La riforma Fornero ha introdotto sgravi contributivi per le imprese che assumono donne. Lo strumento è capace di promuovere la domanda di lavoro femminile e la crescita delle imprese. Ma il beneficio non è condiviso con le lavoratrici attraverso i salari.

Imposte e disuguaglianze di genere

L’Italia è uno dei paesi con il più basso tasso di occupazione femminile. Secondo le stime Ocse, la percentuale di donne attive nel mercato del lavoro è di circa il 40 per cento. Il divario occupazionale di genere è di 27,1 punti percentuali, secondo solo alla Grecia tra i paesi sviluppati. Aumentare l’occupazione femminile e promuovere la parità di genere sono obiettivi prioritari per raggiungere gli obiettivi indicati dalla Commissione europea nel 2030 Sustainable Development Goals enel Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato dal governo Draghi.

Alcuni economisti hanno proposto di introdurre un sistema di imposte differenziate per genere per stimolare l’occupazione femminile (Andrea Ichino e Alberto Alesina ne discutevano proprio su lavoce nel novembre 2011). Resta però incerto su quale tipo di imposta intervenire. Sarebbe preferibile detassare i redditi delle donne oppure le imprese che assumono donne? Dipende da un’altra domanda: la modesta occupazione femminile riflette principalmente un problema di domanda o di offerta di lavoro?

Se la scarsa occupazione femminile riflette una divisione sbilanciata dei compiti all’interno della famiglia, detassare il reddito delle lavoratrici potrebbe cambiare il potere contrattuale dei partner all’interno di una coppia nel lungo periodo. La gender-based tax, ossia imposte inferiori sul reddito delle donne, potrebbe quindi determinare un cambio nei calcoli di convenienza all’interno delle famiglie e maggiore offerta di lavoro femminile.

Se invece è la domanda di lavoro femminile a essere bassa, per la presenza di barriere all’ingresso in alcune occupazioni o imprese, una soluzione è quella di detassare le imprese che assumono donne, riducendo il costo del lavoro femminile. Poiché perpetuare politiche di assunzione discriminatorie impedirebbe di avere costi minori, le imprese che non discriminano risulterebbero anche più produttive.

La detassazione delle imprese che assumono donne può aumentare l’occupazione femminile e ridurre la disuguaglianza di genere nei salari?

La detassazione delle imprese che assumono donne

La decontribuzione femminile, introdotta dalla legge 92/2012 (la cosiddetta riforma Fornero), permette di far nuova luce sugli effetti della tassazione differenziata. In un lavoro di ricerca, ho esaminato lo sgravio contributivo del 50 per cento a favore delle imprese che assumono donne. Normalmente lo sgravio è concesso a chi assume disoccupate di lunga durata (24 mesi), ma le condizioni per beneficiarne sono meno gravose (bastano 6 mesi di disoccupazione) per le lavoratrici residenti nei comuni che ricevono fondi strutturali europei o impiegate in settori in cui la partecipazione femminile è piuttosto modesta. Lo sgravio ha una durata limitata: si applica per i primi 12 mesi nel caso di contratti a termine e per i primi 18 mesi per i contratti a tempo indeterminato.

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Impatto limitato sui salari delle lavoratrici

Lo sgravio contributivo concede risparmi annuali sul costo del lavoro di circa 1.900 euro, in media, per ogni nuova lavoratrice assunta. I dati Inps sull’universo delle lavoratrici assunte mediante la misura (circa 200 mila) permettono di studiare se lo sgravio è condiviso con loro attraverso incrementi salariali.

Il modo più semplice per farlo è confrontare i salari prima e durante la decontribuzione. Il grafico in alto della figura 1 mostra la distribuzione dei salari al lordo dei contributi sociali pagati dall’impresa (il costo del lavoro per lavoratore sostenuto dalle imprese). Si evince chiaramente che la decontribuzione ha ridotto il costo del lavoro: la distribuzione dei salari si sposta verso sinistra nel periodo in cui si applica lo sgravio. Il grafico in basso mostra, invece, che le distribuzioni del salario netto sono ampiamente sovrapposte. Ciò suggerisce che lo sgravio fiscale non è traslato sui salari netti. L’evidenza descrittiva è confermata da analisi econometriche più accurate. I risultati mostrano che un taglio sul costo del lavoro di 100 euro aumenta il salario netto solo di circa 14 euro.

Figura 1 – La decontribuzione non incide sui salari delle lavoratrici

Lo sgravio fiscale ha aumentato l’occupazione femminile

Un costo del lavoro più basso si traduce in una maggiore occupazione femminile? Nel lavoro di ricerca propongo diverse strategie empiriche per identificare l’impatto della decontribuzione sull’occupazione femminile. Ho comparano il tasso di occupazione sia tra comuni che tra settori che sono differentemente esposti allo sgravio (ovvero, se la durata minima del periodo di disoccupazione per assumere una lavoratrice è di 6 o 24 mesi), sia con un’analisi a livello individuale. Tutte le strategie convergono sullo stesso risultato: lo sgravio fiscale ha incrementato il tasso di occupazione femminile, in particolare nei comuni e nei settori in cui era particolarmente modesta. Il risultato non riflette una sostituzione tra lavoratori di sesso diverso né tra lavoro full-time e part-time.

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La mia stima più conservativa indica che lo sgravio fiscale ha aumentato la probabilità di essere occupati di circa 1,4 punti percentuali. Ciò suggerisce che lo sgravio fiscale spiega circa il 40 per cento della riduzione nel divario occupazionale di genere osservato in Italia nell’ultimo decennio.

Imprese felici: le lavoratrici migliorano i risultati aziendali

Qual è l’impatto dalla decontribuzione sulla performance aziendale? Combinando i dati sulle lavoratrici con i bilanci di impresa, ho confrontato gruppi di imprese con una diversa esposizione allo sgravio.

Il panel A nella figura 2 mostra che le imprese più esposte allo sgravio hanno assunto molte più lavoratrici rispetto ad aziende simili, ma meno esposte alla misura. Coerentemente con i risultati discussi in precedenza, non trovo alcun impatto sulla forza lavoro maschile (panel B). I panel C-F mostrano che l’impiego di nuove lavoratrici ha di fatto migliorato i risultati aziendali: si registra un significativo aumento nelle vendite (del 6,4 per cento), nei profitti (5,3 per cento), nel valore aggiunto (6,9 per cento) e nel capitale impiegato (6,9 per cento).

La performance aziendale è migliorata soprattutto nelle imprese che operano in settori in cui gli stereotipi di genere sono più pervasivi, come quello agricolo e quello delle costruzioni. È un risultato che evidenzia come stereotipi di genere possano frenare la crescita d’impresa.   

Figura 2 – L’impatto dello sgravio sulla performance aziendale

La decontribuzione femminile è dunque capace di promuovere la domanda di lavoro femminile e di ridurre parzialmente il divario occupazionale di genere. Tuttavia, le retribuzioni femminili non aumentano in maniera significativa: ciò suggerisce che sono necessarie politiche di genere alternative per ridurre il divario salariale. Detassare il reddito delle lavoratrici, anziché (o in aggiunta) le imprese che assumono donne, potrebbe rivelarsi un’opzione utile.

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