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Quella confusione tra staffetta e età pensionabile

La staffetta giovani- anziani è poco popolare tra gli economisti: per molti aspetti è l’opposto dell’ aumento dell’ età pensionabile appena approvata dal governo precedente. Ma molti  si chiedono: ha senso aumentare l’età pensionabile con una disoccupazione giovanile  al 40 percento?
UN DIBATTITO APERTO
Un osservatore esterno ha diritto di essere confuso: la staffetta giovani – anziani non è per molti aspetti l’opposto dell’aumento dell’età pensionabile appena approvata dal governo precedente? Molti economisti sono favorevoli all’aumento dell’età pensionabile e contrari alla staffetta. Ma molti non-economisti si chiedono: che senso ha aumentare l’età pensionabile quando la disoccupazione giovanile è quasi al 40 per cento? Non sono sicuro che gli economisti abbiano una risposta convincente a questa domanda.
Le critiche mosse dagli economisti alla staffetta sono di  carattere empirico e di carattere teorico. Cominciamo dalle prime. Tito Boeri e Vincenzo Galasso su lavoce.info mostrano che, in un campione di paesi avanzati,  non c’è nessuna relazione  tra la disoccupazione  giovanile  e il tasso di attività dei lavoratori tra 54 e 65 anni. Andrea Moro su NoisefromAmerika mostra che esiste addirittura una relazione positiva tra i tassi di occupazione dei giovani e degli anziani. Anche le  istituzioni internazionali da tempo sostengono che la relazione fra età pensionabile e occupazione giovanile è probabilmente positiva.
PERCHÉ  L’EVIDENZA EMPIRICA NON È CONVINCENTE
Tuttavia questa evidenza non ci dice niente sugli effetti di breve periodo (e forse neanche di lungo periodo) di una diminuzione  dell’età pensionabile imposta da un governo in un dato paese. Tecnicamente, ciò è dovuto al fatto che questa evidenza  viene da regressioni cross-section (cioè in cui la singola osservazione è un paese con il suo tasso di disoccupazione e la sua età pensionabile), mentre la domanda cui vorremmo rispondere è di natura time- series (cioè, cosa avviene nel tempo in un dato paese se riduciamo per legge l’età pensionabile). Inutitivamente, il motivo per cui l’evidenza cross-section non è molto probante è che molto probabilmente sia l’età pensionabile sia la disoccupazione giovanile di un paese sono influenzate  da altri fattori specifici di quel paese, di tipo culturale e sociale. Per esempio (ma solo come esempio astratto) qualcuno potrebbe sostenere che nei paesi con etica protestante gli anziani non vogliono  andare in pensione presto e i giovani hanno voglia di lavorare presto. Se fosse vero, la variabile “etica protestante” causerebbe sia l’età pensionabile alta sia la disoccupazione giovanile bassa. Ma questo non significa che se aumentiamo l’età pensionabile per legge diminuiamo la disoccupazione giovanile. Così come un aumento dell’età pensionabile non causerebbbe un aumento della popolazione protestante.
MA LA QUANTITÀ DI LAVORO NON È FISSA
Veniamo agli argomenti teorici a favore di un aumento dell’età pensionabile (e quindi, implicitamente, contro la staffetta). Il primo, che viene utilizzato da molti economisti ma soprattutto dalle istituzioni internazionali come Ocse  e Fmi, è che un aumento dell’età pensionabile aumenta l’offerta di lavoro e quindi il Pil e la crescita. Questo è un argomento risibile quando il tasso di disoccupazione è al 12 per cento e quello giovanile al 40 percento.
Un secondo argomento teorico è la critca  della cosiddetta “lump of labor fallacy” ( vale a dire l’errore della quantità fissa di lavoro). I sindacalisti hanno spesso in mente, in modo implicito o esplicito, che ci sia una quantità fissa di lavoro: se  Tizio e Caio lavorano 10 ore in meno ciascuno, Sempronio può lavorare 20 ore in più, magari part time. Questo argomento deriva da una visione di breve periodo di una economia che in gran parte non esiste più. Si applica per esempio alla vendemmia: la quantità di uva da raccogliere è fissa, e chiunque può raccoglierla perché l’operazione non richiede particolari competenze. Ma in una economia moderna, nella maggior parte degli impieghi ogni lavoratore ha delle competenze specifiche e un capitale umano specifico; rimpiazzarlo con un altro individuo ha senso solo se il secondo è un migliore match per quell’ impiego. Ma non c’è bisogno di imporlo per legge: con tutti i giovani disoccupati che aspettano una chiamata, un imprenditore lo avrebbe già fatto se ne valesse la pena.
Si potrebbe obiettare che  l’imprenditore vorrebbe farlo, ma che i costi fissi di licenziare un anziano e di assumere un giovane eccedono il vantaggio dal miglioramento del match. La staffetta funziona dunque solo se lo stato fornisce incentivi che eccedono questi costi fissi. Ma vi sono altri costi fissi. Al contrario della vendemmia, per  un impenditore non è la stessa cosa fare lavorare Tizio e Caio 40 ore alla settimana, o 30 ore alla settimana e assumere Sempronio part time a 20 ore:  non è possibile trasferire istantaneamente con un cavo Usb a Sempronio tutte le conoscenze accumulate da Tizio e Caio in quella azienda. Per assorbire la disoccupazione giovanile in fretta, lo stato deve dunque fornire ulteriori incentivi per compensare questi altri costi. Inoltre, la spesa pubblica aumenterebbe ulteriormente se, come sembra, il governo intende continuare  a pagare contributi figurativi a Tizio e Caio per 40 ore invece di 30 – in altre parole, se la loro pensione non diminuisse in modo corrispondente.
LE DUE VIE D’USCITA
In ultima analisi, il problema della staffetta è un gatto che si morde la coda. Ridurre l’età pensionabile favorirebbe l’occupazione dei giovani nel breve periodo, ma aumenterebbe le tasse e i contributi che ogni occupato (inclusi i giovani) dovrebbero pagare, sia per pagare gli incentivi necessari per far funzionare la staffeta, sia per pagare  le pensioni dei lavoratori che di fatto vengono pre-pensionati. Ciò aumenterebbe il costo del lavoro, e dopo poco la disoccupazione aumenterebbe nuovamente.
Ci sono solo due vie d’uscita per salvare capra e cavoli. La prima è sperare che l’economia riprenda e risolva gran parte dei problemi. La seconda è non aumentare l’età pensionabile, ma ridurre l’importo medio delle pensioni più alte, come proposto da Boeri e Nannicini. La prima soluzione è aleatoria, e non nelle nostre mani. La seconda è corretta, ma politicamente inattuabile.

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11 commenti

  1. Tino

    Però con la staffetta il tasso di occupazione dei lavoratori senior non sarebbe intaccato, passerebbero al part-time. In compenso aumenterebbe il tasso di occupazione dei lavoratori junior. Secondo me va analizzata come uno strumento di flessibilità, né più, né meno. E in questo senso, potrebbe essere un ottimo strumento, soprattutto in tempo di crisi. Il problema rimane uno: chi paga gli oneri aggiuntivi? E quanto?

  2. Laura Invernizzi

    Sinceramente credo che il dato sulla disoccupazione giovanile vada spiegato meglio perchè detto così è troppo allarmistico:quasi tutti i giovani italiani studiano sicuramente fino al diploma di scuola media superiore e così arriviamo a 19 anni e poi se frequentano l’università si arriva tranquillamente con il modulo 3+2 ai 24 anni.Per cui urge che ci spieghino meglio il dato sulla disoccupazione giovanile perchè altrimenti sembra fumo negli occhi..per la staffetta generazionale è una proposta molto intelligente perchè tiene conto della fatica fisica a lavorare dopo una certa età,se dai 60 anni in poi si potesse passare al part time più un piccolo anticipo della futura pensione affiancando un giovane a tempo pieno sarebbe una rivoluzione pacata ma straordinaria..

  3. Davide Scianatico

    Ho apprezzato la chiusura dell’articolo. In estrema sintesi: non cambierà nulla! Bella prospettiva.

  4. Piero

    Pienamente d’accordo vorrei aggiungere che in itala vi sono ancora sacche di disoccupazione volontaria tra i giovani, dobbiamo modificare gli ammortizzatori sociali, ossia non devono intervenire quando il lavoratore rifiuta il lavoro offerto, poi con i soldi risparmiati, che ne saranno tanti, creare all’interno delle agenzie del lavoro un elenco speciale per i giovani che si rivolgono al lavoro per la prima volta, legare alla loro assunzione incentivi statali per un tempo determinato che servono all’azienda per la formazione; gli incentivi possono essere dai anche con dei bonus fiscali che diminuiscono con il protrarsi del rapporto di lavoro.

  5. Drive

    Sarebbe interessante approfondire le ultime 7 parole di questo articolo, perché sembra che le cose da fare ci siano ma che non si vogliono fare per vari motivi. Sembra che in questi casi ci siano problemi di destabilizzazione, mentre quando si deve ALLUNGARE l’età pensionabile oppure “esodare” pare che non se ne facciano tanti di problemi.
    Il vero punto del problema è questo, perchè non è politicamente attuabile?

  6. egidio

    In Italia nessuno vuole andare in pensione: dall’Università alla politica! Tutti sono attaccati alle sedie alla cattedre alle stanze ai telefoni. E quando finalmente escono dalla porta te li trovi rientrati dalla finestra…

  7. massimo

    Probabilmente sbaglio ma una età pensionabile più avanzata dovrebbe significare anche una minore spesa per pensioni e di conseguenza un minor costo del lavoro (dovuto alla quota di oneri previdenziali). Il che significa maggior competitività e maggior occupazione. Per favore ditemi dove sbaglio? (e non lo dico provocatoriamente).

  8. Andrea

    Trovo incomprensibile ed inaccettabile che nessuno dei giornalisti, visto che i politici non ci pensano, non si ponga la seguente domanda: e chi è disoccupato a 35/38 anni che fa?

  9. Luciano Abburrà

    Giusto il proposito di dissipare le confusioni. La staffetta “all’italiana” (part time contestuale in ingresso e in uscita, non rimpiazzo anzitempo degli anziani) non contraddice l’aumento dell’età pensionabile, ma potrebbe servire a gestirla in modo più sostenibile: per i giovani, per i lavoratori maturi, per le imprese e per i cittadini. Si tratta di un importante cambiamento sociale che non può semplicemente essere imposto con un decreto, ma di cui va curata l’implementazione, perchè dia gli effetti sperati evitando quelli collaterali negativi. A nessuno infatti può fare del bene un improvviso, prolungato e coatto congelamento delle posizioni lavorative esistenti, senza innovazioni nè nei modi di stare al lavoro per chi ha sessant’anni e più, nè per entrare al lavoro per chi è giunto nell’età di farlo nel momento più sbagliato. Gradualità, flessibilità, trasferimento delle competenze, mantenimento di un’ecologia organizzativa che è fatta anche della compresenza e interazione di lavoratori d’età diversa, comprensione che un invecchiamento davvero attivo richiede anche di riattivare la motivazione di chi ne deve essere protagonista, sono alcuni degli ingredienti che potrebbero fare della staffetta all’italiana una sperimentazione utile proprio a rendere più realistico e progressivo un prolungamento dell’età lavorativa, che altrimenti può apparire solo come una specie di punizione per gli anziani, che non riesce neanche a beneficiare i giovani (che, finchè stanno disoccupati, non pagano le pensioni del passato, ma non costruiscono neanche quelle del futuro: le loro).

  10. piro

    In realtà quindi sarebbe opportuno uscire da questo schema e provare a trovare soluzioni più efficaci e percorribili, non dico facili ma sicuramente necessarie. Non mi sembra che l’approccio un pò di moda di questi tempi che fa riferimento al conflitto generazionale come causa prima delle difficoltà dei giovani porti poi a grandi risultati, semmai occorre ammettere il fallimento delle politiche nazionali degli ultimi trenta quaran’anni. Il paese è in continuo declino da quasi tutti i punti di vista. Abbiamo difficoltà a crare posti di lavoro e a frenare la triste parabola discendente di molte aziende, mentre il lavoro nero prospera e l’evasione fiscale sottrae risorse preziose e alimenta le diseguaglianze tra i cittadini, l’industria italiana manufatturiera tra mille difficoltà e fatto salvo rare eccezioni, continua a perdere competitività e quindi posti di lavoro. Abbiamo una burocrazia elefantiaca ed inefficiente e i principali partiti politici sembrano incapaci di indicare qualche soluzione, impegati soprattutto dal tema della loro sopravvivenza e dalle loro beghe interne. Potrei continuare parlando di sovranità dello stato latente , di mafie, conflitti di interesse, sistema giustizia, sarebbe molto facile e anche un pò deprimente! Ma in un quadro così colpevolmente deteriorato penso sia il momento di trovare la forza di reagire e provare ad attaccare finalmente i nostri mali nazionali chiamandoli per nome.

  11. michele carugi

    Avrei una domanda relativa al punto nel quale lei ipotizza di ” ridurre l’importo medio delle pensioni più alte “.
    Ciò sarebbe abbinato a una riduzione di contributi durante l’attività lavorativa o sarebbe un esproprio di fatto dei contributi versati dai redditi più alti?
    Oltre alla profonda diversità di eticità ed equità delle due misure, ciò fa una sostanziale differenza anche di ordine temporale. Infatti la prima misura potrebbe andare in vigore solo partendo dalla riduzione dei contributi pertanto il suo effetto disincentivante al ritiro (immagino sia questo l’intento) sarebbe molto dilazionato nel tempo.
    Peraltro con contributi più bassi resterebbe margine ai redditi più alti per previdenze integrative e pertanto il disincentivo potrebbe non funzionare, il che ci riporterebbe alla necessità di innalzamento dell’età per costringere i 60-65enni a restare in servizio.

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