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La Cina tra vecchi e nuovi slogan

Nella relazione del presidente Xi al Congresso del Pcc non si ritrova solo una continuazione delle attuali politiche economiche della Cina. Si rafforza infatti una direzione di marcia che ha due obiettivi: autosufficienza e sicurezza nazionale.

Due obiettivi per il Congresso

Il 20° Congresso del Partito comunista cinese, appena concluso, ha avuto due grandi obiettivi, uno politico e uno mediatico. Quello politico: ridurre l’agenda dei lavori a una serie di vecchi proclami ripetuti col solito linguaggio criptico e immaginifico del Partito, a scapito di indicazioni su come risponderà alle difficili condizioni materiali del paese, come era avvenuto nei precedenti Congressi nel 2012 e 2017. Quello mediatico: concentrare l’attenzione domestica e internazionale sulla sfilata delle nomine – e contestuale lista delle estromissioni – per rinsaldare l’immagine di leader ormai supremo di Xi Jinping.

Ambedue gli obiettivi erano volti a spostare l’attenzione dai problemi interni, correnti e futuri. Di fronte a numeri preoccupanti (crescita del Pil 2022 al 3,9 per cento, il dato più basso degli ultimi trent’anni) e conseguenti aspettative sfavorevoli derivanti dal deterioramento dell’ambiente esterno, dalle restrizioni legate alla pandemia e dal crollo del settore immobiliare, nessun segnale concreto è pervenuto sulla strategia di uscita dall’impasse autoinflitta al paese dalla politica zero-Covid, proprio ciò su cui tutto il mondo – soprattutto quello finanziario – aspettava maggiori indicazioni. Pochi i riferimenti alle difficoltà economiche della Cina e molti gli elogi alle misure di controllo del coronavirus, che non saranno allentate, e che hanno meritato al governatore di Shanghai, Li Qiang, la nomina a premier.

Cos’è il “sogno cinese”

È passata invece la solita narrativa, snocciolata in una serie di vecchi e nuovi slogan. Tra i vecchi, l’abbandono dell’obiettivo della crescita fine a sé stessa, ribadito almeno dal 2014 (ma tuttora recepito supinamente e acriticamente dai media). La parola d’ordine è ancora “riequilibrio”, ma oggi non più inteso come consumo quale più importante motore di crescita. Quello dell’aumento del consumo domestico è un obiettivo mancato (figura 1) e ormai tralasciato dal Partito, consapevole che la strada per raggiungerlo, vale a dire costruire un welfare state di tipo europeo, non è funzionale alla stabilità cinese. Infatti, è una strada tecnicamente troppo lunga e tortuosa, e politicamente rischiosa, perché crea aspettative di benessere individuale che non corrispondono alla “prosperità comune”, altro vecchio slogan poco citato perché nel tempo è stato (fra)inteso come prospettiva di arricchimento rapido per tutti. In realtà, il “sogno cinese” di raddoppiare il reddito nazionale, altro slogan proposto da Xi sin dal 2013, è un obiettivo collettivo – superare la dimensione economica degli Stati Uniti – e pertanto molto diverso dall’omologo “sogno americano”.

Al suo posto, il nuovo slogan è la “regolazione” della ricchezza accumulata e accumulabile, cioè una redistribuzione delle ricchezze accumulate e un più deciso approccio redistributivo in futuro. Poiché a tirare il consumo è stata la nuova classe media, oltre ai grandi ricchi, una prospettiva simile non lascia ben sperare sull’andamento della domanda nazionale. Già si vedono i segnali di debolezza, per esempio nel dato sulle importazioni, sostanzialmente a crescita zero. Non si tratta solo di un calo ciclico dovuto ai lockdown, ma di una tendenza duratura.

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Anche un altro vecchio slogan caro a Xi, l’economia socialista di mercato, è molto meno presente nel discorso, dal momento che la direzione è sempre più un’economia guidata dallo stato, pure nell’innovazione. Ciò non può non ricordare le sorti del modello sovietico, da cui Pechino si è discostata solo in parte (illuminante, a questo proposito, la storia del settore dei chip, oggi al centro della competizione economica, politica e tecnologica tra Stati Uniti e Cina). Nel complesso, la relazione di Xi al Congresso del Partito non è solo una continuazione delle politiche economiche esistenti della Cina, ma un raddoppio della direzione di marcia con due obiettivi: autosufficienza e sicurezza nazionale.

L’obiettivo dell’autosufficienza, per il quale è fondamentale salire la scala tecnologica, rientra tra le riforme verso la “modernizzazione” del paese, altro vecchio slogan mai abbandonato dai tempi di Deng. Oggi però il periodo di riforme ideologiche, politiche, economiche e sociali e le riforme concrete e significative in agricoltura, scienza e tecnologia, industria e difesa nazionale sono declinate in versione da controriforma. Ciò significa che la Cina continuerà a utilizzare la politica industriale per sostenere i settori chiave, ma anche ad acquisire tecnologia quando e dove possibile. Il concetto di politica industriale non viene invece menzionato, se non quando si fa riferimento all’innovazione sponsorizzata dallo stato. 

È interessante notare, a questo proposito, che i media occidentali si fanno troppo spesso portavoce delle narrative distorte di Pechino, secondo cui l’involuzione rispetto alla passata apertura sarebbe giustificata dalla minaccia del contenimento degli Stati Uniti nei confronti della Cina, sempre più reale. In realtà, le recenti azioni intraprese da Washington per aumentare i controlli sulle esportazioni di semiconduttori in Cina e per limitare la cooperazione scientifica seguono e non precedono una direzione di marcia già intrapresa dal governo cinese anni fa (almeno dal 2006 e in tono altisonante dal 2015) e ulteriormente approfondita nel discorso del presidente Xi.

La lettura dei mercati

Tra le numerosissime righe di discorsi, gli investitori invece hanno letto benissimo.

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La pubblicazione dei dati lunedì 24 ottobre, posticipata dal martedì precedente per non distogliere l’attenzione dai lavori del Congresso del Partito, non lascia dubbi. La crescita del terzo trimestre ha superato di appena lo 0,2 per cento l’aumento del secondo trimestre, quando per due mesi Shanghai è stata sottoposta a un rigido blocco. Già preoccupati per le prospettive a lungo termine della seconda economia mondiale, confermate dalla mancanza di volontà politica di cambiare rotta, gli investitori hanno iniziato il dietrofront: la fuga dai titoli cinesi ha fatto crollare la borsa di Hong Kong al livello più basso degli ultimi 13 anni (-4,22 per cento). L’indice Hang Seng China Enterprises di Hong Kong è sceso del 7,4 per cento, ai minimi da 14 anni. L’indice di riferimento CSI 300 dei titoli quotati a Shanghai e Shenzhen è calato del 3,1 per cento.

Tutto ciò spiega il rapido indebolimento del renminbi in vista del Congresso e la reazione del mercato al discorso del presidente Xi. Il progressivo differenziale dei tassi non farà che peggiorare la tendenza, finora dominata dalle aspettative di crescita più promettenti rispetto ai paesi occidentali. Ora sono chiari i costi associati a una Cina più orientata verso l’interno, già annunciata anni fa in un linguaggio fumoso (“la doppia circolazione”), per indorare la pillola. Insomma, oggi il resto del mondo inizia a capire che neppure in Cina ci sono più “pranzi gratis”.

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  1. aldo

    https://it.marketscreener.com/notizie/ultimo/Lam-Research-avverte-di-un-impatto-sui-ricavi-fino-a-2-5-miliardi-di-dollari-a-causa-delle-limitazio–42042543/ a proposito di pasti gratis finiti. Credo che i cinesi stiano facendo le cose giuste, dando preminenza ad esempio all’impresa pubblica a scapito di certe corporation private cresciute a dismisura in questi 3 decenni. Da noi invece si arriva a privatizzare il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione (uso dello SPID etc.) mentre le nostre aziende, private e pubbliche, funzionano e si organizzano (per modo di dire, visto che software e procedure vengono aggiornati e/o sostituiti in un tourbillon continuo) adeguandosi alle scelte (di tipo commerciale) di imprese informatiche (private) con sede posta a 10000 km da qui.

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