Ringrazio i lettori per i commenti e le preziose osservazioni al mio intervento.

Alfredo Pisano non concorda con il mio fatalismo, ma purtroppo non concorda nemmeno con la storia perché le banche, finora, sono sempre state salvate con l’intervento (e i soldi) pubblici e stiamo ancora tutti pagando le conseguenze per la dissennata scelta delle autorità statunitensi, nell’ormai famoso fine settimana di metà settembre del 2008, di non salvare la Lehman lasciandola al destino di un mercato che, al posto di selezionare, è letteralmente impazzito spargendo il virus della crisi in tutto il mondo (mi permetto, per ovvie esigenze di spazio, di rinviare al mio Capitalismo e Finanza, il Mulino, 2011, p.55 ss., dove ho cercato di analizzare queste dinamiche con i necessari approfondimenti). Che poi i primi a pagare debbano essere gli azionisti e non certo i depositanti e che si debbano, come sostiene Marco Bra, limitare e proibire le attività più speculative, non vi è dubbio. Ma la legislazione sta, pur con molte resistenze, evolvendo proprio in questo senso, e lo segnala anche Rainbow nel suo commento.
Leprenellaluna e Marco mi chiedono perché prendo spunto proprio dall’enciclica del Papa: lo faccio perché questa, a mio parere, rappresenta un’importante riflessione che, se ha avuto risvolti giornalistici soprattutto in relazione, appunto, al rapporto tra popolo e banche, si estende in realtà a un più generale contesto dove si richiama il ruolo della finanza nella crescita economica. Purtroppo i limiti di un articolo consentono solo una rapida e sicuramente incompleta sintesi, ma la prospettiva è quella di considerare la finanza un motore essenziale per lo sviluppo, solo che, come sostiene lo studio Ocse citato, (e ringrazio Claudio per la precisazione sul link) non deve “andare fuori di giri”! Un rapporto più equilibrato tra finanza ed economia reale può ricondurre le banche a quel ruolo storico di credito a famiglie e imprese del quale parla Savino. Ed è questa la vera sfida per l’immediato futuro.

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