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Perché si torna a parlare di debito pubblico

La crisi causata dalla guerra in Ucraina riporta alla ribalta la questione del debito pubblico. Storicamente elevato nel nostro paese, torna a preoccupare per l’aumento dei tassi di interesse. Un libro ne analizzata le origini e le strategie per uscirne.

Quando serve indebitarsi

Il debito pubblico può benissimo essere anche “buono”. L’esperienza recente della pandemia ha illustrato quanto sia importante poter contare sulla possibilità di indebitarsi per il settore pubblico, per affrontare crisi i cui costi sarebbero altrimenti troppo elevati per poter essere sopportati da una sola generazione. Perfino l’arcigna Europa delle regole lo ha compreso molto in fretta; e nonostante tutte le difficoltà di un processo decisionale assai farraginoso, ha varato rapidamente un piano straordinario di investimenti pubblici, di cui l’Italia è uno dei maggiori beneficiari, finanziandolo con l’emissione di debito comune europeo. La banca centrale ha poi dato un contributo importante, annullando gli spread e riducendo i tassi di interesse, così consentendo anche ai paesi più indebitati di finanziarsi a costi bassissimi.

Poi, le pandemie finiscono e i debiti rimangono. L’anno scorso il debito italiano ha superato i 2 mila e 700 miliardi di euro, attestandosi attorno al 155 per cento del Pil. Senza la guerra in Ucraina, le previsioni del governo erano di una sua riduzione nei prossimi anni come risultato di una politica di bilancio che sarebbe diventata via via più prudente, recuperando un avanzo primario a partire dal 2024, tassi di interesse che sarebbero rimasti comunque bassi a lungo e, soprattutto, tassi di crescita spinti verso l’alto dalla combinazione di riforme e investimenti previsti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. La guerra in Ucraina ha reso il percorso più difficile, tra maggiori esigenze di spesa per sostenere l’economia di fronte allo shock energetico e la ripresa dell’inflazione, che comporta anche un atteggiamento più restrittivo da parte della Banca centrale europea.

Il Documento di economia e finanza di aprile 2022 già prevede un rallentamento del percorso di riduzione del debito, ma dovrà essere sicuramente rivisto ancora in futuro, per il protrarsi del conflitto e dell’incertezza che inevitabilmente provoca. E tuttavia è importante mantenere saldo l’obiettivo di controllo dei conti e di riduzione graduale del rapporto debito sul Pil per evitare guai futuri. La situazione non è la stessa del 2020: l’incremento rapido dello spread cui stiamo assistendo in questi giorni è un segnale da non sottovalutare. Fa dunque bene il governo a resistere alle pressioni delle forze politiche, terrorizzate dalle prossime elezioni, cercando invece strumenti alternativi alla revisione degli stanziamenti di bilancio per finanziare i necessari sostegni all’economia.

Debito pubblico, come ci siamo arrivati

Ma da dove viene l’enorme debito pubblico che abbiamo accumulato in passato e che ci costringe a essere più prudenti sul piano fiscale di quanto sarebbe altrimenti auspicabile? E perché in Italia è sempre elettoralmente conveniente presentare manovre in deficit, infischiandosene delle conseguenze future? Abbiamo provato a rispondere a queste (e ad altre) domande sul debito pubblico in un libro dal titolo Debito pubblico. Come ci siamo arrivati e come sopravvivergli.

Qui ci limitiamo ad alcune brevi notazioni. Per la prima domanda, la risposta è abbastanza semplice (si veda la Figura 1). Storicamente, l’Italia è sempre stato un paese povero e finanziariamente fragile, con la necessità di indebitarsi all’estero per sostenere la crescita. Da subito il debito pubblico è elevato perché il neonato Regno d’Italia è costretto ad assumere i debiti degli stati pre-unitari per garantirsi l’accesso ai prestiti internazionali. Ma nell’Italia monarchica, in linea con la visione economica prevalente al tempo, la politica di bilancio è comunque orientata al mantenimento dell’equilibrio. Il debito si gonfia davvero solo in occasione delle guerre e si sgonfia con altrettanta rapidità, soprattutto per l’inflazione che segue i conflitti. In effetti, il punto più basso del rapporto debito su Pil in Italia viene raggiunto dopo la seconda guerra mondiale, in seguito alla riforma monetaria che triplica il livello dei prezzi e annulla il valore reale del debito.

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Figura 1 – L’evoluzione storica del rapporto tra debito pubblico e Pil (1861-2021)

Fonte: elaborazioni su dati Banca d’Italia e Osservatorio sui conti pubblici italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore

Tutt’altra storia è la politica di bilancio dell’età repubblicana, in cui al deficit pubblico vengono dati anche obiettivi di sostegno al ciclo oltre che redistributivi. Il debito di oggi è figlio soprattutto delle politiche di bilancio dei governi degli anni Settanta e ancora di più di quelli degli anni Ottanta, quando si continuano a mantenere deficit di bilancio molto elevati nonostante i tassi di interesse reali diventino positivi, una conseguenza delle politiche monetarie fortemente restrittive varate dalle banche centrali per combattere la grande inflazione degli anni Settanta. Una miscela esplosiva di debito che genera nuovo debito, una “palla di neve” che diventa sempre più grande man mano che procede.

La storia successiva è fatta di complessi tentativi di rientrare da quel debito, abbastanza di successo in un primo periodo, grazie soprattutto alla caduta vertiginosa dei tassi di interesse dovuti all’adozione dell’euro (si veda la Figura 2); negativa in un secondo periodo, a seguito delle crisi devastanti dell’ultimo quindicennio e, soprattutto, di una crescita economica che è rimasta straordinariamente anemica rispetto agli altri paesi europei.

Figura 2 – Evoluzione dei rapporti debito/Pil e spesa per interessi/Pil (1980-2020)

Fonte: elaborazioni su dati Banca d’Italia
Note: scala di sinistra, rapporto debito/Pil; scala di destra, rapporto spesa per interessi/Pil.

Rispondere alla seconda domanda invece è più complicato. Al di là di alcuni aspetti istituzionali e politici specifici al paese – su cui qui non entriamo, ma che sono discussi nel libro – c’è il problema strutturale di un’opinione pubblica che – a differenza di quella di altri paesi – appare poco interessata e conscia dei rischi associati a un elevato debito pubblico. In parte, è la conseguenza di una scarsa educazione finanziaria, un aspetto del più generale basso livello di istruzione della popolazione italiana rispetto a quello di altri paesi. In parte, è probabilmente il risultato di comportamenti strategici, anche questi probabilmente più diffusi da noi che altrove, come testimoniato per esempio, dall’alto livello dell’evasione fiscale. Il debito pubblico è di tutti, dunque di nessuno, e riuscire a convogliare spesa pubblica e riduzioni fiscali verso particolari gruppi di cittadini e di specifiche categorie, avvantaggia questi a scapito degli altri. Il problema, naturalmente, è che se tutti si comportano così, alla fine il debito pubblico si gonfierà a dismisura e ci perderanno tutti.

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Come ne usciamo?

A dispetto dei numeri impressionanti raggiunti dal debito, la situazione oggi è forse migliore rispetto a quella del recente passato. Nonostante i problemi creati dalla guerra in Ucraina, resta il fatto che i tassi di interesse, almeno in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, continuano a essere molto bassi, limitando il costo reale del debito (si veda di nuovo la Figura 2).

Di più, come segnalato da una crescente letteratura, è anche probabile che dietro i bassi tassi di interesse non ci siano solo i comportamenti espansivi adottati dalle banche centrali, ma aspetti più strutturali delle economie avanzate, quali per esempio un eccesso di risparmio dovuto all’invecchiamento della popolazione. È una buona notizia, perché è probabile che, al di là delle oscillazioni attuali, i tassi di interesse di equilibrio continueranno a rimanere storicamente bassi anche in futuro. Purché naturalmente si tratti di una condizione che si riesca a sfruttare: per l’Italia il tema vero è l’andamento dello spread, che per essere controllato richiede un atteggiamento fiscalmente prudente da parte nostra e il mantenimento di un coordinamento elevato con i partner europei. L’altra condizione essenziale per una riduzione del debito è la ripresa della crescita economica. Tutte le stime concordano sul fatto che senza una ripresa della crescita strutturale italiana, che la riporti in linea con quella media europea, è molto difficile che il debito italiano possa essere messo in sicurezza. Per questo è molto importante l’attuazione del Pnrr e, più in generale, l’adozione di politiche di bilancio strutturalmente più orientate a favorire la crescita.

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Il Punto

  1. Savino

    Oggi leggo sul Corriere quella che è la verità, cioè che l’Italia è una Repubblica fondata sul debito pubblico. L’eredità che ci ha lasciato la sciagurata prima Repubblica ,la cui tendenza clientelare è causa di tutti i nostri problemi, è davvero pesante. L’unica speranza è che una generazione egoista di spendaccioni, biologicamente, anche se molto lentamente, viene sostituita da una più consapevole, avendo quest’ultima provato le conseguenze sulla propria pelle, dalle vicende legate a scuola, università e ricerca alle difficoltà occupazionali ed infrastrutturali in senso materiale e immateriale. Di sicuro non c’è più spazio di manovra per baby pensioni, quote 100, quote 90, bonus e incentivi a vanvera, ma per investimenti mirati in riforme e snellimenti burocratici a partire dai fondi del PNRR.

  2. Marcello Romagnoli

    Tutti gli stati sono basati sul debito pubblico. Praticamente nessuno ha mai diminuito il debito in un arco temporale di qualche decennio…..neppure la Germania. nonostante la sua politica mercantilistica favorita dall’euro (moneta debole per lei, forte per l’Italia)
    Il debito pubblico è prima di tutto un problema se la nazione non ha moneta sovrana. Avere moneta sovrana non è ovviamente la soluzione, ma è una parte della soluzione.

  3. Firmin

    Come nei migliori gialli, anche nella narrazione sul debito pubblico l’elemento più importante è quello nascosto, ovvero l’inflazione. Se si guarda il grafico del rapporto del debito Pil assieme a quello del tasso di inflazione si vede subito che, almeno dalla metà degli anni 70 in poi, le due serie storiche presentano dinamiche speculari. Al crescere del debito l’inflazione scendeva e vicecersa. In questo modo i governi (più o meno intenzionalmnete) hanno scaricato le tensioni inflazionistiche che venivano alimentate dal conflitto distributivo (la spirale tra prezzi e salari) indebitandosi sempre di più, in modo da garantire livelli di welfare accettabili senza toccare troppo rendite di posizione e profitti. Una sana politica dei redditi (e fiscale), unita ad una accorta politica industriale avrebbe risolto il problema, ma la soluzione meno conflittuale, ossia il debito, ha messo d’accordo tutte le parti in causa, come accade quasi sempre nei giochi a somma zero. Alla lunga questa strategia si è rivelata suicida, perchè ha reso l’Italia finanziariamente fragile, ha reso insostenibile il sistema di welfare ed ha lasciato al palo i salari (riducendo anche l’incentivo ad innovare per crescere, secondo lo schema illustrato da Sylos Labini). Invertire questo processo ora, attraverso politiche dei redditi ed industriali appropriate, mi sembra politicamente difficile, ma occorre provarci, anche con l'”aiutino” del PNRR e di un pò di inflazione che riduca il valore dello stock di debito accumulato.

  4. Mauro

    Da quel che ho capito, Bruxelles non vorrebbe una monetizzazione del debito perchè causerebbe l’erosione dei capitali investiti, ma credo sia inevitabile, considerato che se le banche nazionali prestassero tutto il denaro in circolazione allo Stato, si avrebbe un’insostemibile credit crunch del settore privato con fallimenti a catena e caduta del pil

  5. Luigi Creazzo

    Come si coniuga un debito/PIL in crescita, in una demografia stagnante o decrescente, con l’obiettivo di riduzione del debito stesso? Il PIL non crescera’, come non e’ cresciuto negli ultimi due decenni, o crescera’ meno di altri Paesi UE.
    Se la massa di risparmio privato e’ una buona notizia da una parte, e’ una condanna dall’altra.
    Non solo crea o aumenta la dipendenza dai mercati finanziari, ma e’ ricchezza “sottratta” alla produzione, che aumenta il PIL, che riduce il rapporto debito/PIL.
    Insomma, appare chiaro che il ruolo del cambio demografico in occidente, o almeno in Europa, vada considerato opportunamente.

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