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Un reddito minimo possibile

L’introduzione di un reddito minimo è quanto mai urgente e necessaria. Ma come disegnare la misura? Universalismo selettivo e risorse da recuperare secondo una logica redistributiva sono i criteri guida. L’erogazione monetaria va affiancata da interventi di promozione sociale e lavorativa.
QUALE REDDITO MINIMO
In questi mesi, con i programmi elettorali, il documento dei saggi nominati da Giorgio Napolitano, il programma del Governo Letta, si è tornati a parlare di reddito minimo.
Era doveroso, oltre che auspicabile, visto il continuo estendersi della povertà e l’acuirsi dei bisogni delle famiglie, anche se sui contenuti attribuiti volta a volta al reddito minimo la confusione è grande. (1)
L’Italia è insieme alla Grecia l’unico paese europeo dove ancora non esiste una politica unitaria di lotta alla povertà e un’ultima rete di protezione sociale per le famiglie al di sotto di una determinata condizione economica. Le misure più tradizionali di integrazione dei redditi delle famiglie (integrazione al minimo, pensione e assegno sociale, eccetera), così come quelle più recenti (bonus incapienti, bonus utenze e carta acquisti), sono categoriali, di tipo riparativo-assistenziale perché non connesse a nessuna iniziativa di responsabilizzazione, attivazione, promozione dei soggetti interessati. Risultano così poco efficaci nell’abbattere la povertà. (2) Difettano anche di equità e di efficacia re-distributiva: del 21,4 per cento della spesa per integrazioni al minimo e del 13,1 per cento della spesa per pensioni sociali, per un insieme di circa 2,8 miliardi di spesa pubblica, beneficiano famiglie che trovano collocazione nei decili più elevati (8°, 9° e 10°) della distribuzione calcolata secondo la nuova Isee (di cui si auspica un’approvazione in tempi rapidi), con un reddito disponibile medio equivalente o superiore ai 21mila euro annui. (3)
L’introduzione di un reddito minimo è dunque cosa quanto mai urgente e necessaria, ma non può che essere portata avanti assumendo come criterio guida l’universalismo selettivo e recuperando risorse secondo una logica redistributiva.
Qui assumiamo l’istituto come intervento universalistico, specificamente inteso a contrastare la povertà delle famiglie, sottoposto solo alla selettività sulla condizione economica. Escludiamo quindi di porre altri vincoli di natura categoriale legati alla composizione familiare (altre sono le misure di sostegno alle famiglie con figli), all’età anziana (come l’attuale pensione e assegno sociale), a una qualche storia contributiva (come l’integrazione al minimo), o alla perdita del lavoro (non è un ammortizzatore sociale, anche se deve combinarsi al meglio con essi per assicurare continuità nella protezione sociale). Il reddito minimo dovrà abbinare a una erogazione monetaria interventi e servizi di sostegno e anche, compatibilmente con le caratteristiche e le possibilità dei beneficiari, di attivazione e promozione sociale e lavorativa. Ne potranno beneficiare tutte le famiglie “povere”, le cui condizioni economiche presentino una Isee riformata inferiore a 8 mila euro, e un reddito disponibile inferiore alla soglia della povertà assoluta (che è differenziata per caratteristiche familiari, area geografica, dimensione del comune di residenza). A ciascuna di queste famiglie spetterà un contributo che integri il suo reddito fino alla soglia della povertà assoluta. Sulla base di questi criteri, secondo le nostre stime beneficerebbero della misura circa 1 milione di famiglie, con un costo complessivo annuo di circa 5 miliardi di euro, che potrebbero salire a 5,5 miliardi considerando anche i costi gestionali e amministrativi necessari per l’attuazione della misura a livello territoriale.
DOVE TROVARE LE RISORSE
Come reperirli? La prassi ricorrente è quella di chiedere risorse aggiuntive. È la via più agevole, ma nell’attuale congiuntura appare assai poco promettente. E che comunque non affronterebbe il problema del buon uso delle risorse disponibili. Optiamo quindi per reperire le risorse necessarie, tutte o almeno in buona parte, rivedendo la distribuzione dei benefici delle attuali misure di integrazione dei redditi. Misure che le analisi effettuate mostrano essere poco eque (lasciano senza alcuna protezione una buona parte delle famiglie povere), scarsamente redistributive (risultano in parte beneficiare famiglie benestanti), poco efficaci nell’abbattere la povertà.
Ipotizzando di finanziare l’intera misura a partire da un azzeramento della spesa per pensione sociale, integrazione al minimo, social card, quattordicesima e maggiorazioni sociali percepite dalle famiglie appartenenti ai quattro decili superiori della distribuzione, si potrebbero recuperare risorse per 4,8 miliardi di euro. (4) Un taglio del genere può essere introdotto per i nuovi accessi, ma se applicato agli attuali beneficiari sarebbe troppo drastico e incontrerebbe resistenze difficilmente superabili.
Conviene quindi optare per un processo più soft e graduale, che faciliti la transizione più indolore possibile, consentendo ai singoli beneficiari e alle loro famiglie tempi di assestamento su bilanci familiari che pur agiati, non potranno più contare su tali risorse. Il processo che proponiamo è di cominciare a ridurre le erogazioni dei quattro decili Isee superiori con aliquote di taglio differenziate: 80 per cento al decimo, 60 per cento al nono , 40 per cento all’ottavo e 20 per cento al settimo. Si potrebbero così recuperare, già nel primo anno, risorse per quasi 2,2 miliardi, coprendo per le famiglie povere beneficiarie del reddito minimo il 40 per cento della distanza tra i loro attuali redditi e la soglia della povertà assoluta. Successivi analoghi passi annuali consentirebbero di recuperare in pochi anni l’intera somma necessaria a finanziare il reddito minimo, sia per la parte di erogazioni monetarie che per la parte servizi di accompagnamento e promozione di percorsi di inserimento e attivazione sociale e lavorativa dei componenti delle famiglie povere. Naturalmente, la possibilità di reperire risorse da altre fonti potrebbe accelerare il percorso indicato. Si potrebbe anche prevedere una modesta quota di concorso soprattutto alla spesa per l’implementazione dei necessari servizi di Regioni e comuni, che il reddito minimo sgraverà di alcuni oneri e delle spese relative.
La nuova misura dovrà quindi progressivamente elevare la sua soglia di integrazione e ridurre – e in prospettiva assorbire – le misure categoriali di integrazione dei redditi, come pensione sociale, integrazione al minimo, sconti su forniture di energia elettrica, carta acquisti. Non assorbirà invece misure specificamente orientate a condizioni particolari di disagio: disabilità, non autosufficienza e simili.
Tutto ciò rende evidente la necessità del progressivo spostamento della gestione delle misure indicate e delle relative risorse dall’Inps a Regioni e comuni, per ottimizzare l’efficacia degli interventi, costruiti su progetti personalizzati di inserimento e di attivazione che responsabilizzino i beneficiari su alcuni precisi impegni da assumere e compiti da assolvere. Senza questa dimensione si rimarrebbe nell’assistenzialismo, mentre è indispensabile per l’efficacia  assumere la logica e gli strumenti delle politiche attive. (5)
Assumendo analoghe strategie è possibile riformare e rendere più efficace, più equo e più efficiente l’intero nostro sistema socio assistenziale. Lo diciamo dopo aver provato a declinare proposte di riforma per altri campi che assorbono quote dei 62 miliardi di spesa socio assistenziale nazionale analoghe ai 17 miliardi degli interventi di integrazione dei redditi che abbiamo qui considerato. Riformare si può, il vincolo finanziario può essere superato, occorre la volontà politica di affrontare le resistenze che indubbiamente si incontreranno.
(1) Vedi Ranci Ortigosa E., Quale reddito minimo?, Prospettive sociali e sanitarie, 2013, n. 4, che assume una definizione di reddito minimo più ristretta rispetto a quella prospettata da Boeri T. e Perotti R., “Reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito”, lavoce.info, 5.3.13. Si veda anche Schizzerotto A. e Trivellato P., “Reddito minimo, la condizione per farlo”, lavoce.info, 30.4.2013
(2) I trasferimenti assistenziali in Italia abbattono il rischio di povertà relativa solo del 19,7 per cento, la terz’ultima performance fra i 27 paesi UE che nel loro insieme presentano un abbattimento medio del 35,2 per cento, con metà di essi che superano il 40 per cento (Eu Silc per il 2011). Un impatto tanto deludente è dovuto più che alla ristrettezza delle risorse impegnate nell’integrazione di redditi carenti (quasi 17 miliardi di euro nel 2011), al loro cattivo uso, mai rivisto malgrado le indicazioni in merito offerte già nel 1997 dalla Commissione Onofri, e da altri, fra i quali ci collochiamo.
(3) Tali stime vengono effettuate utilizzando il modello di micro simulazione del Capp, su dati It Silc 2010, redditi 2009, entro una ricerca Ars sostenuta da contributi di Fondazione Cariplo e Irs.
(4) Il contributo dei comuni è solo in kind. La quattordicesima è stata introdotta dall’ultimo Governo Prodi per elevare le pensioni minime. Data la ridotta rilevanza, la voce di spesa può essere accorpata per semplicità alla voce: integrazioni al minimo.
(5) Non è qui possibile esporre le modalità di gestione del reddito minimo da noi previste, in merito alle quali si rinvia anche a Cerea G., “Il reddito minimo si può fare”, lavoce.info del 15.3.13.

Leggi anche:  Ammortizzatori in campo in una crisi diseguale**

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13 commenti

  1. Gianfranco N

    Ben venga il reddito minimo ma è necessario anche garantire un sistema di controllo efficace. In assenza di questo il reddito minimo sarebbe erogato anche agli evasori con il SUV o lo yacht.
    Per quanto riguarda le risorse non ho mai sentito parlare di riformare pesantemente i contributi alle regioni autonome. L’autonomia va bene ma perché queste regioni hanno a disposizioni fondi immensi messi a disposizione da tutti i contribuenti?
    Un esempio per tutti i valdostani comprano la benzina a prezzo irrisorio. La differenza la paga Pantalone.

  2. Vincenzo Carrieri

    Proposta molto condivisibile. E’ da apprezzare anche il fatto che si indichino le modalità di finanziamento della proposta. Come base di discussione, sollevo la critica classica a tali schemi, ovvero la possibilità di disincentivare il lavoro. Da una parte, ciò potrebbe non essere completamente un problema in questa fase storica, se si assume che molta di questa disoccupazione possa essere non volontaria. Dall’altra, c’è sempre la possibilità delle politiche attive che anche l’articolo evidenzia. Aggiungo, però, che forse potrebbe essere utile riconoscere un’integrazione non completa rispetto alla soglia di povertà, rendendo lo schema da voi proposto più vicino alla Imposta negativa sul reddito. Ciò porterebbe anche un risparmio di risorse che potrebbe non essere modesto se si considera ad esempio un’integrazione del 75% della soglia.

  3. Marco Esposito

    Segnalo un rischio: quello di cadere nella trappola dei presunti differenziali di costo della vita. Ci sono conteggi approssimativi in base ai quali la vita al Sud costa il 30% in meno e quindi sarebbe giusto dare erogazioni in proporzione più basse. In realtà indagini neutrali (Nielsen 2009) dimostrano che a parità di prodotti i prezzi sono più alti al Sud (la Calabria è la regione più cara d’Italia). Il differenziale del 30% è apparente perché l’Istat monitora i prodotti più venduti città per città ed è ovvio che a parità di tipologia (pasta, birra eccetera) in un posto con redditi più bassi i prodotti più venduti siano quelli di prezzo inferiore. Ben venga quindi la proposta di reddito minimo ma senza introdurre differenziazioni territoriali non giustificate.

  4. Vincesko

    Osservo:
    1) A proposito di confusione lessicale, perché voi studiosi non usate tutti – sempre – la locuzione “reddito minimo garantito” (Rmg) quando si tratti di assistenza alla povertà? http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Una-svolta-incompiuta-18790
    2) Oltre all’Italia e alla Grecia, il reddito minimo non esiste neppure in Ungheria.
    3) Va bene riorientare i fondi già stanziati in bilancio, ma in Francia l’imposta sulla ricchezza serve proprio a finanziare il reddito di cittadinanza; analogamente dovrebbe essere fatto in Italia.
    4) Gli ingenti risparmi della spesa pensionistica per i prossimi decenni derivanti dalle ultime 3 riforme (Damiano, 2007; Sacconi, 2010; e Fornero, 2011) non è previsto rimangano nella voce “spesa sociale”.
    5) L’elemento determinante per sottrarre i poveri (attuali e potenziali) alla povertà è la casa ad affitto sociale (100-150€ al mese), che rende congruo anche un “reddito minimo garantito” (Rmg) di poche centinaia di € al mese; pertanto all’Rmg va abbinato in-di-spen-sa-bil-men-te un piano corposo pluriennale di alloggi pubblici di qualità (sovvenzionato, convenzionato e autocostruito,
    nonché recuperando edilizia da rottamare) per dare anche un alloggio ad affitto sociale, che è l’elemento imprescindibile che rende congruo un reddito di quell’ammontare; ipotizzando un costo/appartamento di 100 mila € per 25.000-50.000 appartamenti all’anno, vanno reperiti altri 2,5-5 mld.

  5. Ivano Zatarra Terzo

    Prima di qualsiasi riforma statale occorrerebbe riformare la coscienza sociale di molti italiani. Che sono poi quelli che dichiarano un reddito inferiore dei propri dipendenti, quelli che percepiscono pensioni di invalidità senza averne diritto e con loro i medici e i tecnici che le convalidano. Si tratta dei molti italiani che viaggiano in Suv, che possiedono più di una casa, che sono “proprietari” di un’imbarcazione ma che eludono il fisco in modo parziale o totale. Si tratta di una coscienza che dovrebbe far rima con memoria. Quella che dovrebbe far rammentare a tutti che l’Imu non è che la figlia adulterina dell’eliminazione dell’Ici promessa nelle ultime fasi della campagna elettorale del 2008 da Berlusconi. Imu che stava per essere reintrodotta proprio dal Pdl –anche se in forme probabilmente diverse– e che poi è stata ereditata dal Governo Monti. Gli italiani non hanno bisogno né di un reddito minimo né di promesse dirette alle loro mai sazie pance. Gli italiani hanno unicamente bisogno di una buona dose di fosforo da integrare un mese prima di qualsiasi elezione politica. L’ammontare delle risorse? Appena 380Mln di euro (Acutil fosforo, costo medio di 8euro per circa 48Mln di elettori). Altro che 5Mld!

  6. Luigi Di Porto

    La vostra proposta mi trova in totale disaccordo, per alcuni motivi:
    1 – L’essere umano abbisogna di lavoro, giustamente retribuito, non di elemosina.
    2 – Delegare la gestione di questa faccenda alle regioni e agli enti locali è impensabile, abbiamo visto di cosa sono capaci. Mi aspetto burocrazie elefantiache, corsi inutili, studi farlocchi e favoritismi verso i soliti ammanicati. In un mondo sempre più connesso che senso ha delegare il tema lavoro alle regioni? Come se chi cerca lavoro si fermasse ai confini regionali.
    3 – Nei momenti di crisi le persone devono aguzzare l’ingegno, darsi da fare, purtroppo oggi lo stato, lungi dal favorirne l’iniziativa mette i bastoni tra le ruote con una tassazione troppo alta e una burocrazia fuori controllo.
    4 – Noi italiani, ahimè, siamo quello che siamo, i soliti furbi troveranno il modo di farsi dare i soldi per poi lavorare al nero, non avranno neanche più necessità di fingersi ciechi, mentre gli onesti si deprimeranno ancora di più.
    5 – Il nostro paese ha risorse e possibilità enormi, bisogna metterle a frutto, con un progetto di quello che vogliamo diventare, spero proprio non pensionati precoci.
    6 – Questa cosa ci colerà a picco definivamente perché non tocca una che è una delle cause della disoccupazione e perché provoca un aumento delle tasse e deprime uleriormente una generazioen che ha i suopi bei problemi.
    Concludendo: quello che serve è creare condizioni che permettano ai giovani di lavorare e realizzarsi nel lavoro, il resto non porterà a nulla di buono.

  7. michele carugi

    Proposta sensata e articolata, alla quale mi permetterei però un commento e un suggerimento.
    Il commento è relativo al passaggio nel quale dite che l’azzeramento degli attuali strumenti assistenziali per sostituirli con altri più equi incontrerebbe forti resistenze. Con questo ragionamento si finirebbe per ascoltare chi gridasse (o picchiasse) più forte. Questo non mi sembra dare una buona visione della società che si vuole.
    Il suggerimento è relativo al reperimento delle risporse, per suggerire che le assistenze da eliminare e rimpiazzare con sistemi più equi e efficienti non sono solo quelle citate. Ci sono assistenze ben più costose residenti nelle posizioni lavorative clientelari create appunto solo a scopo assistenziale.
    Non vorrei citare i soliti forestali calabresi e siciliani ma credo rendano l’idea.
    Queste rendite totalmente assistenziali sarebbero da doverosamente sopprimere e sostituire con appunto redditi minimi.
    Non vedo l’equità nel mantenere queste rendite che sottraggono risorse alla possibilità dello Stato di provvedere a ttutti gli indigenti.
    Cosa dà ad alcuni cittadini il diritto a una assistenza molto ricca mentre altri cittadini di pari dignità e bisogno languono nel bisogno?
    Se lo stato non mette mano a questo macigno eretto nel tempo credo che non ne usciremo. E chi meglio di un governo di grande coalizione potrebbe fare interventi del genere?

  8. luca Torino

    stiamo sostenendo che anche a napoli si spendono “1200” euro all’ in riscaldamento ?

  9. Ermione D'Annunzio

    Sì, potrebbe essere una soluzione,ma non è solo una questione di contributi da tagliare alle persone con redditi alti, ma anche di detrazioni da tagliare ,e alla maggior parte delle fasce contributive, altrimenti non conviene lavorare e alla famiglie non conviene che una moglie lavori perché magari il marito non prende i contributi per la disoccupazione,o perché se la moglie dichiara il lavoro in nero il marito non può dichiararla a carico nella dichiarazione dei redditi e quindi non può avere detrazioni sulle tasse,o che una figlia o un figlio vadano a lavorare alcuni giorni al mese e poi le famiglie temono il lavoro occasionale dichiarato sulla dichiarazione dei redditi faccia perdere le detrazioni e faccia aumentare le tasse per quel nucleo.Potreste scrivere qualche articolo sulle detrazioni e sull’essere fiscalmente a carico di un nucleo? E sul lavoro occasionale ? Se si deve dichiarare nella dichiarazione dei redditi? E fino a quale guadagno non incide sulle tasse dei cittadini? Il problema è che in molti contesti se non si lavora non si ha diritto a frequentare chi si vuole, ad avere le proprie abitudini,a potere uscire quando si vuole,forse perché in vari contesti sociali “frequentare qualcuno” sessualmente viene intesa come promessa di matrimonio e quindi bisogna o che una ragazza frequenti uno che lavora o che lavori lei stessa,altrimenti le famiglie contrastano le relazioni.E nella società c’è una condanna contro le relazioni occasionali,quindi se due non si dichiarano “fidanzati” non possono frequentarsi,se si dichiarano “fidanzati” le famiglie lo devono sapere e devono dare il loro permesso perché se no nella società le persone ostacolano,e la società può essere la scuola,il convitto, l’associazione sportiva, il collegio universitario, l’università dove nessuno vuole che qualcuno possa pensare che possano avvenire incontri che portano a rapporti sessuali perché pensano che non sia legale che un luogo sia un luogo di “incontri”, che possa portare le persone a frequentarsi sessualmente.

  10. Ivano Zatarra Terzo

    Prima di qualsiasi riforma statale occorrerebbe riformare la coscienza sociale di molti italiani. Che sono poi quelli che dichiarano un reddito inferiore dei propri dipendenti, quelli che percepiscono pensioni di invalidità senza averne diritto e, con loro, i medici e tecnici che le convalidano. Si tratta dei molti italiani che viaggiano in Suv, che possiedono più di una casa, che passano i week-end sulle imbarcazioni ormeggiate lungo i moli di qualche porto turistico ma che eludono il fisco in modo parziale o totale. Si tratta di una coscienza che dovrebbe far rima con memoria. Quella che dovrebbe far rammentare a tutti che l’Imu non è che la figlia adulterina dell’eliminazione dell’Ici promessa nelle ultime fasi della campagna elettorale del 2008 da Berlusconi. Imu che stava per essere reintrodotta proprio dal Pdl –anche se in forme probabilmente diverse– e che poi è stata ereditata dal Governo Monti. Gli italiani non hanno bisogno né di un reddito minimo né di promesse dirette alle loro mai sazie pance. Gli italiani hanno unicamente bisogno di una buona dose di fosforo da integrare un mese prima di qualsiasi elezione politica. L’ammontare delle risorse necessarie per l’operazione memento? Appena 380Mln di euro (Acutil fosforo, costo medio di 8euro per circa 48Mln di elettori). Altro che 5 e passa Mld di euro!

  11. enzo

    Due problemi: il primo l’alto numero di evasori fiscali che risulterebbero più bisognosi di tanti altri; secondo le risorse necessarie. Molto meglio sarebbe un sussidio di disoccupazione a scalare nel tempo e collegato ad offerte di lavoro proposte dagli uffici per l’impiego, da non rifiutare pena la perdita del sussidio. è vero che qui sorge il problema della inefficacia di questi sportelli ( gli unici che trovano lavoro sono gli impiegati che ci lavorano). Per le risorse : è compatibile con la cassa integrazione? torniamo al vecchio problema : se non si abbatte il tabù della possibilità di licenziare molti strumenti presenti nel resto d’europa saranno inutilizzabili.

  12. Maurizio Cocucci

    Io sono favorevole ad un sussidio minimo, ma ho timore delle possibili truffe nel caso si desse un importo complessivo simile a quelli in vigore oggi, quali CIG e indennità di mobilità. Mi spiego, io sarei favorevole ad un sistema simile a quello in vigore in Germania dove chi è senza lavoro non riceve un importo attraverso il quale paga tutto: dall’affitto, alle bollette, agli alimenti, al vestiario. Con il sistema Hartz IV in Germania il cittadino beneficiario vede pagate alcune spese quali l’affitto e bollette varie dall’ente che eroga il sussidio. Io lo trovo molto utile soprattutto da noi per evitare fenomeni di abusivismo (v.affitti in nero). In pratica da noi vedrei bene il Comune (attenzione: non l’inps) che preso atto del contratto di affitto ufficiale, e se questo rientra entro un tetto massimo stabilito, si fa carico di pagare il canone al locatore (proprietario) al posto del locatario (inquilino). Idem con le bollette di acqua, luce, gas e rifiuti. Al cittadino andrebbero solamente una somma per acquistare generi alimentari per se e per gli eventuali familiari a carico, una tessera di abbonamento o un importo stabilito per usufruire dei mezzi pubblici per spostarsi. Inoltre l’ente dovrebbe preoccuparsi di riqualificare il disoccupato attraverso corsi specifici e non lasciare che costui rimanga a casa ad attendere una chiamata.

  13. Marco Di Marco

    Prima di pensare, per reperire risorse, alle pensioni sociali e altre voci assistenziali, perché non considerare la detrazione Irpef per la ristrutturazione? E’ razionale che, se mi rifaccio il bagno, lo Stato mi rimborsa metà della spesa mentre se divento povero mi manda a fare la fila alla Caritas?

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