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  1. Henri Schmit Rispondi
    Analisi chiarissima. Gli acquisti della BCE non fanno i prezzi, ma li influenzano, spingendoli (intenzionalmente) al rialzo e riducendo quindi lo spread. Ma li influenzano solo, perché la percezione dei rischi (debitore x durata) da parte degli investitori rimane il fattore determinante (anche per volume), influenzato dai fatti (dati macro), dagli atti (leggi fiscali) e dalle parole (programmi, annunci, interviste ....) degli attori politici e dagli atti (acquisti QE) e dalle dichiarazioni delle autorità monetarie (conferenza Draghi). Il punto cruciale sono le politiche fiscali, di competenza nazionale ma concertate a livello europeo, sostanzialmente un "soft power", senza mezzi di costrizione, a parte la minaccia di soluzioni radicali ("la troica"), una dialettica che insieme alle dichiarazioni dei protagonisti e alla discussione degli scenari possibili incide fortemente sugli spread. Come far convergere le politiche fiscali nazionali verso un obiettivo comune? Sono gli attori nazionali che scelgono fra copertura e deficit, assumendosi le conseguenze. Chi rivendica una teorica libertà (il piano B) senza essere in grado di renderla concreta, crea solo danni. Chi sostiene che gli spread "ingiusti" dovrebbero essere eliminati attraverso la solidarietà fra debiti nazionali commette lo stesso errore di sconnessione dalla realtà. Per ridurre lo spread rimane solo la convergenza volontaria. La politica deve concordare questo obiettivo con le sovranità politico-elettorali nazionali.