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Corsi di formazione: gli effetti sull’occupazione dei più deboli*

L’obiettivo del Fondo sociale europeo è favorire l’occupazione. È uno strumento efficace? La provincia di Bolzano l’ha utilizzato per finanziare corsi di formazione destinati a diverse categorie di disoccupati e a soggetti vulnerabili. Ecco i risultati.

Il progetto della provincia di Bolzano

Il Fondo sociale europeo (Fse) è uno strumento importante per la promozione dell’occupazione. Il Fondo è programmato e attuato tramite programmi operativi (Po) strutturati in assi di intervento, che comprendono al loro interno misure e azioni di politica attiva del lavoro.

Dal 2015, la provincia autonoma di Bolzano, attraverso il Fse, ha finanziato corsi di formazione per diverse categorie di disoccupati (giovani, donne, disoccupati di lunga durata) e per soggetti vulnerabili (immigrati, disabili, ex-detenuti e altri), rispettivamente attraverso l’asse “Occupazione” (12 milioni) e l’asse “Inclusione sociale” (5 milioni) del Po. I corsi di formazione, della durata massima di 700 e 1500 ore rispettivamente nel caso dell’asse Occupazione e Inclusione sociale, riguardavano competenze di base, trasversali e tecnico-professionali e includevano uno stage in azienda per massimo il 30-40 per cento della durata del percorso. In un nostro contributo abbiamo valutato gli effetti dei corsi sulla probabilità di inserimento nel mercato del lavoro, contribuendo alla letteratura nazionale e internazionale sugli effetti delle politiche del lavoro.

L’analisi si è concentrata sui corsi di formazione avviati entro la prima metà del 2020 e ha analizzato gli effetti occupazionali fino a 12-13 mesi dall’avvio, ricorrendo a una metodologia di tipo controfattuale fondata su diverse procedure di matching che però non cambiano di molto i risultati. L’approccio controfattuale comporta un confronto fra i partecipanti al programma (gruppo obiettivo) e un gruppo di controllo quanto più possibile simile. Nel nostro caso, il gruppo di controllo era costituito da coloro che, sebbene iscritti come disoccupati nei servizi pubblici per l’impiego (Spi), nello stesso periodo non avevano mai beneficiato di alcuna misura finanziata nell’ambito del programma Fse. La banca dati utilizzata, che ha integrato dati di monitoraggio dei corsi con quelli delle iscrizioni ai Spi e delle comunicazioni obbligatorie (Cob) sui contratti di lavoro siglati dalle imprese, contiene una grande quantità di informazioni non solo sulle caratteristiche individuali dei beneficiari, ma anche sulle precedenti esperienze lavorative sia per i gruppi trattati (979 casi) che per quelli di controllo (61.786 casi).

I risultati 

I nostri risultati hanno evidenziato che, per entrambi gli assi, a sei mesi dall’inizio dei corsi gli effetti sono negativi. Il dato non è però sorprendente, è in linea con la letteratura che da tempo ha rilevato gli effetti di lock-in, vale a dire la tendenza a cercare meno attivamente lavoro quando si è impegnati nei corsi di formazione professionale.

Muovendoci verso un orizzonte temporale più ampio, di 12-13 mesi, l’analisi relativa all’asse I evidenzia per i trattati un differenziale positivo, ancorché ridotto, in termini di tasso di occupazione. Il dato non è statisticamente significativo in generale, il che non consente conclusioni generalizzabili, ma lo è per alcuni gruppi di partecipanti. Il miglioramento è particolarmente significativo per le donne (che hanno una probabilità di essere occupate 8 punti percentuali più elevata del gruppo di controllo a 12-13 mesi), gli stranieri e, in misura meno netta, coloro che avevano un più alto livello di istruzione. Non ci sono invece effetti differenziati e statisticamente significativi per gruppi di età.

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Il dato dell’impatto positivo e significativo (almeno con uno dei due metodi) per le donne è importante perché una elevatissima quota di destinatari dell’asse I è di genere femminile (70 per cento). Importante è anche l’effetto positivo, ancorché solo debolmente significativo, per gli immigrati, che sono un gruppo numeroso e meno attrezzato sul mercato del lavoro.

Figura 1 – Evoluzione delle quote di occupati fra i trattati dell’asse I e i non trattati nei 38 mesi oggetto di osservazione – dopo il matching

Nota: tecnica NNM a 5 abbinamenti
Fonte: nostre elaborazioni su dati di monitoraggio e dati dell’Ufficio osservazione del mercato del lavoro

Nel caso dell’asse II, i risultati generali a 12-13 mesi non si differenziano di molto da quelli dell’asse I: i destinatari hanno 2-3 punti percentuali in più di probabilità di essere occupati del gruppo di controllo, ma i dati non sono statisticamente significativi e quindi non generalizzabili. Anche per l’asse II, per le donne sembra esserci un effetto positivo e anche statisticamente significativo, sia pure debolmente, mentre non si evidenziano effetti differenziati per gruppi di età. È da sottolineare che i corsi di formazione Fse hanno offerto ai destinatari in misura più ampia che per il gruppo di controllo almeno un’esperienza lavorativa nel corso dei 13 mesi successivi al corso: vista la debolezza e lo svantaggio dei destinatari e la forte prevalenza di giovani, la formazione Fse sembra essere stata utile come prima occasione di ingresso nel mercato del lavoro.

Figura 2 – Evoluzione delle quote di occupati fra i trattati dell’asse II e i non trattati nei 38 mesi oggetto di osservazione – dopo il matching

Nota: tecnica NNM a 5 abbinamenti
Fonte: nostre elaborazioni su dati di monitoraggio e dati dell’Ufficio osservazione del mercato del lavoro

Una ricerca da approfondire

Nel complesso le analisi rilevano che i corsi Fse sembrano con il tempo ridurre lo svantaggio delle persone che hanno partecipato rispetto al bacino ampio dei disoccupati provinciali (almeno di quelli presenti nei Cpi), anche se a 12-13 mesi gli impatti positivi non sono ancora significativi, se non per alcuni gruppi di beneficiari.

Per inquadrare meglio i risultati sono utili alcune ulteriori osservazioni. In primo luogo, la nostra analisi si è concentrata su un periodo di tempo che, secondo la letteratura internazionale, è ancora definibile come di breve periodo (12 mesi), nel quale gli effetti sono tendenzialmente modesti. Il fatto che secondo i nostri dati l’impatto del programma divenga da negativo a 6 mesi dall’inizio dei corsi Fse a positivo a distanza di 12-13 mesi può fare ipotizzare che con un periodo di osservazione più lungo l’effetto dei corsi di formazione possa diventare superiore. Allo stato attuale, comunque, con i dati disponibili non è possibile verificare empiricamente questa ipotesi teorica.

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Un secondo elemento importante da sottolineare è che, soprattutto per l’asse II, non ci sono stati fenomeni cosiddetti di creaming (cioè di selezione delle persone più “vicine al mercato), anzi il contrario, stando a quanto emerso anche dalle interviste con gli enti di formazione: in tutti i casi, hanno menzionato l’importante ruolo di enti del terzo settore come supporto alla individuazione dei potenziali partecipanti. Se questo è vero, le implicazioni sono duplici: da un lato, i risultati ottenuti sono da ritenersi soddisfacenti; dall’altro, forse la storia lavorativa di questo tipo di soggetti vulnerabili non è sufficiente a rendere il matching perfetto e sarebbero necessarie informazioni ulteriori, che però non sono disponibili negli archivi delle Cob (per esempio, competenze in ingresso, motivazione alla partecipazione al corso e alla ricerca di un lavoro). Inoltre, sia per l’asse I che per l’asse II sappiamo con certezza che i membri del gruppo di controllo non hanno ricevuto alcun supporto dal Fse, ma non sappiamo se hanno beneficiato di interventi di politica attiva del lavoro finanziati con altre risorse.

Va detto poi che nel nostro studio ci siamo concentrati sugli effetti occupazionali, ma soprattutto per gruppi particolarmente deboli come quelli raggiunti dall’asse II sarebbe utile analizzare, in particolare nel breve-medio periodo, anche risultati di altro tipo, come l’attivazione, l’empowerment dei soggetti, gli apprendimenti, la creazione di network sociali: sono elementi che possono facilitare una inclusione sociale prima e lavorativa poi. Per l’asse II alcune indicazioni sono emerse con la variabile relativa all’avere avuto almeno una esperienza di lavoro post-intervento, che farebbe ipotizzare a un ruolo dei corsi del Fse come strumenti di supporto all’integrazione sociale, il principale obiettivo dell’intervento.

In definitiva, i corsi dell’asse II hanno rappresentato una prima occasione di inserimento lavorativo, soprattutto grazie al rafforzamento delle competenze di base e in misura minore di quelle tecnico-professionali.

Queste considerazioni indicano che ulteriori approfondimenti potrebbero essere necessari in futuro, sia per avere un campione più ampio, sia per verificare gli effetti del programma su un lasso di tempo più ampio.

*Le opinioni espresse sono degli autori e non necessariamente riflettono le opinioni della provincia autonoma di Bolzano.

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  1. Penso che il tema trattato sia di massima importanza. Le conclusioni dello studio possono sembrare parzialmente negative, ma forse la misurazione dell’efficienza non è appropriata: conta l’orizzonte temporale considerato, come rilevano gli autori; conta l’eventuale up-grade del nuovo lavoro; forse c’è stato creaming negativo (corsi indirizzati ai più sfavoriti). Mi domando se questi corsi finanziati dall’UE non servono spesso più all’offerta e alla docenza che non alla domanda, agli interessati: quali sono stati i contenuti degli insegnamenti? Come sono stati differenziati per gruppi d’interesse? – Per i disoccupati di tutte le età i corsi di formazione sono uno strumento di socializzazione (professionale) che vale almeno quanto la formazione (up-grade delle conoscenze) e l’intermediazione (l’aiuto a trovare un nuovo lavoro); sono inoltre uno strumento pubblico di riqualificare la domanda di lavoro, quindi di indirizzo economico; sono infine un diritto (sociale) di aiuto pubblico al (re-)inserimento che può essere realizzato se assortito di condizioni limitative di tempo e di gratuità decrescente. Alla comunità conviene spendere per formare piuttosto che lasciare troppe persone ai margini di, o fuori dalla società, una situazione che crea malessere, malattia, depressione, violenza domestica che trasmette alla generazione successiva, a volte ribellione irrazionale. Ma fare questo non bastano i fondi (esistenti) dell’Ue e il loro utilizzo non sempre ottimale.

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