su fusioni o accorpamenti? Le BCC sono cooperative. Solo i soci possono e debbono decidere. Se a loro va bene così, nessun saccente ha diritto d insegnare a loro cosa debbono fare.
  8. Franco Tegoni Rispondi
    L'ipotesi esposta va completata analizzando anche i problemi derivanti da una necessaria riorganizzazione che sicuramente coinvolgerebbe i livelli occupazionali riferiti a bancari che non hanno grandi alternative rispetto al rimanere nel sistema Bcc.