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Ritorno al nucleare per il Giappone

Il Giappone ha chiuso le sue centrali nucleari nel 2011, dopo l’incidente di Fukushima. Oggi quella decisione è rimessa in discussione. Un ritorno di Tokyo al nucleare avrebbe ripercussioni sulle emissioni di gas serra e sui mercati energetici globali.

Tokyo ripensa la politica energetica

“Dobbiamo cambiare rotta – ora – e porre fine alla nostra insensata e suicida guerra contro la natura. Sappiamo cosa fare”. Secondo il primo ministro giapponese Fumio Kishida tra le cose da fare c’è anche un ritorno al nucleare.

La dichiarazione riportata sopra è del Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, contenuta in un accorato discorso dedicato alle emergenze ambientali tenuto in occasione della conferenza Stockholm+50 tenutasi il 2 e 3 giugno 2022. Che in quel “sappiamo cosa fare” sempre più voci si levino a favore di una rinnovata attenzione all’energia nucleare è fatto noto. Basti pensare alla decisione del Parlamento europeo, che il 6 luglio ha votato per non respingere la proposta di includerla nella tassonomia europea.

Che tra queste voci si levi anche quella del Giappone non può però passare inosservato. E infatti la notizia delle dichiarazioni del primo ministro Fumio Kishida a proposito del rilancio del nucleare nipponico è rimbalzata nei media di tutto il mondo. Parlando al Green Transformation Implementation Council, Kishida ha espresso le preoccupazioni sull’impatto della guerra in Ucraina sulla situazione energetica mondiale e, in particolare, sulle conseguenze per il Giappone. Nel suo discorso ha affermato: “(in questa riunione, ndr) sono stati inoltre presentati elementi che richiedono decisioni politiche future in materia di energia nucleare, come gli sforzi congiunti delle parti interessate per riprendere le operazioni, il massimo utilizzo delle centrali nucleari esistenti, compresa l’estensione del loro periodo di funzionamento con la garanzia della loro sicurezza come prerequisito fondamentale, e lo sviluppo e la costruzione di reattori avanzati di nuova generazione che incorporano nuovi meccanismi di sicurezza”.

Privo di significative risorse energetiche sul suo territorio – oggi importa circa il 90 per cento del suo fabbisogno energetico e nel 2019 ai combustibili fossili (importati) doveva l’88 per cento della sua energia primaria (Tpes) – il Giappone ha puntato sulla fissione nucleare fin dagli anni Sessanta. Nel 1966 entrò in funzione il suo primo reattore commerciale e nei successivi quarantacinque anni la frazione di energia elettrica prodotta da 54 centrali nucleari crebbe fino a circa il 30 per cento. Nel marzo 2011 il drammatico incidente di Fukushima, originato dal gigantesco tsunami che colpì le coste orientali del paese, innescò un profondo ripensamento e lo spegnimento di tutti i suoi reattori. Di fatto, per quattro anni il Giappone rimase senza energia nucleare, per ripartire con la riaccensione di alcuni reattori nel 2015. Alla data odierna dieci reattori hanno l’autorizzazione per riprendere il servizio, ma solo quattro sono operativi. La figura, elaborata dal sito nippon.com, illustra la situazione attuale dei reattori giapponesi.

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Figura 1

Le conseguenze

Un ritorno di Tokyo al nucleare avrebbe una forte influenza sia sulle emissioni di gas serra sia sui mercati energetici globali. A ricordarlo è Keisuke Sadamori, direttore della sezione Energy Markets and Security dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), che ha definito le dichiarazioni di Kishima “una buona e incoraggiante notizia, in termini sia di sicurezza degli approvvigionamenti energetici sia di mitigazione dei cambiamenti climatici”.

Negli ultimi anni il Giappone ha supplito al nucleare bruciando grandi quantità di combustibili fossili e, come dice Sadamori, “la situazione mondiale del gas naturale è in tensione, in particolare in Europa, e la mossa giapponese potrà liberare sostanziali quantità di gas naturale liquefatto per il mercato globale”. Oggi il Giappone è il secondo importatore al mondo di gas naturale liquefatto dopo la Cina. Il suo principale fornitore è l’Australia, ma un 10 per cento circa proviene dalla Russia, attraverso l’impianto di liquefazione Sakhalin-2.

La messa in pratica delle dichiarazioni di Kishida richiederà naturalmente tempo e mediazioni politiche, come peraltro fisici giapponesi da me interpellati hanno confermato. Ed è infatti lo stesso primo ministro a dire nella stessa occasione: “Questi elementi includono misure che richiedono tempo per essere realizzate; tuttavia, l’energia rinnovabile e l’energia nucleare sono fonti di energia libere da CO2 indispensabili per l’avanzamento della Green Transformation”.

In ogni caso attorno alla questione c’è movimento: stando al sito World Nuclear News la Mitsubishi ha annunciato la ripresa della produzione di combustibile nucleare, e secondo alcuni sondaggi – tra i quali quello citato da The Japan Times – la maggioranza dell’opinione pubblica giapponese è tornata a essere favorevole all’energia nucleare.

È quindi degno di nota, e avrà senz’altro un forte impatto a livello internazionale, che la questione nucleare torni nell’agenda politica nipponica. Al recente summit Cop 26 di Glasgow è emerso come, sulla base delle attuali politiche energetiche desunte dalle comunicazioni degli stati che hanno aderito all’accordo di Parigi sul clima, si stia viaggiando verso un aumento delle temperatura globale di circa 2,7 gradi per la fine del secolo. E, in aggiunta, la corsa senza fine delle bollette di luce e gas è lì a dimostrarci quotidianamente quanto l’energia sia strategica. Pensare laicamente e senza pregiudizi a tutte le opzioni che ci possano liberare dalla schiavitù dai combustibili fossili è oggi, più che un’opzione, una necessità.

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  1. BB

    Qualcuno ci dovrebbe precisare quanto e in quale percentuale la terra , nell’universo, incide e agisce sui fenomeni riportati come catastrofici.
    Inoltre cortesemente, dovrebbero spiegarci, con cura, quanto ciascun paese della terra inquina e con quali mezzi.
    In particolare quanto incide l’inquinamento italiano a oggi e in futuro, al completo delle centrali nucleari di 4^ generazione necessarie all’autonomia energetica del paese, piu’ una parte di salvaguardia circa 30%, eventualmente rivendibile ad altri.
    Tutto quanto sopra per aiutare la politica, sprovveduta in molte materie, a capire e quindi progettare un sano piano energetico con mentalità industriale e non da accattoni come loro e come hanno voluto ridurre il paese.

    • Ernesto

      Alla politica interessano le provvigioni maturate nelle trattative all’acquisto dall’estero, in qualsiasi settore, non gli conviene, ad esempio, la produzione di energia che tanti soldi farebbe risparmiare ai cittadini.
      Immaginiamo le centrali nucleari a fusione H costo materia quasi nullo. Avremmo energia elettrica a bassissimo prezzo tanto da riscaldarci con radiatori elettrici senza rischio allagamenti, con gli attuali impianti, causate da tubazioni e serpentine per portare l’acqua ai termosifoni.

  2. Marco Tamanti

    La fusione nucleare sarebbe la soluzione, ma ancora non esiste. Il nucleare della generazione attuale (e probabilmente anche la prossima) non mi pare sia adatto all’Italia.
    I motivi sono tanti: politici, economici, burocratici, temporali, egoistici, opportunistici. Si potrebbe fare un trattato su ognuno di questi motivi, soprattutto cercando di spiegare ai non tecnici cosa significhi decadimento e tempo di dimezzamento. Per semplificare molto, se dopo più di 40 anni, ancora non abbiamo deciso dove fare il deposito di stoccaggio del materiale radioattivo, come possiamo pensare di costruire in pochi anni una centrale nucleare, senza sperperare miliardi tra i rivoli della burocrazia e del malaffare? Senza rimanere incastrati per decenni nelle maglie della burocrazia? Senza ritrovarci con la gestione di qualche centrale nucleare affidata a qualche ditta parastatale senza nessun controllo? Ci sono paesi come il Portogallo che si sono affidati con successo alle rinnovabili. Come mai noi, con il tesoro di sole, vento, geotermico e tanto altro che ci ritroviamo, riusciamo a bloccare per anni degli innocui impianti rinnovabili, già progettati e finanziati? Oppure come mai riusciamo a non far funzionare impianti già pronti per questioni burocratiche o altre varie ragioni?

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