LUNEDì 16 MARZO 2026

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Istruzioni per non perdere la madre di tutte le battaglie

Matteo Renzi vuole riformare la burocrazia. Ma non basta ridurre gli stipendi degli alti dirigenti, per “cambiare l’Italia” occorre che la pubblica amministrazione traduca, e celermente, le riforme in atti concreti. Alcune semplici linee guida da seguire per ottenere risultati.

Come uscire dal pantano delle detrazioni fiscali

La nostra imposta sul reddito ha un gravissimo difetto, dovuto alla previsione di detrazioni di imposta decrescenti. Una vera riforma non può quindi che porsi l’obiettivo di eliminarle, oltre che di rimodulare le aliquote. Ecco come farlo pur in presenza di vincoli di bilancio stringenti.

Fenomenologia del Bitcoin

I Bitcoin sono una moneta virtuale. Sono assurti agli onori della cronaca per il rischio di fallimento di uno dei principali gestori. Come funziona la domanda, l’offerta e la vigilanza. E una bolla che deve scoppiare perché altre valute virtuali possano nascere e prosperare.

La strada che non porta ad Electrolux

A imprenditori e sindacati manca un solo passo per rendere le relazioni industriali scudo della crisi e volano della crescita. Per capire quale, bisogna ripercorrerne l’evoluzione che, in sostanza, ha conosciuto quattro fasi (1). 
La prima e quella che risale alla fine degli anni 60: partiti e sindacati alleati contro il “capitale”, per rendere il salario “variabile indipendente”. Le grosse aziende, “statizzate” dalla fine  della  seconda  guerra  mondiale perché conservassero le potenzialità della “grande Italia” fascista, erano a  poco a poco diventate sezioni distaccate dei partiti, che ne mantenevano il pieno controllo. I sindacati protestavano perché il lavoro doveva “rendere liberi tutti”; i partiti e dunque i vertici delle aziende, da questi manipolati, rispondevano a suon di retribuzioni più alte;  le imprese, per contro, perdevano profitto e dunque produttività.
La seconda fase e quella che risale ai primi anni ’90:  sindacati, senza partiti, contro il “capitale”. Il costo dei diritti, come quello dei lavoratori a retribuzioni alte, era diventato eccessivo; lo Stato non  poteva più permetterselo perché, anche per questo, si era ammalato di debito pubblico: sulla spinta dei governi di austerity, prendevano avvio le privatizzazioni. I sindacati, rappresentando solo i lavoratori “protetti” dallo Statuto del 1970, protestavano ma non facevano più lo stesso rumore, perché i partiti, messi ai cancelli dalle aziende, avevano perso interesse ad amplificarne le richieste; i privati rispondevano con soluzioni a metà, ma soprattutto senza automatici aumenti della retribuzione, per salvaguardare la produttività dell’impresa, che non a caso cresceva.
La terza fase risale agli anni 2000: i sindacati spaccati contro il “capitale”. L’unità sindacale ha subito una grave rottura culminata nel 2009 nella mancata firma della Fiom-Cgil al rinnovo del Ccnl dei metalmeccanici e la perdita di rappresentatività e il “capitale”, sordo alle proteste frammentate, ha preso a imporre condizioni meno vantaggiose per il lavoratori; per questa crisi, malgrado gli sforzi, la produttività aziendale non è decollata.
La quarta fase è quella attuale: i sindacati sono di nuovo uniti contro il “capitale”. Ritrovata l’unità d’azione con l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, si sono dati pensiero di recuperare la rappresentatività dal basso: a tale fine, hanno sottoscritto prima l’accordo del 31 maggio 2013 e poi il regolamento attuativo del 10 gennaio 2014 e completato perciò il passaggio dal sistema di rappresentatività presunta (delle Rsa) a quello di rappresentatività effettiva (delle Rsu). Ma il “capitale” minaccia di fuggire all’estero o, in alternativa, di abbattere drasticamente i diritti dei lavoratori.
Tra la terza e la quarta fase, dunque, qualcosa non e andato. Ed allora qual è il passo che sindacati e imprenditori non hanno fatto? Come deve prospettarsi la quinta fase?
La risposta è una sola: i sindacati e gli imprenditori hanno mancato di allearsi contro la crisi e continuato a vivere con l’idea del conflitto tra il “salario” e il “capitale”. Per uscire dal pantano, non c’è più bisogno di “exit, ma semplicemente di “loyality” tra sindacati e imprenditori e, per dirla con Hirschman, di un’unica “voice” contro la crisi verso precisi obiettivi. Ad esempio, più contrattazione collettiva di secondo livello con la partecipazione del sindacato alle scelte delle imprese e dei lavoratori agli utili. Ma soprattutto più quota di salario rimessa alla volontà di imprenditori e sindacati, contro la cultura dei minimi retributivi stabiliti dal Ccnl.
In questo  modo, le imprese  avrebbero  infatti possibilità  di ancorare  i salari al proprio trend produttivo, e i lavoratori sarebbero incentivati a produrre in misura maggiore. Invece, allo stato, le imprese sono obbligate a pagare retribuzioni stabilite da attori che si muovono su un palco che non vedono. E cosi, quelle piccole talora collassano; le grandi fanno resistenza a ricorrere alle retribuzioni premiali. Si tratterebbe, in fondo, di un esempio di “connettività” (2) tra imprenditori e sindacati, come quella già sperimentata negli altri Paesi, a partire dalla Germania sino alla Russia con il sindacato Iatuo Lukoil. Ma soprattutto, di una via che non conduce ad un bivio di nome Electrolux.

Ciro Cafiero
Collaboratore della cattedra di diritto del lavoro presso la Luiss e la Lumsa

 

(1) Per una più compiuta indagine sul ruolo e sull’evoluzione del sindacato, si veda M.Martone, Governo dell’Economia e azione sindacale in “Trattato di Diritto Commerciale e di Diritto Pubblico dell’Economia”, vol. XLII, diretto da F.Galgano, Padova, 2006
(2) In questo senso si veda F.Occhetta, La società italiana: tra sopravvivenza e innovazione, La Civiltà Cattolica, 18 gennaio 2014, 3926, pagg.119 e ss.

Il punto

Auguriamoci che il nuovo governo sia in grado di imprimere la svolta nella politica economica di cui il paese ha bisogno. Non ci verranno concesse prove d’appello.
I divari retributivi nel pubblico impiegogià documentati su questo sito , sono il frutto della “privatizzazione” iniziata negli anni ’90. Avrebbe dovuto imporre anche un sistema meritocratico di incentivi che però non ha funzionato. Meglio ricostruire le carriere nella PA a partire dalla valutazione del personale e sganciarle completamente dalla politica. Vediamo come. Anche la lotta contro corruzione è indissolubilmente legata alla battaglia per aumentare il livello di efficienza e di etica nello Stato.
Del tutto inadeguato il disegno di legge Delrio sulle città metropolitane e i comuni: la nuova architettura non parte dall’accorpamento dei comuni e non individua selettivamente le aree metropolitane che davvero necessitano di questa dimensione operativa.
Con i premi dell’assicurazione Rc-auto tra i più alti d’Europa, il nostro mercato delle polizze avrebbe bisogno di una sostanziosa iniezione di concorrenza. Uno degli ultimi disegni di legge approvati dal governo uscente, invece, prevede sconti sull’assicurazione auto in cambio obblighi per assicurato. Non basta.

Un commento  di Maria Luisa Delvigo a “ I guitti del giornalismo ” di Luigi Guiso

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Il disegno di legge Delrio propone una definizione di città metropolitana che difficilmente può garantire gli obiettivi che la riforma si prefigge. Un criterio alternativo invece ridisegna i comuni, riducendone drasticamente il numero. La frammentazione amministrativa e la competitività del paese.

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Le riforme del pubblico impiego degli anni ’90 hanno smantellato le carriere fissate per legge e sostituite con premi di produzione annuali. Che però non riescono a produrre incentivi significativi. La formalizzazione delle carriere e l’indipendenza dalla politica.

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