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  1. Spartaco Rispondi
    Gentile professore, quello che non è chiaro dal suo articolo è se nel tempo cresce solo l'ammontare dell'indennizzo o anche qualche altra tutela. Se crescesse solo l'indennizzo, perché si parla di "tutele crescenti", al plurale?
  2. Leon Rispondi
    Poi , tra l'altro, chiedo una cosa : è possibile per un lavoratore con contratto a tutele crescenti chiedere al datore di trasformarglielo in contratto a tempo indeterminato. uguale a quello di adesso e che quelli che lavorano già manterranno ? Se un lavoratore vale e non si vuole davvero fare i padroni, si dovrebbe poter fare e in molti casi non ci dovrebbe essere niente da dire...baH
  3. Leon Rispondi
    Che il mercato del lavoro pre riforma sia ingiusto e da cambiare totalmente, è un dato di fatto. Com'è un dato di fatto , però, anche che questa riforma è una riforma conservatrice e fortemente reazionaria, che conviene SOLO agli imprenditori. In Italia non c'è welfare : chi non lavora, al contrario dei paesi europei , non ha un sussidio garantito ogni mese ( parlo del reddito minimo garantito) e offerte di lavoro ( anche LavoriSocialmenteUtili) da parte dello Stato. E invece di introdurre strumenti da paese civile, cosa si fa ? Si diventa ancora più terzo mondo, perché l'imprenditore "è bravo, dà lavoro" , e si lascia mano libera al mercato. E abbiamo visto i danni . Tra l'altro, diciamocelo chiaramente senza falsità, la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani sono dei delinquenti. Chi evade, chi inquina, chi licenzia senza motivo, chi sfrutta ecc. Ma secondo voi dando mano libera a queste persone diminuisce la disoccupazione? Sono gli stessi che dicono che per certi lavori c'è offerta ma non ci sono lavoratori qualificati, ma non si sognano nemmeno di organizzare e investire , magari coadiuvati dallo Stato, corsi di formazione finalizzati a vere assunzioni. Quindi, il mercato del lavoro italiano andava ( va?) riformato. Ma qui mi sembra che si stia passando dalla cosidetta padella alla brace, con mantenimento di contratti schiavisti quali stage ,cocopro ecc, e mantenimento dell'apartheid tra lavoratori con contratto indeterminato, che manterranno, e GLI ALTRI.
  4. Ale Rispondi
    Nella parte che riguarda I licenziamenti collettivi c'e' Una imprecisione piuttosto grave: non e' vero che ora serva per forza un accordo sindacale. Se l'azienda vuole puo' licenziare comunque, vedi ad es. la vertenza Nokia Siemens networks. Ovviamente l'accordo e' di solito preferito per non avere poi le cause, visto che l'azienda normalmente non intende rispettare I criteri di legge nella scelta dei lavoratori da licenziare.
  5. Michele Rispondi
    L'effetto principale di questa pseudo riforma sara' quella di ingessare ulteriormente il mercato del lavoro: chi ora ha un vero contratto a tempo indeterminato perche' dovrebbe voler cambiare lavoro e trovarsi con 6 mesi di periodo di prova e poi licenziabile in ogni momento (con una modesta penale a suo favore, il cui conteggio ricomincia da zero), magari per motivazioni completamente fuori dal suo controllo (crisi aziendali, cambi di strategia, vendita della societa', cambio del management, nuovo capo a cui sta antipatico etc etc)
    • Massimo Rispondi
      Per cambiare lavoro senza gravi conseguenze è sufficiente chiedere al nuovo datore di lavoro un contratto individuale che tratti in modo condiviso il periodo di prova, le indennità in caso di licenziamento, la retribuzione e tutto quello che si ritiene utile.
      • Michele Rispondi
        Secondo Lei quanti potranno fare con successo queste richieste?
  6. simone Rispondi
    io lavoro da 7 anni nel settore privato con un contratto a tempo indeterminato, 5 livello. Se dovessi cambiare azienda, che tipo di contratto mi verrebbe proposto? conserverei la vecchia tipologia o confluirei direttamente nel nuovo? Nel secondo caso, come peserebbe la mia 'anzianità' contrattuale, le cosiddette tutele crescenti partirebbero da zero?
  7. tOM Rispondi
    Fino ad oggi in giudizio un dipendente poteva ottenere fino a 6-8 mensilità. Adesso arriviamo a 24. In pratica l'azienda si dovrebbe sobbarcare il costo di un dipendente fantasma fino a 2 anni, oltre alla liquidazione del tfr, senza uno straccio di aiuto (incentivi, semplificazione, riduzione delle tasse, liquidità). Con queste condizioni a rimetterci saranno i lavoratori più giovani, come al solito e alla faccia del patto inter-generazionale, perché chi si sognerebbe di licenziare un dipendente anziano con questi costi. In Italia bisogna invecchiare presto e cercarsi un bel posto nel pubblico, ecco il take-home message del Jobs Act.
  8. Stefania S' Rispondi
    Le considerazioni dell'autore sono del tutto condivisibili,soprattutto laddove da un lato sottolinea le caratteristiche di riforma del lavoro del Jobs Act ma dall'altro ne individua puntualmente le contraddizioni ed i limiti. Mi pare tuttavia essere non sufficientemente evidenziato il rischio insito nel mantenimento - nonostante le numerose rassicurazioni contrarie più volte date dal premier - di tutti i contratti in essere. Contratti che non riguardano soltanto i giovani ma anche un numero significativo di ultraquarantenni. Rischio che non è individuabile solo nell'allucinante percorso di carriera che aspetta gli interessati, ma nel rafforzamento di una totale sfiducia nello Stato in tutte le sue espressioni e di un disagio che non può che sfociare o nell'indifferenza o,e personalmente mi pare l'ipotesi più probabile, nella contrapposizione potenzialmente anche non pacifica. Da troppo tempo infatti su questo tema si teorizzano ipotesi di soluzione ma non si giunge a nessun esito concreto e tale da renderne gli effetti positivamente fruibili dai lavoratori interessati.Il limite che vedo più evidente nel Jobs Act è proprio quello di mantenere in essere contratti dalle caratteristiche assolutamente contrapposte di cui le imprese possono godere di volta in volta i vantaggi mentre i lavoratori ed i giovani e meno giovani in cerca di lavoro ne subiscono solo le conseguenze. Rafforzando chi rifiuta il cambiamento in sé e indebolendo chi lavora per un cambiamento davvero strutturale
  9. Stefania S' Rispondi
    Più che confusionario a me pare che manchi-per la verità in tutti i soggetti interessati - un disegno complessivo delle regole che devono definire il nuovo mercato del lavoro, sia privato che pubblico. Da qui la frammentazione degli interventi per quanto riguarda il privato e l'assenza, anche nella riforma Madia-almeno per quanto è a mia conoscenza- di un nuovo sistema per il pubblico. Il permanere di tutti i contratti precari rappresenta un errore la cui portata forse nemmeno siamo in grado di valutare,non solo perché ancora una volta annulla gli impegni in materia più volte assunti dal premier ma perché accresce, nei giovani ma non solo a fronte del fatto che i soggetti interessati sono anche quarantenni e oltre,una assoluta incertezza sul loro futuro e la totale sfiducia nello Stato. Nel pubblico, poi, ritarda interventi quantomai necessari se davvero si vuole avviare un percorso di sburocratizzazione e semplificazione: che non possono avvenire se non cambia il modo di intendere il lavoro ad ogni livello. E quindi a partire da una dirigenza a cui necessita uscire da una autoreferenzialità limitante e limitativa e da una troppo diffusa estraneità ad una concezione manageriale del ruolo che accompagni quella di " servitori dello Stato" spesso più dichiarata che praticata. Limiti tutti che ricadono pesantemente sul personale vuoi impedendone lo svolgimento delle attività sulla base delle effettive competenze vuoi invece assecondandone una visione corporativa ancora diffusa
  10. Roberta Rispondi
    Un po' di confusione c'è anche in questo articolo! Il vantaggio previsto dalla Lagge di Stabilità per le assunzioni a tempo indeterminato è di tipo contributivo, non fiscale!
  11. Alessio Zini Rispondi
    Sig. Garibaldi, non le sembra assurdo che qualora un licenziamento economico venga giudicato illegittimo vi sia un indennizzo? E' illogico. La vera riforma, a mio avviso, dovrebbe essere questa: Un lavoratore dovrebbe venire licenziato per motivi economici con di base un già misurabile indennizzo economico. Qualora il lavoratore pensi che la motivazione economica non sia veritiera, farà ricorso ad un giudice. Se il giudice accerta il licenziamento senza giusta causa, allora si potrà procedere o al reintegro o ad un ulteriore indennizzo, a scelta del lavoratore. Un rapporto onesto che "superi" l'articolo 18 dovrebbe essere questo. Altrimenti, inutile parlare di disciplinari o discriminatori: la verità è che se passa il concetto per cui ti licenzio per motivi economici, e pur in presenza di una dimostrata non sussistenza dei motivi, si viene comunque licenziati... Che senso ha? E' un vuoto logico enorme. E soprattutto: il lavoratore senza lavoro e senza indennizzo dovrà preoccuparsi di entrare in causa per averlo. Non mi pare una buona riforma. Mi pare un testo scritto un po' a caso, senza un pensiero strutturato dietro. Si vuole togliere l'articolo 18, ma non si vogliono dare pari responsabilità alle imprese. Liberalizziamo il licenziamento.. Sì, ma anche l'indennizzo. E' stupido passare da un giudice per quantificare un indennizzo, bisognerebbe passarci solo per ottenere il reintegro nel caso in cui il lavoratore sia davvero convinto dell'insussistenza della causa.
  12. Vincenzo Tondolo Rispondi
    Il contratto a tempo determinato, che oggi prevede fino a cinque rinnovi in tre anni senza restrizioni, è stato toccato sì, ed è il decreto Poletti, trasformato in legge 16 maggio 2014, n. 78. Come poteva essere ritoccato a Natale ciò che era stato voluto fortemente sei mesi prima e, per giunta, dagli stessi soggetti?