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  1. Savino Rispondi
    E' evidente che si avvererà l'opzione n. 1, cioè finito l'effetto del contributo pubblico, i dati si sgonfieranno. La carenza di etica d'impresa è decisiva nei ritardati effetti di ogni politica di sviluppo economico. Anche quelle riforme che, diversamente da questa, si possono veramente strutturali, come l'introduzione di un mercato efficiente e davvero libero e concorrenziale, nonchè l'introduzione di maggiore meritocrazia, per una loro concreta realizzazione hanno bisogno di un'etica d'impresa molto forte. Etica che, storicamente, le imprese nostrane non hanno.
  2. Massimo GIANNINI Rispondi
    Con riguardo al punto 1) bisognerebbe analizzare quanto dell'aumento dell'occupazione dipenda effettivamente dal jobs act o dalla semplice crescita economica o altri fattori contingenti. Inoltre bisogna valutare il costo dell'aumento ovvero fare un'analisi costi/benefici di una certa politica economica: se ho speso tanto ma ottenuto relativamente poco era meglio mettere i soldi altrove. Vanno poi confrontati i dati del biennio 2015-2014 con quelli 2014-2013. L'autore faccia queste analisi, che girano già in rete, e potrebbero esserci già delle risposte ai punti 1-4 ovvero che il rischio è di aver speso tanto per il jobs act ma ottenuto relativamente poco ovvero tale politica economica ha un contributo marginale alla crescita dell'occupazione assoluta.
  3. Michele Rispondi
    1) i dati Istat sono calcolati sulla base di metodi scientifici consolidati e controllabili 2) la teoria dei più contratti per ogni lavoratore viene considerata di ridotta importanza sia dall'articolo sia dal comunicato stampa inps che esplicitamente afferma che l'aumento dei contratti coincide con l'aumento dei lavoratori occupati 3) Il numero di lavoratori con alta frequenza di contratti non può essere tale da generare un numero di contratti complessivo cosi elevato
    • Maurizio Cocucci Rispondi
      I dati Istat sono calcolati su base statistica su un campione di circa 250.000 famiglie o poco più per raggiungere un numero di circa 600.000 persone. Se lei e io non siamo tra costoro la nostra situazione deriva quindi da una semplice proiezione statistica, altro che scientifica, ergo l'Istat non ci considera se non all'interno di questo puro calcolo statistico. Queste famiglie che accettano di essere intervistate vengono interrogate a turno per quattro volte nell'arco di 15 mesi e devono rispondere secondo la definizione di occupati, disoccupati ed in cerca di lavoro stabilita da Istat. Nel caso degli occupati l'Istat considera tali chi ad esempio dai 15 in su ha svolto almeno un'ora di lavoro retribuito nella settimana di riferimento. Insomma si può affermare che quelli Istat siano dati abbastanza attendibili ma scientifici è eccessivo. L'Inps invece esegue conteggi certi ma sulla base dei contratti dei lavoratori dipendenti nel settore privato che hanno come elemento negativo per una considerazione finale il passaggio da contratti come dipendenti ad autonomi e viceversa. Quindi prima di parlare ad esempio di 600.000 posti di lavoro creati occorre osservare la dinamica dei lavoratori autonomi, dove alcuni che lavoravano a partita IVA prima ora hanno conseguito un contratto come dipendente a tempo indeterminato o a termine ma questo non significa che sia stati creato un posto di lavoro.
  4. Michele Rispondi
    1) I dati ISTAT hanno una loro chiara natura basata su metodi noti e scientifici. I dati Inps nascono da comunicazioni aziendali tutte da indagare e comunque parziali 2) l'argomentazione basata su più contratti per testa è smentita sia dall'articolo sia dall'Inps stessa nel comunicato stampa. 3) mi rimane il dubbio sul numero delle comunicazioni rispetto al numero dei lavoratori osservati
  5. Michele Rispondi
    Difficile capire come interpretare di questi dati INPS. Nel comunicato stampa del 16/2 Inps ci dice che le assunzioni sono state 5,4 milioni e il saldo netto + 0,6 milioni. Ci dice però anche che il campo di osservazione riguarda 11.7 milioni di lavoratori al dicembre 2014 (lavoratori dipendenti del settore privato e enti pubblici economici). Questo vorrebbe dire che ogni lavoratore cambia lavoro mediante ogni 2 anni, cosa assolutamente inverosimile.
    • Maurizio Cocucci Rispondi
      I dati Inps, a differenza di quelli Istat, sono certi però occorre tenere presente che si riferiscono al numero di contratti e non alle persone. Il dubbio che lei solleva a questo riguardo è spiegabile osservando la composizione di questi 5,4 milioni di nuovi contratti per l'anno 2015, dei quali 1,87 milioni sono quelli a tempo indeterminato mentre sono ben 3,35 milioni quelli a termine e questo numero benché elevato non è sorprendente in quanto chi ha rapporti di lavoro a termine facilmente ne registra più di uno all'anno. Un esempio sono i camerieri che spesso lavorano a chiamata e per periodi brevi che possono anche essere di una settimana e che in questo modo nell'arco di un intero anno collezionano un numero consistente di contratti visto che nei periodi in cui non svolgono questa attività si dedicano ad altri mestieri.
    • bruno anastasia Rispondi
      La media, come sempre, sintetizza situazioni estremamente diversificate: accanto a una quota significativa di lavoratori che accumulano lunghi anni di anzianità presso la medesima impresa, altri accumulano in un anno numerose assunzioni (vedi i lavoratori somministrati etc.) presso imprese diverse. Non c'è nulla di nuovo nell'ordine di grandezza di questi numeri, come da tempo messo in evidenza da tutti i dati provenienti dalle comunicazioni obbligatorie delle imprese in materia di rapporti di lavoro.
      • Maurizio Cocucci Rispondi
        Dipende come legge i dati. Il Jobs Act aveva ed ha lo scopo di ridurre la precarietà, ovvero di aumentare il numero di rapporti stabili, non di creare occupazione ed in questo ci è riuscito se si osservano i dati degli ultimi tre anni. Poi c'è l'obiezione da parte di chi paventa la cessazione di questi rapporti una volta che i benefici fiscali terminano ma io aspetterei i fatti prima di sollevare la questione. Intanto nel 2015 si sono registrati più di 500 mila contratti di lavoro a tempo indeterminato rispetto ai due anni precedenti mentre il numero di quelli a termine è rimasto pressoché stabile, il tutto in una situazione economica difficile.
        • Massimo GIANNINI Rispondi
          La riforma è stata venduta dicendo che "l’obiettivo primario del Jobs Act è creare nuova occupazione stabile"; Diciamo che se per ora ha ridotto forse un po' la precarietà (nemmeno tanto confermata dai dati) nuova occupazione e stabilità non ne ha data né garantita. La stabilità non é certo verificabile nel breve periodo, soprattutto se poi il lavoratore puo' essere mandato via facilmente. L'intervista a Ricolfi spiega anche chiaramente come nemmeno la precarietà si sia ridotta. Io aggiungerei che occorre proprio fare l'analisi costi/benefici di ogni politica economica: se spendo molto e ottengo marginalmente poco è evidente che la politica economica scelta non è quella giusta e/o non raggiunge nessuno dei suoi obiettivi.
          • Maurizio Cocucci
            Non seguo le boutade dei politici in chiave di propaganda. Il Jobs Act non poteva avere effetti sulla occupazione come non lo può svolgere una qualsiasi legge che può solo intervenire indirettamente favorendo eventualmente l'attività economica. Sulla precarietà i dati sono quelli e sono certi, poi se passare da 1,3 milioni scarsi di nuovi contratti a tempo indeterminato annuali nel biennio 2013-2014 a oltre 1,8 milioni nel 2015 non è considerato positivo è una opinione del tutto legittima ma personale e se mi permette un po' discutibile. Sarebbe da chiedere ai circa 600.000 che in più nel 2015 hanno ottenuto questo tipo di contratto se per loro fa lo stesso uno (indeterminato) o l'altro (a termine). Come ho precedentemente scritto attendo di vedere dati sui licenziamenti prima di sollevare l'obiezione che costoro nonostante il rapporto a tempo indeterminato sono comunque precari. Senza contare che anche prima della riforma ogni lavoratore lo era in tempo di crisi, semmai era più oneroso per una azienda procedere con i licenziamenti.
          • Massimo GIANNINI
            Se 600,000 sono trasformazione di contratti, mi potrebbe dire quanti ne furono trasformati nel biennio 2012-2013 in assenza di jobs act (e crescita?)? Perchè paragona il 2015 ai dati di un biennio? In genere si calcolano i tendeziali mensili... Quante di quelle trasformazione sono state fate beneficiando delle agevolazioni e quanti invece sarebbero da attribuire a mera crescita economica ovvero necessità delle imprese? Insomma quanto ci son costate quelle trasformazioni?