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L’attesa per una Manovra “in attesa”

La prima Legge di bilancio del governo Meloni è stata largamente anticipata e per questo non “inattesa” ma al contempo costantemente “in attesa” di riforme strutturali che sono rimandate a un futuro non meglio specificato.

La politica italiana assomiglia molto a una “scala di Escher”, un effetto ottico per cui una persona continua a salire (o scendere) dei gradini ma poi si ritrova sempre nello stesso posto. In altre parole: non si va mai da nessuna parte, anche quando c’è la volontà di mettersi in cammino.

L’impressione è che la manovra di bilancio varata ieri dal governo Meloni si inserisca perfettamente in questa tradizione. Tanti annunci e tante buone (o cattive, a seconda del punto di vista) intenzioni. Ma si tratta di misure temporanee, tutte da applicarsi “in attesa di una riforma più organica” del singolo argomento. E gli argomenti “in attesa” sono molti: Reddito di cittadinanza, pensioni, fisco, politiche familiari giusto per citare i principali.

Il contenuto della manovra

Alla sua approvazione in Consiglio dei ministri, la Manovra di bilancio 2023 ha un valore di 35 miliardi, qualcuno in più di quelli previsti, ed è principalmente finanziata in deficit (circa 21 miliardi). Ovviamente, adesso dovrà passare al vaglio del Parlamento dove, c’è da scommetterci, molti saranno i tentativi di modifica e di allargamento della sua entità. La quota di risorse restante dovrebbe essere finanziata da nuove imposte (per esempio, l’aumento dell’imposta sui cosiddetti extraprofitti e l’aumento della cosiddetta “digital tax”) e da tagli di spese esistenti, come per esempio quelle per il Reddito di cittadinanza e per la rivalutazione delle pensioni più elevate.

Per quanto riguarda i contenuti, invece, sono piuttosto numerosi, anche se di valore economico molto diverso. La faranno da padrone gli interventi per difendere famiglie e imprese dal caro energia: sono infatti previsti circa 22 miliardi per le bollette energetiche delle famiglie più bisognose (con innalzamento della soglia Isee da 12 a 15 mila euro) e delle imprese. Intervento, quest’ultimo, particolarmente necessario non solo per difendere l’attività delle imprese ma anche per evitare che queste trasferiscano i maggiori costi sui prezzi, peggiorando ulteriormente il morso dell’inflazione.

Al secondo posto, per importanza quantitativa, il taglio del cuneo fiscale, ma solo per i lavoratori (escludendo quindi dallo sconto i datori di lavoro) e in misura diversa a seconda del reddito: il taglio sarà di tre punti per i lavoratori con reddito fino a 20.000 euro, di due punti percentuali per quelli con reddito da 20.000 a 35.000 euro e nullo invece per gli altri. I contributi previdenziali non versati dai lavoratori saranno sostituiti da contributi a carico dello Stato, così da evitare effetti negativi sul valore delle pensioni future. Queste due categorie di intervento valgono all’incirca 28 miliardi, l’80 per cento delle correzioni in manovra. Si tratta di misure largamente previste e anticipate e in quasi perfetta continuità con il governo precedente. La prima ha carattere temporaneo per definizione, e, per quanto necessaria e apprezzabile, costituisce l’ennesimo bonus erogato “in attesa” che l’emergenza finisca. La seconda, al contrario, dovrebbe diventare strutturale. Anche se al momento si applica solo ai redditi più bassi, “in attesa”, ancora, di un intervento più organico sulla questione.

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Un altro intervento non sorprendente, e sempre “in attesa” di mettere mano alla disciplina generale, è la cosiddetta “Quota 103”, un anticipo pensionistico valido solo per il 2023 e relativo esclusivamente a coloro che sono nati nel 1960 o nel 1961 e che nel 2023 avranno raggiunto i 41 anni di contribuzione. Una novità riguarda invece l’anticipo pensionistico noto come “opzione donna”, che permette alle lavoratrici di almeno 58 anni di età di andare in pensione a patto di trasformare i trattamenti previdenziali in pensioni contributive al 100 per cento. La manovra fissa l’età minima per accedervi a 60 anni, ma introducendo un “premio” di un anno per ogni figlio della donna, fino a un massimo di due. Una madre di due figli potrà quindi continuare ad accedere a “Opzione donna” con 58 anni di età.

Confermata la riduzione del periodo di fruizione del Reddito di cittadinanza per i cosiddetti “occupabili”: da 12 a 8 mesi. “In attesa”, ovviamente, sia di definire le procedure per determinare questa caratteristica sia, eventualmente, di decidere se abolire o meno questo strumento.

Sono infine previsti: incentivi per l’assunzione di lavoratrici under 36, l’aumento di 45 euro mensili dei trattamenti minimi pensionistici, quello dell’assegno unico per figli quando il figlio abbia meno di un anno o i figli siano almeno tre (“in attesa” dell’entrata in funzione del quoziente familiare), la riduzione dell’Iva su alcuni prodotti (assorbenti e pannolini) dal 10 al 5 per cento, l’estensione, ma solo marginale, del regime forfettario e aliquota unica per i redditi incrementali delle sole partite Iva (“in attesa” di introdurre la “flat tax” per tutti i lavoratori), lo stralcio delle cartelle dal valore inferiore ai mille euro. “In attesa”, ma qui si compete con Godot, di un patto fiscale tra Stato e contribuente per un fisco più equo.

Luci e ombre

La scelta di finanziare gli interventi prevalentemente in deficit era già stata anticipata dalla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef) che, per la parte programmatica, prevedeva infatti un aumento di deficit per il 2023 rispetto al bilancio a legislazione vigente di circa 1,1 punti percentuali di Pil. Il nuovo deficit per il 2023 sarà quindi del 4,5 per cento (invece che del 3,4), a diminuire fino al 3 per cento nel 2025. Confermato invece il sentiero di riduzione del rapporto tra debito e Pil che, nel 2025, dovrebbe raggiungere il 141 per cento.

Si tratta di un andamento apprezzabile nelle intenzioni ma che si svolge a ritmi fin troppo lenti. Vale la pena di ricordare, infatti, che dal 2024 sarà probabilmente in vigore il nuovo “patto di stabilità e crescita” e che, dunque, gli spazi espansivi del bilancio pubblico saranno ridotti rispetto a quelli odierni. Anche per questo motivo, meglio utilizzare ora che ci sono questi spazi.

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Ovviamente, i disavanzi sono maggiormente giustificati quando finanziano interventi strutturali o investimenti, politiche cioè che hanno effetti positivi sulla crescita. Da questo punto di vista, ancora non si vede molto. Vero è che l’emergenza Covid non è ancora del tutto terminata e che ad essa si sono sommate sia quella legata al conflitto russo-ucraino sia quella, parzialmente collegata, dell’inflazione.

Guardando agli interventi che sono stati finanziati, si perde l’ennesima occasione per evitare interventi elettorali sulle pensioni. Al contrario, si approva l’ennesimo bonus dal sapore di lotteria che premia per un periodo limitato di tempo (il triennio con Quota 100, il singolo anno con Quota 102 e ora 103) chi ha avuto la fortuna di nascere in un determinato anno. Nel caso di Quota 103, i nati negli anni 1960 e 1961. Si tratta, ogni volta, di qualche decina di migliaia di individui selezionati in maniera casuale. Una curiosità: rispetto a Quota 102, Quota 103 prevede una diminuzione dell’età anagrafica da 64 a 62 anni e un aumento dell’anzianità contributiva da 38 a 41 anni. Si conferma la tendenza della politica, non solo di questo governo, a trovare sempre un euro in più per i pensionati mentre è molto difficile farlo per i più giovani. Difficilmente, a opinione di chi scrive, sopravviverà al Parlamento la norma che associa l’età di pensionamento femminile al numero di figli.

Molta curiosità invece suscita la riduzione del periodo di fruizione del Reddito di cittadinanza. Che questo strumento non sia ben disegnato per incentivare la ricerca di un lavoro è opinione diffusa, così come è però opinione diffusa anche quella che sia efficace nel ridurre la povertà. La nuova normativa dovrebbe risolvere il primo aspetto senza mettere in discussione il secondo. Sempre che il governo non decida davvero di eliminare il Reddito di cittadinanza nei prossimi anni.

Infine, non decolla la flat tax: tuttavia, anche la sola esistenza di un regime forfettario che tratta in maniera fiscalmente diversa redditi di lavoro di pari ammontare continua a suscitare sconcerto. La parola ora passa al Parlamento.

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  1. Savino

    Gli elettori hanno il dovere di tenere l’assetto istituzionale ancorato alla realtà. La Costituzione prevede, ormai da 10 anni pieni, il principio del pareggio di bilancio, cui i politici debbono attenersi. Troppo deficit che pagheranno i giovani, troppi buchi neri; negli Enti Locali addirittura solo debiti al di fuori del bilancio. Più che di pensioni bisognerebbe parlare di lavoro, perchè è diventato impossibile cominciare a lavorare e si pensa ad una banale differenza tra 42 anni e 10 mesi o 41 anni di servizio.
    I poveri veri non hanno mai ottenuto nulla e continuano a dormire sotto i ponti, con al Governo succedutisi PD, 5 stelle, Meloni, Salvini, Berlusconi e altri: solo bonus a pioggia per i furbi e per i ricchi, prima e durante questo Governo, provvedimenti che si montano e si smontano da parte della politica in un batter di ciglia e sono cosa ben diversa dal welfare. Oggi se sei un politico vero fai la guerra letteralmente all’inflazione e alle diseguaglianze, ti batti per difendere potere d’acquisto e dare tutela giuridica al consumatore, invece lo sconto carburanti passa da 30 a 15 cent, finanzi le scuole dei ricchi, agevoli il contante e scudi gli evasori.

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