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Flat tax: per le partite Iva è un bel risparmio

Il disegno di legge di bilancio 2023 prevede norme che contribuiscono a erodere ulteriormente la base imponibile Irpef e aumentano la complessità e l’iniquità del sistema. La più importante riguarda l’estensione della “flat tax delle partite Iva”.

La flat tax e l’Irpef

Il disegno di legge di bilancio 2023 prevede alcune norme che contribuiscono a erodere ulteriormente la base imponibile Irpef e aumentano l’erraticità, la complessità e l’iniquità del sistema. La più importante, su cui concentreremo questo articolo, riguarda l’estensione della “flat tax delle partite Iva”.

La flat tax per le partite Iva viene estesa in due direzioni: a) aumenta da 65 mila a 85 mila euro la soglia di ricavi entro cui lavoratori autonomi, professionisti e imprese possono optare per il regime forfetario del 15 per cento, sfuggendo alla progressività dell’Irpef e alle addizionali regionali e comunali, oltre che all’Irap e all’Iva; b) introduce, per il 2023, una flat tax del 15 per cento sull’incremento di reddito rispetto al maggiore dei redditi dichiarati nel triennio precedente (2020-2022), ridotto del 5 per cento, fino a un importo massimo di 40 mila euro. Della flat tax incrementale può beneficiare sia chi non opta per il regime forfetario, sia chi non vi rientra perché supera la soglia di 85 mila euro di ricavi. Sicché potrebbe anche convenire, se si volesse fruire di elevate detrazioni in sede Irpef, non optare per la flat tax, ma beneficiare di quella incrementale.

Anche limitando l’attenzione all’Irpef erariale, il confronto non è semplice e occorre fare una serie di ipotesi. Le figure che seguono si riferiscono a un lavoratore single, senza carichi familiari e senza altre detrazioni, oltre a quella per tipologia di reddito. Si ipotizza inoltre che il contribuente scelga sempre il regime a lui più favorevole. Nel caso del lavoratore titolare di partita Iva, per calcolare il reddito imponibile a partire dai ricavi, si è utilizzato un coefficiente di redditività del 78 per cento, relativo a molte attività professionali, una aliquota contributiva del 26,23 per cento e un minimale di 4.260,54 euro, che sono i valori di riferimento per i liberi professionisti iscritti alla gestione separata Inps. Sia i coefficienti di redditività, sia i contributi sono in realtà molto differenziati, in funzione della specifica attività e della tipologia di lavoro e quindi le assunzioni fatte costituiscono solo uno dei tanti possibili casi. Coefficienti di redditività più bassi e contributi più alti evidentemente riducono, a parità di ricavi, l’ammontare di reddito che può beneficiare della flat tax e a partire dal quale si applica quella incrementale, e viceversa, ma non cambiano la sostanza del ragionamento. Per mostrare ciò, le figure illustrano anche il caso di una redditività del 40 per cento, a parità di aliquota contributiva. Per quanto riguarda la flat tax incrementale, si è ipotizzato un incremento di reddito di 10 mila euro, nel 2023, rispetto al 2022 (assunto come reddito più alto del triennio precedente) e che il contribuente ne fruisca quando i ricavi superano la soglia di 85 mila euro.

Quanto risparmiano gli autonomi con la flat tax

Sulla base di queste ipotesi, la figura 1 illustra i risparmi di imposta erariale, per un lavoratore titolare di partita Iva che beneficia della flat tax, rispetto a quanto avrebbe pagato secondo il normale regime Irpef.

Figura 1 – Il risparmio per gli autonomi

Innanzi tutto, i risparmi si hanno solo a partire da 13.176 euro di reddito (prima conviene il regime Irpef), sono crescenti al crescere del reddito, fino a un massimo di 6.657 per redditi imponibili pari a 48.910, nel caso del coefficiente di redditività al 78 per cento, e fino a un massimo di 4.143 per redditi imponibili pari a 37.622, nel caso del coefficiente di redditività al 60 per cento. I risparmi sono significativi e sarebbero anche superiori se si considerassero le addizionali regionali e comunali (le cui aliquote e soglie di esenzione variano tra enti locali e possono anche superare il 4 per cento per i contribuenti in alcune fasce di reddito, ad esempio a Roma), che sono dovute da chi paga l’Irpef, ma non da chi beneficia della flat tax.

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Oltre le soglie di reddito prima menzionate (che corrispondono a 85 mila euro di ricavi), il titolare di partita Iva usufruisce della flat tax incrementale. Il risparmio di imposta, per un incremento pari a 10 mila euro, è inferiore a quello della flat tax, ma per nulla trascurabile e sarebbe ovviamente tanto più elevato quanto maggiore fosse l’incremento di reddito nel 2023. L’andamento del risparmio è oscillante all’inizio e poi via via decrescente, a causa dell’interagire tra la struttura dell’Irpef, la flat tax incrementale e il correttivo del 5 per cento che riduce l’incremento di reddito agevolabile tanto più quanto maggiore è il reddito di riferimento.

Un esempio può chiarire il meccanismo. Si consideri un contribuente con una base imponibile pari a 50 mila euro nel 2023 e a 40 mila nel 2022, il reddito più alto del triennio precedente. L’incremento di reddito è di 10 mila euro, ma quello che può essere tassato al 15 per cento è solamente di 8 mila, perché da 10 mila va tolto il 5 per cento di 40 mila. La rimanente quota di 2 mila euro rientra nella base imponibile Irpef ordinaria, che complessivamente è pari a 42 mila. Ne deriva che se l’incremento di reddito nel 2023 fosse inferiore o pari al 5 per cento del reddito di riferimento non si avrebbe alcuna agevolazione, così come si perde qualsiasi agevolazione, indipendentemente dall’incremento di reddito nel 2023, se il reddito di riferimento è 800 mila euro, essendo il 5 per cento di questo reddito pari a 40 mila euro, il massimo agevolabile previsto.

Poiché la flat tax incrementale è relativa a un solo anno (il 2023), è evidente la convenienza a concentrare il più possibile in questo anno la maggior parte dei ricavi, fino alla soglia di incremento di 40 mila euro di reddito. È altrettanto evidente che la misura non potrà avere alcun effetto di emersione dell’imponibile, essendo limitata agli incrementi di reddito. Quale sia la ratio e l’equità di questa ulteriore agevolazione, a vantaggio solo dei lavoratori autonomi, per di più relativamente benestanti e fortunati, è davvero difficile da spiegare. E il costo non è affatto trascurabile: circa 800 milioni.

Quanto pagano di Irpef i dipendenti rispetto agli autonomi

Sempre sulla base delle ipotesi precedenti, la figura 2 confronta l’andamento dell’aliquota media e marginale Irpef per i dipendenti e gli autonomi. Superata la soglia di incapienza (8.174 euro per i dipendenti e 5.500 euro per gli autonomi), l’aliquota media (e quindi anche l’imposta netta) è maggiore per gli autonomi e minore per i dipendenti. Se però si va oltre una certa soglia (con le ipotesi adottate 24.920 mila euro), l’aliquota media degli autonomi diviene sensibilmente più bassa rispetto a quella dei dipendenti e resta tale anche per livelli elevati di reddito. La differenza sarebbe ancora maggiore se si considerasse un incremento di reddito superiore ai 10 mila euro per la flat tax incrementale e se si considerassero le addizionali regionali e comunali.

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Anche l’andamento delle aliquote marginali effettive (quanto si paga in più per ogni incremento di reddito) mostra differenze elevate e poco giustificabili. Per gli autonomi si osserva un andamento erratico: l’aliquota è pari al 26,4 per cento superata la no tax area (perché a questi valori di reddito è più conveniente il regime ordinario Irpef) e scende al 15 per cento per tutto l’intervallo di reddito nel quale si può applicare la flat tax degli autonomi (fino a 37.622 euro di reddito per gli autonomi con redditività al 60 per cento e a 48.910 per gli autonomi con redditività al 78 per cento), per poi risalire successivamente, quando entra in funzione la flat tax incrementale (l’aliquota è il 19,45 per cento a 50 mila euro di reddito, 24,1 per cento a 75 mila, 27,6 per cento a 100 mila euro). Questo andamento non sorprende, poiché solamente una parte del maggior reddito del 2023, decrescente all’aumentare del reddito di riferimento, è soggetta all’aliquota del 15 per cento.

La differenza con i lavoratori dipendenti è notevole: sopra i 28 mila euro di reddito e fino a quasi 40 o 50 mila a seconda del coefficiente di redditività, l’aliquota marginale effettiva dei dipendenti è quasi tre volte (tre volte o più se si considerano anche le addizionali) quella dei lavoratori autonomi; successivamente si riduce un po’, ma il divario è sempre eccessivamente ampio.

Figura 2 – Le aliquote medie e marginali effettive

Una misura senza razionalità economica

Le nuove misure a favore dei titolari di partita Iva contenute nel disegno di legge di bilancio, che rafforzano la flat tax esistente e introducono una tantum una flat tax sugli incrementi di reddito, contribuiscono a erodere ulteriormente la base imponibile dell’Irpef e aumentano le distorsioni già presenti con la flat tax a 65 mila euro. A parità di reddito imponibile, o di incremento di reddito, le differenze di tassazione tra lavoratori autonomi e dipendenti sono prive di qualsiasi giustificazione etica e di dubbia costituzionalità. Per di più non avvantaggiano neppure i lavoratori autonomi “marginali”, con volumi di ricavi e redditi bassi, che risultano invece i più penalizzati. Inoltre, come già è stato autorevolmente osservato, queste misure determinano calcoli di convenienza fiscale finalizzati alla minimizzazione del carico tributario senza avere effetti sul fenomeno evasivo e non stimolano la crescita dimensionale dei contribuenti coinvolti; al contrario possono determinare un potenziale incentivo all’evasione fiscale per i contribuenti con ricavi intorno alla soglia fissata per fruire della flat tax. In sostanza, una misura ingiusta e priva di razionalità economica, perché non è certo con queste misure che si può incentivare lo sforzo lavorativo né contrastare l’evasione Irpef degli autonomi, che continua ad aggirarsi attorno al 70 per cento.

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15 commenti

  1. Stefano

    Sarebbe iniqua se il carico contributivo dei dipendenti fosse al 100% a carico degli stessi.
    Gli autonomi si fanno carico dei propri contributi in misura piena mentre i dipendenti pagano “solamente” il 28% dei propri contributi.
    Inoltre il lavoratore autonomo si deve fare carico direttamente del rischio d’impresa, declinato sotto le sue varie sotto classi di rischio.

    Vogliamo parlare delle tutele in caso di malattia? Per favore.

  2. PAOLO MONTANARI

    è inoltre in contrasto con l’Art. 53 della Costituzione che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressivita ”

    • Gianni

      Non considera la rivalsa contributiva? E il trattamento di malattia è una assicurazione, che i dipendenti pubblici pagano con la trattenuta Brunetta. Che poi rischio d impresa dovrebbe esser trasferito ad altri è davvero tesi originale.

    • B&B

      Tasse al 10% sul Reddito Netto detratte tutte le spese familiari per vivere e aziendali.

      Lo stato dovrebbe tutelare i cittadini italiani svantaggiati o bisognosi reali, cosi’ come dove tutelare i diritti e il lavoro, la ricchezza individuale ottenuta lecitamente con il lavoro. Non espropriarli per alimentare i fannulloni e gli approfittatori.
      Buona Fortuna Italia

  3. Francesco Rotondo

    Articolo molto interessante. Secondo me tuttavia non si prende in considerazione l’aspetto previdenziale (se paragonato con i dipendenti), per il quale non c’è paragone tra l’importo corrisposto dal lavoratore autonomo e il dipendente (facendosi riferimento solo alla ritenuta).
    Chiaramente lo intendo lato lavoratore, in termine di importo netto sul quale può fare affidamento.

  4. Giovanni

    Personalmente trovo molto complicato confrontare due regimi fiscali che hanno perimetri differenti.
    Nel caso del dipendete si può parlare correttamente di “reddito”.
    Nel caso di libero professionista di parla di “fatturato” in quanto la flat tax vale su tale imponibile.
    Il confronto fatto nell’articolo è estremamente articolato e credo si avvicini il più possibile ad una reale differenza…ovviamente nei limite dell’impatto reale.

  5. Marco Menconi

    Analisi approfondita e interessante ma parziale. I dipendenti hanno un reddito, i liberi professionisti un fatturato. Non sono la stessa cosa. A parte il rischio di impresa (!) qui si omettono tutta una serie di tutele che i dipendenti hanno e i professionisti no, da quelle in caso di malattia/infortunio a quelle di altro genere, tipo la maternità (per entrambi se dipendenti!). Quanto alla stima sull’evasione fiscale mi piacerebbe un articolo altrettanto dettagliato su come viene stimata. Lo attendo.

  6. Marco La Colla

    Si continua a sostenere che la riduzione delle tasse dovrebbe ridurre l’evasione. Ma dove
    è già avvenuto questa riduzione c’è stata? Se si, si può sperare che ciò avvenga anche da noi, ma io immagino che l’incallito evasore italiano continuerà anche con la flat tax a cercare di non pagare come ha sempre fatto.Un’analisi accurata di come cambieranno gli esborsi da parte di coloro che usufruiranno del nuovo sistema , servirà forse a sfatare la favola che abbassando le tasse si riduca l’evasione!

  7. Paolo

    Avete fatto un confronto prendendo in esame un single, senza troppo sottolineare che il regime forfettario impedisce qualsiasi tipo di detrazione (incluse per spese mediche e familiari a carico, polizze previdenziali, per non parlare di eventuali detrazioni per ristrutturazioni o altro). E’ davvero difficile paragonare due sistemi fiscali così diversi, conosco diversi professionisti per cui sarebbe convenuto il regime ordinario alla flat tax, ma hanno mantenuto la flat tax per tutte le semplificazioni contabili e fiscali che comporta, che sono una grossa comodità.

  8. lorenzo

    Mi chiedo perché in UK il governo di destra è stato costretto a cambiare verso solo all’accenno a diminuire le tasse, mentre in Italia tutti sono concordi salvo poi lamentarsi che non ci sono servizi.
    Inoltre equiparare chi ha redditi sui 15-20 k€ (che andrebbero tassati al 5%) a chi ne ha 85k€, è da criminali perché i primi dopo la tassazione vanno avanti con poco più di 1000€ al mese, mentre gli altri hanno in tasca più di 5000€ mensilmente!

  9. Giuliano

    Le due flat tax hanno razionalità economica perchè operano come scudo fiscale: infatti nulla vieta in caso di accertamento fiscale di usufruire di tali agevolazioni.
    Poi curiosa è la discriminazione sempre dei lavoratori dipendenti e pensionati: se questi hanno redditi superiori a 30000 euro da lavoro o pensione non possono usufruire mentre chi ha redditi da affitti o di capitali, poniamo di un milione di euro, ne può usufruire.
    Infine avendo annunciato la flat tax incrementale i risparmi arrivano fino al 30% per chi è in regime di cassa tipo architetti, avvocati, commercialisti ecc., perché può posticipare di incassare i compensi al mese prossimo oppure nel 2023 anticipare gli incassi di prestazioni che normalmente avrebbe incassato nel 2024.

  10. bob

    ma un lavoro dipendente ( soprattutto impiego pubblico) è uguale ad un lavoro autonomo? E’ uguale avere la certezza poco o tanta a fine mese e vivere nell’incertezza continua di un fine mese che spesso non c’è ?
    Come sottolinea qualcuno è la stessa cosa : reddito e fatturato?

  11. Alfonso

    Buongiorno, purtroppo fare calcoli con una sola ipotesi a fronte delle molteplici che si riscontrano nella realtà è molto complicato, e alle volte lascia il tempo che trova. Mi limito solo ad osservare che a fronte delle ipotesi e calcoli riportati nell’articolo (che fanno riferimento a soglie di reddito imponibile molto alte, nell’ordine di circa 40mila euro, per evidenziare le grandi differenze tra flat tax e regime ordinario, ) in base agli ultimi dati disponibili sul sito del MEF: “I soggetti aderenti al regime forfetario risultano circa 1,6 milioni, in linea rispetto all’anno precedente. Il reddito imponibile è pari a circa 18,9 miliardi di euro per un valore medio di 12.961 euro”, quindi valori reali totalmente sballati (al ribasso con una differenza del 70%) rispetto alle ipotesi “di scuola”. Saluti

  12. franco miscia

    A dire il vero, la flat tax com’è attualmente, costituisce un bel risparmio a condizione che ci siano poche spese (deducibili solo in piccola parte). Quindi, a parità di fatturato, se uno guadagna 100 e spende 50 non ha gli stessi vantaggi (da questo regime) di uno che guadagna 100 e spende 10. continuiamo con il gioco delle tre carte ma, alla fine, l’esito è sempre lo stesso. Diverso sarebbe se ciascuno potesse dedurre le spese per intero (senza franchigie) e pagasse una percentuale sul ricavato. Progressiva con l’aumentare del ricavato.

  13. livio

    mi sembra di leggere commenti e articoli per la guerra tra poveri. Non si dovrebbe discutere chi ne esce meglio se un autonomo, dipendente, società. Tutti dovremmo preoccuparci degli sprechi. Delle tangenti, della malagestione della nostra PA, dei costi fantomatici e folli della politica.
    Le pensioni d’oro dopo due anni, di quanto costa la RAI, e il carrozzone degli uffici pubblici totalmente inutili. Se tutto fosse ridotto al giusto non al minimo, non togliendo la vitalità agli ospedali, alle scuole o alle università o ancora peggio all’assistenza agli anziani o alle neo mamme.
    Sono dei pagliacci, la pressione fiscale e i costi che dobbiamo sostenere in qualsiasi forma, in qualsiasi aliquota è una follia da mentecatti. Poi si stupiscono se le persone falsificano i bilanci o fanno nero? ma pre piacere. Smettano di rubare e vadano a farsi un corso di “come gestire onestamente e in modo ottimale la pubblica amministrazione senza sprechi” scusate per lo sfogo.

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