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Non è un paese per professionisti*

In Italia, la percentuale di manager e alte professionalità è più bassa rispetto ai grandi paesi europei, in particolare per le donne. Dipende dalla nostra particolare struttura produttiva, sbilanciata verso comparti che meno richiedono queste figure.

Il confronto con gli altri paesi

Secondo i dati Eurostat, nel 2019, prima degli sconvolgimenti causati dalla pandemia di Covid, manager, professionisti e tecnici rappresentavano solo il 36,5 per cento della forza lavoro italiana, contro una media del 42,2 per cento dell’Eurozona e valori vicini o superiori al 50 per cento nel Regno Unito, in Olanda e nei paesi scandinavi. La Tabella 1 mostra che, tra i grandi paesi europei, solo la Spagna (col 33,8 per cento) presentava una quota inferiore alla nostra. All’interno delle alte professionalità, anche la quota di donne è inferiore alla media europea (44,5 per cento contro il 48,5 per cento dell’Eurozona), benché il divario sia lievemente minore di quello che si registra per la quota complessiva delle lavoratrici sulla forza lavoro (42,6 per cento degli occupati contro una media del 46,4 per cento nell’Eurozona).

Perché in Italia si assumono pochi manager

Sul risultato pesano numerosi fattori, a cominciare da qualche pregiudizio nei confronti delle donne nelle posizioni apicali e dal minor numero di laureate nelle discipline tecnico-scientifiche da cui si attinge per ricoprire i ruoli manageriali e professionali. Secondo gli ultimi dati Istat, relativi al 2016, le donne rappresentano infatti solo il 48,2 per cento dei laureati in discipline tecniche ed economiche e la percentuale scende al 44,3 per cento se si esclude il gruppo medico-sanitario.

La particolare struttura dell’economia italiana, che vede sovrarappresentate imprese piccole e piccolissime, spesso a conduzione familiare, non aiuta a inserire e utilizzare a pieno personale molto qualificato. L’organizzazione di queste imprese, infatti, raramente prevede unità di R&D (ricerca e sviluppo) e posizioni manageriali distinte dalla proprietà. Ciò alimenta un circolo vizioso in cui le imprese innovano poco per mancanza delle necessarie professionalità, che però non riescono o desiderano acquisire perché non sono in grado di remunerarle e utilizzarle adeguatamente. Ne risentono negativamente la produttività e la redditività, restringendo ulteriormente i margini per innovare e crescere.

Oltre al limite dimensionale, in Italia l’occupazione più qualificata risente anche della composizione settoriale dell’economia, in cui prevalgono comparti che anche in altri paesi europei assorbono tipicamente meno personale di questo tipo. La Figura 1 mostra che ci sono molti meno lavoratori qualificati (da un minimo inferiore al 5 per cento fino a un massimo di poco più del 40 per cento) in settori come l’agricoltura, la filiera del turismo e ristorazione, la logistica, i servizi alle imprese, le costruzioni e il commercio. Al contrario gli organici di alcuni comparti, come la finanza, la Ict, la formazione, le attività professionali e la gestione immobiliare, comprendono una quota rilevante di manager, professionisti e tecnici (dal 40 al 95 per cento).

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In alcuni casi la variabilità della percentuale di lavoratori molto qualificati tra paesi è piuttosto ampia, come nel caso della finanza, della pubblica amministrazione, delle industrie estrattive e dei servizi vari. In altri casi la quota varia solo di pochi punti percentuali, come nei servizi professionali, nelle costruzioni, nella logistica e nell’agricoltura. L’Italia si colloca abbastanza vicino (o sopra) alla media europea nei settori ad alta occupazione qualificata, mentre occupa le posizioni peggiori proprio nei comparti dove la quota di questi lavoratori è minore, con l’eccezione della manifattura e del settore della ristorazione e turismo. Colpisce la bassa qualità del capitale umano in un settore cruciale come la pubblica amministrazione. La qualificazione dei lavoratori sembra invece migliore di quella media europea in settori di punta, come la Ict, la formazione e le attività professionali.

Figura 1 – Variabilità delle quote di occupazione qualificata tra paesi

A parità di altre condizioni, la domanda di alte professionalità sembra dunque legata strettamente alla composizione settoriale dell’economia. Dunque, uno spostamento verso comparti più “esigenti” potrebbe migliorare anche la qualità del capitale umano e dell’offerta di lavoro. Oltre all’effetto della composizione settoriale, l’Italia è penalizzata dalla minore presenza di lavoratori molto qualificati nella pubblica amministrazione e nella maggior importanza dei comparti che ne occupano di meno anche nel resto dell’Europa. Quindi la modernizzazione di questi settori potrebbe dare un importante contributo alla qualificazione (e probabilmente anche alla produttività) complessiva del lavoro italiano.

La Tabella 2 mostra che, tenendo ferma la distribuzione delle diverse qualifiche all’interno di ciascun comparto, un avvicinamento della struttura settoriale italiana al modello svedese comporterebbe un aumento della quota di manager e professionisti a quasi il 46 per cento della forza lavoro, ma basterebbe anche la convergenza verso la struttura media dell’Eurozona per rafforzare la domanda di alte professionalità rispetto alla situazione attuale. Solo il modello spagnolo sembra richiedere meno personale qualificato. I risultati sarebbero migliori se i settori a bassa presenza femminile adottassero tecnologie e modelli organizzativi più moderni.

A conferma del ruolo sfavorevole giocato dalla struttura della nostra economia, anche in paesi con una elevatissima quota complessiva di alte professionalità, tale valore si ridurrebbe se adottassero il modello produttivo italiano. Per esempio, in Svezia la proporzione di personale qualificato calerebbe di 10,4 punti, perdendo circa un quinto del suo valore attuale.

Due conseguenze negative

La struttura settoriale, organizzativa e dimensionale delle nostre imprese sembra dunque penalizzare l’occupazione più qualificata e ciò favorisce almeno due fenomeni fortemente negativi. Il primo è la migrazione dei giovani italiani più qualificati, che non trovano una collocazione adeguata nelle imprese nazionali. Il Rapporto annuale dell’Istat del 2021 segnalava che tra il 2008 e il 2020 il saldo migratorio dei laureati italiani tra 25 e 34 anni è stato negativo per 76 mila unità (pari a oltre un quinto di quanti si laureano ogni anno). Ciò comporta una perdita secca di capitale umano e di ingenti investimenti pubblici in formazione. Ma il danno più rilevante della scarsa presenza di alte professionalità nelle imprese è la riduzione della loro capacità di innovare e competere, che a sua volta determina un circolo vizioso tra bassa redditività, difficoltà a remunerare i manager e scarso miglioramento di prodotti e processi produttivi.

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Di fronte a un quadro così preoccupante, sarebbe indispensabile incentivare l’inserimento di personale qualificato all’interno delle imprese e della pubblica amministrazione, superando le resistenze di una struttura produttiva e organizzativa poco orientata al cambiamento. Il basso impiego di alte professionalità sembra dovuto più a una carenza di domanda da parte delle imprese che a una strozzatura dell’offerta, al contrario di quanto avviene in altri paesi.

Per risolvere il problema potrebbe essere utile la riduzione del cuneo fiscale per le alte professionalità (seppure a scapito della progressività del sistema fiscale), mentre sarebbe poco produttivo aumentare semplicemente il numero di laureati o incentivare il “rientro dei cervelli” senza prospettare loro alcuno sbocco professionale adeguato. I concorsi nella pubblica amministrazione collegati all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza sembrano un timido segnale nella giusta direzione, anche se retribuzioni e inquadramento all’interno degli enti pubblici sembrano ancora poco attrattivi. La vera sfida, tuttavia, resta la modernizzazione della struttura produttiva italiana, sia per quanto riguarda la composizione settoriale, sia sotto il profilo dell’organizzazione interna e dell’assetto proprietario delle imprese, che rimangono troppo piccole e “familiari” per assorbire alte professionalità in ruoli apicali. Programmi come quelli di Industria 4.0 e alcuni progetti del Pnrr potrebbero incidere su alcuni nodi, ma non su tutti, in particolare sulla situazione dei comparti più arretrati.

*L’articolo riporta esclusivamente le opinioni dell’autore e non coinvolge assolutamente le organizzazioni con cui collabora.

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  1. Savino

    In Italia non esiste proprio il concetto basilare del lavoro fatto con professionalità. L’aspettativa è sempre il solito stellone creativo che ci salvi. Ma occorre urgentemente un cambio di mentalità, diversamente saremo tagliati fuori da ogni meccanismo produttivo a livello globale. Anche la Spagna era come noi. In seguito, imparando sulla propria pelle, ha accantonato alcune vetustà gattopardesche per darsi una veste più vicina all’Europa continentale e i primi risultati già si vedono.

  2. Giuseppe

    Un’altra pietra tombale sulla retorica del “piccolo è bello” e del “modello italiano”, che ci ha portato a 30 anni di sottosviluppo, disoccupazione, perdita di competitività e salari in diminuzione. Speriamo che il PNRR faccia tornare di moda la politica industriale e i grandi progetti, ma ormai in 12 anni oltre 75.000 giovani qualificati sono scappati in paesi più accoglienti per tecnici e professionisti. Se la formazione di ciascuno di loro, come dicono, ci è costata circa 100.000 euro, stiamo regalando alla concorrenza 630 milioni di euro l’anno.

    • mauro

      Trent’anni fa, ho cercato di sviluppare il sistema per mettere in rete le aziende manifatturiere della mia provincia, ma nonostante una marea di riunioni e vari apprezzamenti d’interesse, ben poche aziende si si sono dichiarate disposte a perdere parte della loro Sovranità, e nessuna rappresentanza di categoria, compresa la mia, s’è dichiarata disposta a sostenermi.
      Piccolo è bello ma troppo delicato, ma in rete raggiungerebbe una robustezza incrollabile.

  3. Emanuele De Candia

    E’ questo il doppio limite strutturale del nostro tessuto economico. E quello che è ancora peggio, è poco affrontabile con strumenti tecnici di policy e implica la perdita di capitale politico, di fatto esiguo e che va nella direzione opposta: la scelta di sostenere i redditi dei settori a più bassa produttività, che in modo speculare sono i medesimi in cui la domanda di alte professionalità è più scarsa, il superbonus edilizia ne è emblematico.

  4. mauro

    Trent’anni fa, ho cercato di sviluppare il sistema per mettere in rete le aziende manifatturiere della mia provincia, ma nonostante una marea di riunioni e vari apprezzamenti d’interesse, ben poche aziende si si sono dichiarate disposte a perdere parte della loro Sovranità, e nessuna rappresentanza di categoria, compresa la mia, s’è dichiarata disposta a sostenermi.
    Piccolo è bello ma troppo delicato, ma in rete raggiungerebbe una robustezza incrollabile.

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