Lavoce.info

La maledizione di Midterm

Tradizionalmente, negli Stati Uniti il partito del presidente perde voti e seggi alle elezioni di Midterm. In questa tornata, poi, con l’inflazione in crescita e il rischio di una grave recessione, è la situazione economica a preoccupare gli americani.

Il voto di metà mandato

Una delle regolarità più ferree nella politica americana è che il partito del presidente perda voti alle elezioni di metà mandato (Midterm). Quasi nessun presidente ne è risultato immune. È accaduto al democratico Barack Obama nel 2010 come al repubblicano Donald Trump nel 2018. Nelle ultime diciannove tornate elettorali di metà mandato che si sono succedute dalla fine della seconda guerra mondiale solo una volta, nel 2002, il partito repubblicano del presidente George W. Bush è riuscito a vincere le elezioni, ma quel voto si era svolto un anno dopo l’attentato alle Torri gemelle, che aveva sconvolto l’opinione pubblica americana e che il presidente in carica aveva saputo gestire con maestria.

Possiamo allora concludere che grazie alla cosiddetta “maledizione delle midterm elections” l’8 novembre i repubblicani sono destinati a conquistare la Camera dei deputati e il Senato? La questione è di particolare importanza in un momento di fortissime tensioni internazionali e nel mezzo di una probabile stagflazione senza eguali dall’inizio degli anni Ottanta. 

La statistica sembra condannare i democratici. Mediamente nel secondo dopoguerra il partito del presidente ha perso il 7,4 per cento dei voti nelle elezioni di metà mandato rispetto a quelle di due anni prima. Dal momento che i democratici nel 2020 hanno vinto alla Camera con 3 punti percentuali di vantaggio e una risicata maggioranza di quattro seggi, i repubblicani possono ragionevolmente aspettarsi di guadagnarne il controllo. Al Senato la storia è un po’ più articolata giacché dal 1946 in sei casi su diciannove il partito del presidente è riuscito a guadagnare seggi o perlomeno a mantenere quelli che aveva. La maggiore stabilità dei risultati di questo ramo del Congresso è imputabile al fatto che, mentre alla Camera vengono rieletti tutti i 425 rappresentanti (in carica per due anni), nell’altro ramo del Congresso decade solo un terzo dei 100 senatori (in carica per sei anni). La natura statale del voto al Senato, assieme alla più diffusa notorietà degli incumbent, contribuisce alla maggiore vischiosità del risultato e alla minor importanza della contrapposizione tra i partiti. In questa tornata elettorale, tuttavia, partiamo da una situazione di perfetta parità fra senatori democratici e repubblicani: la perdita anche di un solo stato governato da un democratico determinerebbe la perdita della maggioranza per il partito del presidente. Particolarmente critici sono i seggi di Arizona, Georgia e Nevada, oggi per pochi voti in mano ai democratici, benché tradizionalmente repubblicani. Infine, vale la pena ricordare che generalmente le midterm elections vedono un tasso di partecipazione molto basso e l’astensionismo colpisce soprattutto gli strati più emarginati della popolazione, tradizionalmente più democratici.  

Leggi anche:  Lezioni da Londra

Quanto conta l’inflazione

Tuttavia, le vicende politiche sono più complesse di una semplice estrapolazione di trend passati. Le elezioni di metà mandato finiscono per rappresentare una specie di referendum sull’operato del presidente e sulla situazione del paese. Vale la pena allora ricordare che la popolarità di Joe Biden non è particolarmente alta: più della metà degli americani disapprova il suo operato, mentre solo il 40 per cento lo approva. Percentuali non particolarmente lusinghiere, simili a quelle osservate dopo due anni di governo dalle presidenze Trump, Clinton, Carter e Reagan, ma inferiori a quelle raggiunte da Barack Obama, John Kennedy e Lyndon Johnson, che pure perdettero il controllo del Congresso. La Figura 1 ci mostra poi che la popolarità di Biden è costantemente diminuita nel primo anno e mezzo del suo mandato. Solo a partire dello scorso giugno il trend sembra essersi leggermente invertito. Data la forte polarizzazione della società americana, queste percentuali sono molto diverse fra democratici e repubblicani, bianchi e neri, grandi e piccole centri urbani, regione e regione.

Quali sono le cause dello scarso apprezzamento dell’amministrazione Biden? Sia le indagini demoscopiche che le analisi scientifiche sono unanimi nel ritenere che l’elettorato americano sia particolarmente sensibile alla situazione economica. Con un’inflazione che viaggia attorno all’8 per cento e un Pil in rapida decelerazione dal 5,7 per cento dello scorso anno all’1 per cento del 2023 (secondo le stime del Fmi), con il rischio di cadere in recessione, l’opinione pubblica americana risulta particolarmente preoccupata. Poco importa all’automobilista americano se l’aumento del costo della benzina è dovuto all’aggressione della Russia all’Ucraina o al fatto che l’Opec+ lo scorso mese ha deciso di tagliare l’offerta di greggio di 2 milioni di barili. Ciò che conta è che oggi il suo prezzo è di poco inferiore a quattro dollari al gallone. Questo spiega sia la forte irritazione di Biden nei confronti dell’Arabia Saudita del principe Mohammad bin Salman Al Sa’ud, sia il fatto che i repubblicani hanno fatto dell’inflazione il loro cavallo di battaglia nella campagna elettorale.

Leggi anche:  Il prezzo politico dell’inflazione

Gli americani sono poi tradizionalmente meno interessati alla politica internazionale e alla difesa dei diritti civili. Perfino l’aggressione russa all’Ucraina è percepita come una guerra lontana e costosa, che li lascia relativamente indifferenti, mentre la minaccia atomica ancora è vista con un certo scetticismo.

Certamente la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 24 giugno sull’interruzione della gravidanza ha suscitato una forte indignazione in vasti strati dell’opinione pubblica e può spiegare, assieme al taglio del debito agli studenti o all’approvazione dell’Inflation Reduction Act, la recente rimonta di Biden. Tuttavia, questi elementi non sembrano sufficienti a salvare il presidente dall’accusa repubblicana di aver attuato una politica fiscale troppo espansiva che sarebbe la causa prima dell’inflazione americana e dell’impoverimento di molti. Ovvero, come scriveva Friedrich Nietzsche, “È disumano benedire là dove qualcuno viene maledetto”.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Le sanzioni efficaci hanno bisogno di tempo

Precedente

La Cina tra vecchi e nuovi slogan

Successivo

I numeri di Giorgia Meloni sull’economia italiana in cinque grafici

  1. Savino

    L’importante è che non si dica che il grigiore di questo modello sia democrazia da esportare, magari facendo il paio con i 44 giorni di durata dell’esecutivo britannico.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén