MARTEDì 24 FEBBRAIO 2026

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Unione bancaria: un’altra delusione europea

L’unione bancaria rischia di diventare l’ennesima delusione europea: un progetto promettente, ma realizzato male e a metà, tra scarsa trasparenza e veti incrociati. È però uno dei fronti sui quali l’Europa deve progredire. Altrimenti, i movimenti anti-europei saranno più forti.

Così i fondi Ue hanno mitigato la crisi

Nata negli anni Ottanta, la politica europea di coesione aiuta lo sviluppo economico delle regioni più svantaggiate. Un obiettivo raggiunto anche durante crisi. Le province a cui sono stati assegnati i fondi hanno visto crescere il loro reddito pro-capite più velocemente.

Il Punto

L’unione bancaria europea dovrebbe prevedere tre pilastri: vigilanza unica, risoluzione delle crisi e assicurazione europea dei depositi. Finora, però, il primo funziona ma in modo poco trasparente, il secondo ha fallito, per esempio, nel caso dell’Italia e il terzo non c’è, bloccato da veti incrociati. Nel bilancio dei 60 anni di Europa, questo è uno degli strumenti che hanno deluso. Di altro segno – positivo – il risultato dei fondi Ue per la convergenza economica. Nelle regioni più povere, queste risorse sono state utili nell’arginare gli effetti della Grande crisi.
A 95 anni si è spento Kenneth Arrow, il premio Nobel dell’economia più giovane di sempre. Uno tanto brillante che, mentre tutti provavano a raffinare le sue scoperte, si mise subito a studiarne i punti deboli. E li trovò, gettando le basi dello studio delle asimmetrie informative che quattro suoi studenti svilupparono vincendo altrettanti Nobel.
I dati Istat sul mercato del lavoro di gennaio 2017 confermano che non si arresta il lento (troppo lento!) miglioramento in corso da un paio di anni. Rimane da capire una cosuccia come i meriti relativi della decontribuzione e del Jobs act nel riportare il segno più sul fronte dell’occupazione. Nel frattempo, i dati Istat mostrano che la ripresa finora è stata trainata da export e consumi e frenata da un’inusuale crescita dell’import.
Con il rilancio delle grandi opere (si parla di 70 miliardi in infrastrutture) torna il timore dei soldi sprecati in lavori inutili. Bene ha fatto il ministro Delrio a creare una struttura tecnica per la valutazione di tali investimenti. Ora serve approvare linee guida e criteri per non ripetere le scelte solo politiche del passato.
Serve sforbiciare le detrazioni Irpef (66 miliardi nel 2016) per correggere i conti dello stato e non incorrere nella procedura d’infrazione europea? Se si va giù pesante si raggiunge l’obiettivo ma si introducono forti elementi di iniquità fiscale. Se si colpiscono solo gli alti redditi non si ottengono i numeri utili allo scopo.

Sergei Kovbasyuk e Fabiano Schivardi rispondono ai commenti al loro articolo “Una tassa per liberalizzare i taxi con il consenso dei tassisti

Kenneth Arrow, il rivoluzionario della teoria

Kenneth Arrow è stato un gigante dell’economia, è tuttora il più giovane vincitore del premio Nobel per l’economia. È stato un pioniere di molte discipline e il suo lavoro ha rivoluzionato il modo di fare teoria. La sua ricerca all’insegna di inesauribile curiosità e rigorosa onestà intellettuale.

Continua il lento miglioramento nel mercato del lavoro

I dati confermano che negli ultimi mesi non si è arrestato il lento ma progressivo miglioramento del mercato del lavoro. La decontribuzione ha avuto un ruolo importante, ma è stata un investimento ragionevole in tempo di crisi. Più difficile indicare il contributo del Jobs act.

Valutare le grandi opere: una necessità sempre dimenticata

Non mancano gli esempi di grandi opere che si sono rivelate uno spreco di soldi dei cittadini. Il ministero ha ora creato una struttura tecnica che valuterà gli investimenti pubblici secondo regole precise, per rendere meno discrezionali le scelte politiche. Ma riuscirà a svolgere il suo ruolo?

Un taglio alle detrazioni? Non risolve i problemi di bilancio

Non sarà la revisione delle detrazioni fiscali a permetterci di evitare la procedura di infrazione europea. Per non avere effetti negativi sulla ripresa, il taglio dovrebbe concentrarsi sui contribuenti con redditi più alti, che però ne beneficiano già in misura limitata.

La ripresa italiana: il traino di esportazioni e consumi, il freno delle importazioni

Grafico pil

L’Istat ha pubblicato i dati annuali di consuntivo del 2016 sulla crescita del Pil e delle sue componenti di domanda interna ed estera. La crescita è cominciata modestamente nel 2014 (+0,1 per cento) e proseguita a passo più spedito nel 2015 e 2016, che hanno fatto registrare rispettivamente un +0,8 e +0,9 per cento. La crescita complessiva del Pil nel 2014-16 rispetto al minimo del 2013 è stata dunque dell’1,8 per cento. In questi anni il passo dell’Italia è stato meno spedito di quello degli altri grandi paesi europei e della media dell’eurozona. Ma il divario di crescita rispetto all’Europa è diminuito nel tempo.
Come si vede dal grafico, la crescita del Pil è stata trainata da due voci, consumi ed export. I consumi delle famiglie sono saliti complessivamente del 3,2 per cento, particolarmente nel 2015, l’anno di maggiore efficacia del bonus degli 80 euro. L’export ha raggiunto il suo massimo di sempre nel 2016, con una crescita del 9,8 per cento rispetto ai livelli 2013. A frenare la crescita del Pil è stato l’inusuale boom delle importazioni che – con il loro +13,5 per cento – sono aumentate percentualmente addirittura più rapidamente delle esportazioni.
Rispetto ad analoghi episodi di ripresa economica del passato, famiglie e aziende italiane hanno soddisfatto la loro accresciuta domanda di consumi e investimenti acquistando più beni e servizi prodotti all’estero. Un segno di maggiore internazionalizzazione ma anche di perdita di competitività dei produttori italiani. Soprattutto, un chiaro e pesante lascito della lunga crisi di questi anni.

Cinque domande e cinque risposte su taxi e tassisti

Innanzitutto, vorremmo ringraziare tutti i lettori per i commenti e le critiche al nostro articolo, tutte costruttive e civili, cosa che in rete non è sempre scontata. In questa breve risposta, riassumiamo e commentiamo i temi più ricorrenti.

Perché dovremmo compensare i tassisti?

Perché i tassisti dovrebbero essere più garantiti di molti altri lavoratori che hanno visto peggiorare le loro prospettive occupazionali? lavoce.info è un sito di analisi economica. Come tale, approfondisce temi e fa proposte utilizzando gli strumenti dell’economia. In questo articolo abbiamo proposto un meccanismo che potrebbe essere usato per compensare i tassisti. Decidere se compensarli sia “giusto” o “sbagliato” esula dagli obiettivi che ci proponiamo su questo sito. Se sia giusto indennizzare i tassisti, e in che misura, sono domande che rientrano nei giudizi di valore. Ognuno ha la sua opinione. Spetta alla politica rappresentare quelle dei cittadini e tradurle in decisioni su cosa fare in una situazione in cui ci sono interessi in conflitto (tassisti da una parte, utenti e potenziali nuovi tassisti dall’altra).

Bisognerebbe tenere conto di un periodo di ammortamento del valore della licenza?

Tecnicamente, una licenza è un diritto a ottenere una rendita perpetua. Come tale, il suo valore non dipende da quanto la si detiene. Ad esempio, i tassisti “anziani” la usano come sostituto alla liquidazione quando smettono di operare il taxi. Si può decidere di indennizzare diversamente tassisti con diversa anzianità, ma da un punto di vista economico l’ammortamento non è un motivo per farlo.

Come attuare la proposta se in Italia è difficile raccogliere le tasse?

La tecnologia in questo caso aiuta molto. Ad esempio, con Uber ogni corsa viene pagata con carta di credito, l’ordine viene registrato e tecnicamente è facile applicare una tassa.

Le tariffe fisse evitano che gli operatori si approfittino di picchi di domanda per aumentare ingiustamente i prezzi, come fa Uber?

Quando piove trovare un taxi è tanto probabile quanto vincere la lotteria. Aumentare il prezzo è un modo per indurre i tassisti a fare un turno in più quando il loro servizio è particolarmente utile. La teoria economica su questo punto è chiarissima: fare variare il prezzo per equilibrare domanda e offerta è più efficiente che utilizzare schemi di razionamento.

Esistono altri schemi?

Sì esistono schemi diversi da quello da noi proposto. Uno alternativo al nostro sarebbe di vendere le licenze ai nuovi tassisti e usare i proventi per indennizzare i vecchi. Il problema è che si creerebbe una platea ancora più numerosa di tassisti pronti a opporsi a ogni altra liberalizzazione. Inoltre, diventerebbero tassisti solo coloro che hanno già i soldi per pagare la licenza o coloro che li possono prendere a prestito. Nella nostra proposta, invece, le licenze sono gratuite e non a numero programmato. Chiunque soddisfi determinanti requisiti la può ottenere.

Come a Bruxelles vedono i conti dell’Italia: male

Il rapporto della Commissione europea sui conti pubblici non fa sconti. Ricorda che la flessibilità ha un limite, coincidente con la necessità di finanziare i cali delle imposte con riduzioni di spesa o almeno far ripartire le riforme. Altrimenti si rischia la procedura di infrazione per deficit eccessivo.

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