Se escono dall’anonimato e dall’illegalità e se vengono ben regolamentate, le criptovalute possono dare un valido contributo a molte cause. Lo dimostra l’utilizzo che ne fa il governo ucraino per garantire l’afflusso di donazioni nel corso della guerra.   

Monete digitali per aggirare le sanzioni?

Le guerre, accanto al loro incredibile bagaglio di dolore, si sono spesso dimostrate importanti acceleratori dell’innovazione. Tecnologie in fasi embrionali o prototipi hanno registrato incredibili progressi durante i conflitti. Basti ricordare gli sviluppi che si sono realizzati durante la seconda guerra mondiale nell’aereonautica, nella criptografia e nell’energia nucleare. Più di recente, molti osservatori hanno sottolineato come durante le primavere arabe i social media abbiano avuto un’importanza fondamentale nel mobilitare le masse e conosciuto un incredibile sviluppo.

In questo contesto la guerra Ucraina, o meglio la brutale invasione russa del paese, ha messo alla prova la funzionalità delle criptovalute. Il timore generalizzato era che le monete digitali potessero giocare un ruolo determinante nell’aggirare le sanzioni imposte alla Russia dall’Occidente. In effetti nei primi giorni di guerra si è osservato un anomalo incremento delle operazioni con controparti russe o in rubli. Tuttavia, in un momento nel quale la moneta russa precipitava sui mercati valutari e le aspettative inflazionistiche salivano, queste operazioni – al pari dei forti acquisti d’oro o di altri beni (durevoli e non) – erano un disperato tentativo di molti cittadini di investire i propri risparmi in beni rifugio, quali Bitcoin o Ethereum.

Nonostante le preoccupanti dichiarazioni di Christine Lagarde a un recente incontro presso la Bank for International Settlements, per il momento non pare che le criptovalute siano state usate in maniera significativa quale strumento di pagamento. In primo luogo, perché le autorità di vigilanza russe hanno di fatto ostacolato la nascita e lo sviluppo di infrastrutture, cioè mercati organizzati di criptovalute. In secondo luogo, perché con la loro alta volatilità e gli elevati costi le criptovalute risultano essere un cattivo strumento di pagamento. Infine, le criptovalute, come tutte le valute digitali, non garantiscono affatto l’anonimato. Infatti, le transazioni sulle blockchain sono pubbliche ed è facile rintracciare la cronologia dei fondi. Così recentemente l’Fbi è riuscita a sequestrare diversi miliardi di dollari di criptovalute provenienti da attività illecite.

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A scanso di equivoci, nell’ultimo pacchetto di sanzioni le autorità americane ed europee avevano affermato che le criptovalute erano “titoli trasferibili” a cui si applicano tutte le restrizioni. Ora la Banca centrale europea vorrebbe che Washington e Bruxelles si spingessero oltre, vietando alle piattaforme di criptovalute di accettare ordini in rubli o da chiunque si trovi sul territorio russo, giacché finora alcune grandi piattaforme, come Binance, continuano a operare in Russia.

Come l’Ucraina usa le criptovalute

Le vere sorprese sono tuttavia arrivate dall’Ucraina che ha dimostrato, non solo sui campi di battaglia, di saper gestire una situazione difficile in maniera innovativa. Lo ha fatto il presidente Zelensky utilizzando i social media come prima nessun leader aveva fatto per incoraggiare il suo popolo alla resistenza e per spingere il resto del mondo a non rimanere indifferente alla tragedia ucraina, lo hanno fatto i suoi collaboratori utilizzando le criptovalute in modo nuovo e trasparente per raccogliere denaro per la causa ucraina.

All’indomani dello scoppio del conflitto il ministro ucraino per la trasformazione digitale, Mykhailo Fedorov, chiese ai suoi di creare portafogli digitali intestati al governo in grado di accettare pagamenti in criptovalute. Subito dopo l’account Twitter del governo ucraino pubblicò gli indirizzi di questi portafogli digitali sui quali i potenziali donatori di tutto il mondo potevano immediatamente fare le loro offerte trasferendo sette valute digitali, fra cui Bitcoin, Ether e altri token. In pochi giorni sono arrivati oltre cento milioni di dollari che il governo ha speso per soddisfare esigenze immediate, quali giubbotti antiproiettile, occhiali per la visione notturna, medicinali e altro ancora.

Portare soldi nelle zone di guerra è notoriamente difficile: per esempio, i donatori sono stati costretti a spedire bancali di banconote da 100 dollari in Iraq e in Afghanistan per acquistare rifornimenti. Così le criptovalute possono essere una soluzione efficiente, soprattutto se i fornitori sono disposti ad accettarle. Da questo punto di vista, l’Ucraina era un facile terreno di sviluppo, giacché l’anno scorso il paese si era classificato al quarto posto in termini di utilizzo di cripto secondo l’indice globale Chainalysis, un ente che studia il mercato delle criptovalute. Con il conflitto, il governo guidato da un gruppo di giovani tecno-nativi (Zelensky ha 44 anni, Federov 31 e il suo vice, Alex Bornyakov, 40) ha agito da catalizzatore per costruire un’economia innovativa e favorevole alla blockchain.

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La spinta all’innovazione è continuata, con il governo ucraino che ha messo in atto un quadro legale che tutela gli utilizzatori di criptovalute contro le frodi, mentre la banca centrale e la commissione nazionale per i titoli e i mercati sono state nominate autorità di regolamentazione e vigilanza. Presto poi la Banca centrale ucraina potrebbe emettere una propria valuta digitale. Tutto questo a dimostrazione di come le criptovalute, se escono dal mondo dell’anonimato e dell’illegalità e vengono ben regolamentate, possano fornire un valido contributo a molte cause.   

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