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  1. Henri Schmit Rispondi
    Ottimo articolo che se la prende con un termine che ha una storia di oltre mezzo secolo e che riappare ora nella nuova regolamentazione che obbliga la PA di rendere trasparente la propria attività rendendo pubblicamente disponibili dati e documenti. L’autrice critica l’uso fumoso del concetto di partecipazione che non aggiunge nulla ai diritti degli amministrati o agli obblighi dei funzionari e che viene utilizzato spesso da chi detiene il potere per rabbonire chi lo subisce. La critica potrebbe essere estesa alle teorie della democrazia partecipativa (qualsiasi motore di ricerca elenca migliaia di studi ambiziosi in tutte le lingue), concetto poco chiaro (vago, non impegnativo, facilmente ingannevole) di cui gli autori di solito non sono in grado di fornire una definizione precisa. La definizione deve prima essere giuridica: quale diritto hanno i cittadini governati, quale potere e quale obbligo di rispondere hanno i governanti. In democrazia la trasparenza (l’accesso all’informazione e la diffusione dell’informazione) è la condizione di tutti gli altri diritti, e di tutte le possibilità di controllo e di censura. Il livello di trasparenza raggiungibile dipende dalla qualità dell’attrezzatura tecnologica dei governanti e si intuisce perché la PA italiana, centrale e periferica, è fisiologicamente fra le meno aperte nell’UE. La tecnologia è spesso stata creata dagli amici dei governanti che non avevano alcun interesse né di risparmiare né di dotarsi di soluzioni adeguate.
  2. Savino Rispondi
    I cittadini di oggi, pieni di diseducazione civica e di rabbia violenta pentastellata, non sarebbero in grado di partecipare ad alcunchè ed, anzi, hanno già partecipato abbastanza alle dinamiche consociative di questi decenni, insieme coi burocrati corrotti, così come hanno fatto le loro rispettive rappresentanze sindacali. Mai come in questo momento storito il cambiamento deve avvenire dall'alto di una elite capace e competente. Questo non è il televoto del Grande Fratello o del Festival di Sanremo. Usciamo dalla logica dei 60 milioni di allenatori.
  3. Olmo Rispondi
    Interessante contributo. A mio avviso la tecnica legislativa può contare poco in alcune P.A.. La partecipazione non si può imporre, ma se manca la volontà e l'attrezzatura culturale per partecipare, le norme rimarranno sempre lettera morta. Per fare un esempio "empirico" nelle aree dove è più bassa l'alfabetizzazione (anche con analfabetismo funzionale), dove il cittadino medio non legge più di poche righe al giorno, anche la norma meglio scritta non consentirà la partecipazione. Semplicemente perché il cittadino non sa partecipare e non è in grado di capire qual è il ruolo e il limite dell'attività a cui dovrebbe partecipare. Dove questi cittadini vedono le PA solo come enti erogatori o come mostri burocratici, la trasparenza e la partecipazione saranno visti come orpelli o armi di violazione della riservatezza: quella dei cittadini che ottengono vantaggi economici ad es. con logiche clientelari. Oppure come strumenti di "name and shame": se chiedo trasparenza, qualcuno leggerà la mia lettera e prima o poi me la farà pagare. Quanto ai funzionari, sono cittadini anche loro, e nulla possono quando direttiva o l'approccio culturale dei diritgenti o degli organi elettivi è di non inimicarsi nessuno, di fare ma non troppo. Nelle aree in cui c'è il cortocircuito descritto sopra, varranno la consuetudine, l'oralità, i rapporti personali. La sfida della trasparenza, a mio avviso, si vince ogni volta che un analfabeta di ritorno capisce il valore di una lettera ben scritta PA.