Si possono tenere insieme due notizie di segno opposto quali la caduta degli occupati nei dati Istat di febbraio e il buon andamento dei contratti a tempo indeterminato in quelli amministrativi? Sì, se si tengono presenti le caratteristiche delle diverse fonti. Come evitare letture semplicistiche.
Una successione di dati…
Le due notizie più recenti sulla dinamica del mercato del lavoro sono di segno diametralmente opposto: da un lato, i valori mensili dei dati destagionalizzati sulle forze di lavoro rilasciati dall’Istat hanno documentato a febbraio una caduta degli occupati (-44mila) e una crescita dei disoccupati (+23mila); dall’altro, i dati amministrativi (di fonte comunicazioni obbligatorie delle imprese e Inps) hanno evidenziato un ottimo andamento dei contratti a tempo indeterminato, particolarmente favoriti dagli sgravi contributivi previsti dalla legge di stabilità 2015.
Come districarsi, tra le due notizie, senza operare scelte smaccatamente guidate dalle proprie preferenze politiche? Non se ne esce se non utilizzando i dati senza forzarli, entro i confini loro propri.
I dati Istat ci raccontano la seguente successione di variazioni congiunturali negli ultimi mesi: a settembre 102mila occupati in più, a ottobre 35mila in meno, a novembre altri 61mila in meno, poi a dicembre di nuovo 42mila in più, a gennaio aumento di altri 7mila, infine a febbraio calo di 44mila.
Cosa significano questi andamenti sussultori? Che sostanzialmente il numero di occupati è stabile, aggirandosi da tempo attorno ai 22,3 milioni: non ci sono segnali evidenti né di un trend negativo (di ulteriore declino) né di un trend positivo (di recupero). Ha dunque senso elucubrare sui 44mila occupati (dipendenti e indipendenti) diminuiti in febbraio o sui 42mila in aumento a dicembre? No, perché si tratta di variazioni ricomprese all’interno della possibile oscillazione statistica connaturata alla fonte, che si basa su un’indagine campionaria. È del resto impossibile pretendere da un’indagine campionaria, per quanto svolta con il massimo rigore scientifico, una precisione nella quantificazione dell’oggetto di stima superiore al 99,8 per cento.
Sulla base dei dati amministrativi relativi ai flussi nel mercato del lavoro (assunzioni, cessazioni, trasformazioni, proroghe), dapprima alcuni osservatori territoriali (Veneto Lavoro, provincia di Bolzano, provincia di Milano) e successivamente il ministero del Lavoro e l’Inps hanno rilasciato dati statistici dai quali emerge una notizia convergente, del tutto affidabile (non ci sono problemi di campionamento): il netto incremento delle assunzioni a tempo indeterminato rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente (+40 per cento secondo Veneto Lavoro, primo trimestre; +35 per cento secondo il ministero del Lavoro, primo bimestre; +21 per cento Inps, primo bimestre).
Si tratta di una buona e rilevante notizia? Difficile sostenere il contrario, almeno per chi ha i piedi per terra: attesta quantomeno uno spostamento delle strategie di reclutamento delle imprese verso i contratti a tempo indeterminato, più consoni a prospettive di crescita aziendale nel medio periodo. Ovvio peraltro che chi si aspetta, da qualsivoglia riforma, la palingenesi del mercato del lavoro italiano può sempre affermare che si tratta di un’inezia rispetto al fabbisogno di lavoro implicito nel tasso di disoccupazione.
Per entrare nel merito, la tabella 1 evidenzia, per il Veneto, i dati sui flussi a tempo indeterminato del primo trimestre 2015 e li confronta con i corrispondenti del 2014: emerge in particolare la varietà dei percorsi precedenti e l’accresciuta rilevanza delle stabilizzazioni da contratti a tempo determinato, mentre limitati risultano i passaggi da collaborazioni a progetto a tempo indeterminato (si veda per maggiori dettagli la Misura 58).
…E un metodo per leggerli
La crescita delle assunzioni a tempo indeterminato comporta l’incremento dello stock dei posti di lavoro dipendente a tempo indeterminato? Probabilmente sì – esiste un’elevata correlazione tra incremento delle assunzioni e incremento delle posizioni di lavoro – ma non necessariamente, perché occorre considerare anche le trasformazioni e soprattutto le cessazioni, le quali, se aumentate, potrebbero neutralizzare l’incremento delle assunzioni. I dati disponibili per il Veneto attestano chiaramente che nel primo trimestre 2015 gli ingressi nella condizione di occupato a tempo indeterminato hanno sopravanzato le uscite; i dati nazionali, pur limitati al primo bimestre, convalidano un bilancio analogo. Non solo: il saldo 2015 risulta nettamente più positivo del corrispondente 2014 e perciò comporta il netto miglioramento della dinamica dell’occupazione dipendente a tempo indeterminato anche su base annua. Certo, non è ancora sufficiente a riportare il saldo annuale su valori positivi: per conseguire questo risultato occorre che il trend innescato nel primo trimestre 2015 continui per almeno altri cinque-sei mesi.
Se dunque possiamo dare per certo il miglioramento congiunturale dell’occupazione dipendente a tempo indeterminato perché non si riflette nei dati complessivi sull’occupazione? Due risultano le possibili spiegazioni principali:

  1. il miglioramento è compensato da una dinamica di segno opposto delle altre componenti dell’occupazione complessiva, quali l’occupazione dipendente a termine (però ciò appare probabile, sulla base delle parziali evidenze già disponibili), l’occupazione indipendente, l’occupazione irregolare;
  2. una crescita anche di 100mila posizioni di lavoro dipendente a tempo indeterminato (come risulta proiettando a livello nazionale i dati veneti del primo trimestre 2015) è decisamente importante ma ancora modesta per essere ben catturata dall’indagine Istat sulle forze di lavoro, per le ragioni statistiche sopra ricordate.
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Alla fine di questa veloce disamina – nemmeno completa sotto il profilo metodologico perché alcune questioni sono state tralasciate (posizioni pluricontrattuali e altro) – restano le due solide evidenze indipendenti consegnateci dalle fonti: la sicura crescita, nel 2015, delle posizioni di lavoro a tempo indeterminato e la sostanziale stabilità nell’ultimo semestre, al netto di oscillazioni mensili che non meritano attenzione, degli occupati totali.
Si tratta di due evidenze che occorre tenere compresenti anche se non si prestano a una immediata e semplicistica lettura integrata. E suggeriscono, in definitiva, ottimismo e prudenza contemporaneamente.
Anastasia

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