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  1. Ermione D'Annunzio Rispondi
    Sì, il problema si pone se ci sono contratti:ma se non ci sono? Sarà cultura, popolare e diffusa, ma il fenomeno che comprende le molte piccole e medie imprese in tutto il paese ,o quasi, che "assumono" senza alcun contratto scritto e dichiarato al fisco e alla previdenza sociale e il fatto che altrimenti le lavoratrici, i lavoratori, anche se apprendiste o apprendisti, se c'è un pezzo di carta ,quasi quasi anche un voucher per il lavoro occasionale,se non c'è continuità nell'impiego da parte della datrice o del datore di lavoro, si rivalgono in caso di licenziamento. E comunque, realmente, per chi assume, ci sono le tasse da pagare sull'assunzione. E i contributi. E' giusto pensare a uno schema teorico,sia da parte degli economisti, in questo caso voi autori, sia da parte del Parlamento che ha ricevuto queste riflessioni, ma si tratta di questioni che nella realtà, forse spesso, non si pongono. Ci sono le amare constatazioni quotidiane sia quando si chiede di lavorare e non si deve parlare di contratto, sia di chi osserva i fenomeni criminali e la relazione con le imprese: il prestito alle imprese,come il lavoro sommerso di quelle stesse imprese che si rivolgono alla criminalità ,e la manodopera di quelle imprese che figurano tra quelle esistenti, a volte no ma a volte sì,mai in regola con assunzioni, salari, tasse e contributi.
  2. Leonardo P Rispondi
    Una domanda collaterale. Al di là della semplicità di calcolo, il fatto che nel grafico la curva della severance sia lineare rappresenta una condizione ottimale? Perché magari dando una conformazione diversa alla curva si potrebbero indurre incentivi migliori. Per esempio mi immagino che una severance "concava" -ossia che riduca l'incremento di compenso all'aumentare dell'anzianità- possa indurre un incentivo alla crescita del lavoratore in azienda, cosa che può essere ritenuta desiderabile. Detta terra terra, "costerebbe" meno un contratto da 10 anni rispetto a 5 da 2, e magari questo può rivelarsi in qualche modo determinante, soprattutto in quei settori dove la formazione professionale non rappresenta un costo significativo per l'azienda. Mi piacerebbe avere un parere a riguardo.
  3. Giulio Fedele Rispondi
    Come sostengo da tempo, l'unico intervento del legislatore veramente utile dovrebbe essere propprio quello diretto a semplificare il quadro normativo, evetando una proliferazione di nuove norme da aggiungere alla babele già esistente, spesso addirittura illegittime (come ad es. la riforma Poletti del contratto T.D.). E semplificare significa innanzitutto ritornare al sistema ‘naturale’, duale del rapporto di lavoro -autonomo o subordinato- eliminando gli ibridi (c.d. lavoro parasubordinato), mere finzioni giuridiche inventate dalla fervida fantasia dei nostri ‘moderni’ giuslavoristi, ma in realtà inesistenti ‘in natura’, anzi contro natura. Non esiste ‘in natura’ un tertium genus di lavoro che non sia né autonomo né subordinato (la pretesa ‘legittimazione’ della parasubordinazione non può desumersi da una non pertinente norma meramente processuale, art. 409, 3° c., cpc, forzosamente abusata e piegata ad una interpretazione che non regge ad un’analisi critica obbiettiva), il lavoro o è l’uno o è l’altro. E si sa che, quando si cerca di coartare o, peggio, violentare la natura, questa si ribella. Infatti, tutti i problemi (e le vertenze) che nascono in sede di interpretazione e applicazione delle norme in materia di lavoro c.d. parasubordinato, come tutte le difficoltà per definire le medesime (si veda da ultimo la riforma Fornero, vero monumento alla chiarezza e alla ragione!) nascono proprio di qui, perché si è finito per creare una selva di norme veramente inestricabile.
  4. Michele Rispondi
    Se oggi solo il 16% dei contratti è a tempo indeterminato, è davvero quello il problema per cui si devono ridurre i diritti dell'articolo 18, ad esempio? In relazione all'articolo, ok, ma il contratto a tempo determinato non dovrebbe sopperire a ciò? Ossia , banalmente, se all'inizio "valuti" il dipendente con il determinato per capire se è idoneo, poi non ci dovrebbero essere più motivi per tutto il resto del discorso. Considerando che oggi il tempo determinato è stra abusato, non oso immaginare in futuro.. In attesa di capire i dettagli del jobs act.
  5. Danilo Rispondi
    Io cercherei di eliminare i piccoli trucchi che fanno gli imprenditori. Ad esempio quello di fare contratti a tempo deteminato a società che esistono solo sulla certa. Così una persona va avanti anni passando da una società all'altra e sempre sotto ricatto. Un empo determinato è un lavoro a tempo... DETERMINATO. Non è possibile fare anni e anni nello stesso posto e con le stesse mansioni con contratti semestrali. Riguardo il commento di Kh, penso che di veri imprenditori in Italia non ce ne siano tanti. E penso che molti taglino anche solo per potere continuare a comprare la macchina alla moglie ed ai figli tirando al massimo i dipendenti e lasciando a casa chi possono. Facciano investimenti e si prendano i costi di ciò che causano.
    • Hk Rispondi
      Gentile Danilo, Le do certo ragione nel ritenere che ci sia una miriade di "prenditori" che vivono grazie ad aziende che sono come quelle alle cronache questi giorni. Per quel poco che posso dirle delle aziende, quelle che non vivono da cortigiane non gradiscono i rapporti mordi e fuggi con i collaboratori. Eventualmente sono il risultato di altre anomalie. Consideri che ci sono molti più Imprenditori che si sacrificano per l'impresa ed i collaboratori che non viceversa pur essendo il numero di questi ben superiore ai primi. Comunque gli scarsi risultati della nostra economia, la dilagante disoccupazione giovanile, l'incertezza o meglio la certezza di declino nel futuro sono anche il risultato di una prevalente cultura anti aziendale ed anti imprenditoriale. Ma se questo è il pensiero prevalente che lei ben esprime beh allora godiamoci ed impoveriamoci.
    • Amegighi Rispondi
      Condivido il commento, negativamente incredulo per il sotterfugio segnalato. Evidentemente ormai lo sport nazionale è fregare lo Stato da qualsiasi parte si stia (e forse questo è un altro gravissimo problema di difficile risoluzione a meno di non trasformarci in una Corea del Nord). Condivido soprattutto il commento sui veri imprenditori. Lavoro nella Ricerca e sono stato (e sono) spesso all'Estero in altre realtà europee e americane. In primis ho spesso interagito con imprenditori che a volte sapevano anche più di me, ciò di cui si stava parlando. Gli spin-off insegnano da che parte stanno andando le "piccole imprese" occidentali. Alta tecnologia e specializzazione scientifica, unico modo per competere con chi ha costi del lavoro irraggiungibilmente minori. Discutere con persone che producono webcam o pannelli solari e che non sanno niente dei software di video tracking o di pannelli solari biologici, o con imprenditori del campo farmaceutico che non conoscono la biologia molecolare è, oltre che frustrante per chi può proporre idee, anche totalmente demotivante sulle possibilità future dell'economia italiana nella concorrenza mondiale e globale. Un solo dato su cui pensare: nel 2020 la ricerca cinese produrrà più pubblicazioni nel campo della scienza di base e dell'ingegneria, degli stessi USA (fonte National Science Foundation, USA). Sarà la prima volta da quando sostanzialmente esistono gli Stati Uniti........
  6. pier luigi tossani Rispondi
    jobs act: contrariamente a quello chi si pensa, il problema vero è nella partecipazione dei lavoratori all'impresa..e quella è fuori dalla portata concettuale di Renzi.
  7. Hk Rispondi
    Considerazioni assai condivisibili se l'obiettivo fosse il miglioramento della capacità di competere del nostro paese. Da imprenditore mi sembra invece che il vero obiettivo perseguito sia il trasferire i costi della disoccupazione direttamente alle imprese. Quindi alla fine un altro aumento del costo del lavoro. Che addirittura finisce per premiare i peggiori comportamenti. Cosa di cui, nella sua audizione, aveva ben avvisato.