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  1. Stefano Rispondi
    Forse è arrivato il momento di abbandonare il mero numero di libri letti all'anno per farsi un'idea generale della cultura degli italiani. Non dico che non ci siano delle lacune voglio sperare che non sia "vera" lettura solo un libro, anche questo articolo online dovrebbe rientrare nel computo o un settimanale (certo forse non Chi o Cioè...) ma esistono una marea di altre fonti di informazione/cultura che non sono dei libri veri e propri.
  2. Lorenzo Rispondi
    Tolta la parentesi adolescenziale, leggo (o rileggo) costantemente 4-5 libri all'anno e solo per un problema di tempo. Più che a Mondadori / Rizzoli cedo più alle lusinghe di Amazon e a qualche editore che contatto personalmente. Con questo dico che il costo del libro e la crisi non hanno inciso più di tanto nel mio modo di fare e, a giudicare dal grafico, anche nel modo di fare dei lettori di lungo corso, anzi. Piuttosto concordo con gli utenti che hanno evidenziato il disallineamento fra quantità di libri letti e loro "qualità"; non ho elementi per confermarlo, ma ad esempio, se negli autogrill ti regalano autori "televisivi" se compri un altro libro qualsiasi,credo che l'indice sia un po' dopato.
    • bob Rispondi
      ... è dopato come la vendita dei giornali dove si gioca sul diffusione e vendite un conto vendere un conto diffondere ci sono giornali che vivono sulle copie diffuse ( cioè regalate) ...a fronte del n° di copie arriva il finanziamento . Un Paese di analfabeti che fa largo uso di dati, statistiche, previsione etc etc qualche sospetto viene
  3. serlio Rispondi
    In Italia, vi è stato un tizio che ha promosso una legge per evitare la diffusione della cultura, Come ha fatto? semplice, ha impedito ribassi liberi nei prodotti editoriali, consentendo a un settore di evitare la libera concorrenza e, parola orribile, il mercato!! con la introduzione dell'euro il loro costo è di fatto raddoppiato, da 1.00 lire a1 euro, mentre sicuramente gli stipendi degli addtti del settore sono stati cambiati a 1936,27! Cosicchè il potere di acquisto degli acquirenti (per l'appunto!) si è di fatto dimezzato. Dal 2002 leggere costa il doppio e con l'abolizione della libera concorrenza, anche il parziale recupero di potere d'acquisto che questo ci consentiva è stato probiito.
    • stefano delbene Rispondi
      La Legge Levi, peraltro solo leggermente mitigata rispetto alla completa liberalizzazione del "mercato" della cultura, non avrebbe raggiunto lo scopo di creare concorrenza, ma di ammazzarla definitivamente. Se essa fosse stata approvata così come si sarebbe voluto, avrebbe comportato la sicura chiusura delle piccole/medie librerie indipendenti (che peraltro sono comunque in crisi soprattutto a causa della crisi economica che ha colpito significativamete il consumo culturale), e quindi una sempre maggiore concentrazione di tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione fino alla vendita. Il caso "mondazzoli" dovrebbe insegnarci qualcosa: i piccoli editori e la piccole librerie, che generalmente sono i players che tengono più alta la qualità e l'innovazione rischiano di finire strozzati dal ormai quasi monopolio che si sta concretizzando. Chi pensa che il mercato sia garantito dalla competizione selvaggia evidentemente vive fuor della realtà. E se parliamo di perdita di potere d'acquisto, prendiamocela con la vera causa, ossia la sciagurata politica economica del nostro paese negli ultimi vent'anni, non con i poveri librai!
  4. Marco Trento Rispondi
    Il problema è un altro. Bisogna chiedersi se il "numero di libri letti per anno" è un buon indicatore, e se sì, che cosa esso realmente indica. Domanda molto più interessante è cosa leggono gli italiani, non quanti libri leggono. Leggere dieci libri dementi all'anno non porta cultura. E nell'epoca di Internet, si accede a letture interessanti e puntuali direttamente dal web. Il "numero di libri letti per anno" assomiglia a quegli indicatori sociali degli anni '60 usati per misurare il progresso economico, tipo "numero di televisori per 1000 abitanti". Indicatori, va detto, sepolti dalla storia. Nessuna persona seria crede oggi che avere una TV in casa significhi progresso. Insomma, abbandoniamo questi indicatori vecchi di 50 anni e cerchiamo altre unità di misura. Il numero di libri letti è un indicatore utile solo alle case editrici.
    • davide445 Rispondi
      Non posso che aggregarmi al commento precedente, ricordando che analoghe statistiche sulla lettura dei giornali se disaggregate portano all'indicaizone che la maggior parte dei lettori legge quelli sportivi, non certo portatori di cultura a lungo termine. Nella mia esperienza l'ostacolo alla lettura è semplicemente tempo e costo, dove finisco per leggere tanti libri rileggendo semplicemente quelli che amo di più della mia biblioteca (fisica ed elettronica) e limitando i miei acquisti a quelli specialistici. A mio parere ben vengano i servizi in abbonamento (costo mensile fisso per qualsiasi numero di libri) ma soprattutto una piattaforma in cui le biblioteche, depositarie di cultura, possano fornire ebook in modo controllato.
      • stefano delbene Rispondi
        In realtà la statistica andrebbe incrociata con altre riguardanti altri tipi di consumo culturale, per poter definire un profilo del lettore che ci fornisca meggiori informazioni. Lo ha fatto e ne ha scritto Giovanni Solimine (L'Italia che legge, 2010 e Senza saperlo - Il costo sociale dell'ignotranza, 2014) dimostrando che il forte lettore è spesso un brillante fruitore della conoscenza anche attraverso i dispositivi più recenti. Anche la statistica istat (aggiornata al 2014, quindi piuttosto significativa) " Persone per lettura di quotidiani e libri, sesso e condizione occupazionale - livello nazionale" ci dice sostanzialmente la stessa cosa, collocando i lettori prevalentamente far la popolazione non solo con maggiore scolarità e reddito, ma anche con maggiori possibilità di accesso alle nuove tecnologie. La lettura del libro (e sarebbe interessante una statistica che riguardi gli e-books) rappresenta un indicatore della diffusione del libro (nei dati sulle vendite l'Italia è meno distante dagli altri paesi europei di quanto non lo sia per il numero di lettori) quanto della familiarità con l'approfondimento personale. Infatti leggere un libro significa soprattutto "interessarsi a qualcosa", a differenza di altre tipologie di "svago" che soprattutto significano "passare il tempo". Li sta la differenza far le due tipologie di cittadini.
    • Giovanni Treviso Rispondi
      Anche se concordo che le statistiche non sempre riescano a descrivere correttamente i fenomeni che intendono analizzare e che l'indicatore sia sicuramente utile alle case editrici, comunque credo che il problema rimanga questo. Il progresso della specie umana è sempre avanzato a tassi crescenti proporzionalmente alla possibilità di accesso alla lettura della popolazione. E' ancora il modo di trasmettere le conoscenze più efficiente inventato dalla nostra specie. Se una quota consistente della nostra società si auto-limita nella lettura (non è una questione di costi e/o di offerta: avete mai frequentato una biblioteca pubblica dove trovi di tutto gratuitamente? E' in genere un "deserto dei Tartari" al massimo utilizzato come aula studio). Se non si comprende l'importanza fondamentale della lettura e dell'abitudine alla lettura, è scontato che il nostro Paese rimanga al "palo" rispetto al mondo. Il dato, per quanto impreciso e, se si vuole, poco significativo, deve essere confrontato con quello dei Paesi con cui dobbiamo/dovremmo concorrere. Se i televisori per abitante non sembra più essere un dato significativo lo era quando il confronto veniva effettuato con il dato degli altri Paesi.
    • Luciano Canova Rispondi
      Sicuramente è interessante sapere 'cosa si legge' ma, essendo altamente correlato a 'quanto' si legge, il numero di libri resta misura molto utile. Poi, ben vengano indicatori più nuovi (anche se non ho capito bene quali: una specie di sentiment analysis dei testi letti? Data mining?), ma mi pare questione accessoria.