Il decreto sulla protezione dei rifugiati voluto da Salvini pone limiti rigidi alla protezione umanitaria. Tra il 2016 e il 2017 è stata concessa a quasi 40 mila persone, che ora rischiano di diventare irregolari. Alla faccia della lotta alla clandestinità.
Il decreto Salvini prevede l’abrogazione quasi totale della protezione umanitaria in Italia. Il provvedimento ha chiare finalità propagandistiche. Restano perciò aperti vari interrogativi sulla sua legittimità ed efficacia e sulle sue conseguenze.
Si può davvero tracciare un parallelismo tra populismo e fascismo? Entrambi sembrano far leva sullo scontento. Per esempio, subito dopo la prima guerra mondiale, c’è un legame tra numero di caduti sul fronte e voti a favore del movimento fascista.
Le risorse dedicate all’integrazione degli immigrati sono assai modeste. E l’impegno del terzo settore da solo non basta. Ma è proprio su queste politiche che bisognerebbe investire per garantire un futuro di convivenza a tutti, italiani e stranieri.
Le dimissioni di Mario Nava dalla Consob hanno alimentato il “sospetto inquietante” che si sia trattato solo di uno scontro di potere. Ma le istituzioni indipendenti vanno sottratte a queste logiche Perché hanno un ruolo essenziale nelle economie moderne.
L’integrazione dei 5 milioni di immigrati regolari che spesso vivono con gli italiani meno abbienti in zone degradate non è un obiettivo del governo. Lo si capisce dalla scomparsa dei fondi per le periferie dal decreto Milleproroghe. Mentre le amministrazioni che finanziano corsi di italiano e mediazione culturale sono accusate di sottrarre fondi agli italiani.
L’infelice dichiarazione del ministro Di Maio dopo le dimissioni di Mario Nava da presidente Consob (“Nomineremo un servitore dello stato e non della finanza internazionale”) fa intendere che governo e maggioranza considerano le autorità indipendenti come bracci operativi della politica. Non succede in alcuna democrazia.
Per lottare contro la burocrazia – uno dei temi principali del governo – non c’è bisogno di fare nuove leggi. Basta utilizzare gli strumenti già presenti nell’ordinamento che possono permettere di realizzare interventi sistematici. Ma è fondamentale riuscire a battere la resistenza passiva di piccoli e grandi Gattopardi.
Economista e nostro collaboratore attento alle relazioni industriali e alle loro implicazioni sociali, Carlo Dell’Aringa – scomparso a 77 anni – è stato maestro di rigore scientifico in università. La sua passione per una politica mai partigiana lo ha anche portato a svolgere con efficacia attività parlamentare e ministeriale.
La lotta alla burocrazia è uno dei temi centrali dell’esecutivo Conte. Si dovrebbero però evitare gli errori degli ultimi governi. E utilizzare quegli strumenti già presenti nell’ordinamento che possono permettere di realizzare interventi sistematici.
È improvvisamente scomparso Carlo Dell’Aringa. È stato protagonista delle trasformazioni del mondo del lavoro degli ultimi quarant’anni: un economista politico attento alle relazioni industriali e alle implicazioni sociali dei fenomeni economici.
Un’intesa tra Regno Unito e Unione europea appare sempre più lontana. Anche perché a Londra gli scenari politici sono tutt’altro che chiari. Nel paese di Shakespeare, solo la finzione teatrale può aiutarci a comprendere la gravità della situazione.
La povertà ha molte cause diverse e non basta un solo strumento per combatterla. Per questo il piano Macron prevede ventuno azioni, una delle quali è il reddito universale di attivazione. Un approccio che potrebbe essere utile anche in Italia.