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Tanti “perché” per i divari di genere nel mondo del lavoro

Le donne sono in media più istruite, più brave negli studi e si laureano prima degli uomini. Ma un anno dopo la laurea, prima che arrivino i carichi familiari, i divari salariali e occupazionali sono già chiari. Sono tanti i condizionamenti da superare.

Il talento sprecato delle donne

Siamo ormai abituati a leggere nei media che le donne hanno meno probabilità di trovare lavoro, che quando lavorano guadagnano meno degli uomini e che poche di loro riescono a raggiungere posizioni apicali nelle organizzazioni. In altre parole, sappiamo che le donne hanno meno successo degli uomini nel mondo del lavoro.

In Italia i gap di genere sono del tutto evidenti molto prima che gli impegni familiari diventino stringenti: infatti un anno dopo la laurea i gap esistono già e poi si amplificano nel tempo. Le donne lavorano part-time più spesso, hanno salari mensili inferiori a quelli degli uomini e un tasso di disoccupazione più alto. Eppure, le donne sono più istruite degli uomini (il 35 per cento di quelle in età compresa tra 25 e 34 anni possiede una laurea contro il 23 per cento degli uomini), ottengono voti migliori sia nella scuola superiore che all’università in tutti i settori disciplinari (anche nelle lauree Stem) e si laureano prima.

Se i datori di lavoro inferissero l’abilità dei candidati dal loro curriculum accademico, in media dovrebbero offrire alle donne maggiori opportunità di lavoro e salari più alti. Al tempo stesso, le donne dovrebbero essere ambiziose e cercare occupazioni almeno tanto prestigiose quanto quelle ricercate dai loro colleghi maschi.

Perché allora succede l’esatto contrario? Perché il talento delle donne non è ricompensato tanto quanto quello degli uomini?

A volte, si riscontra ancora un atteggiamento discriminatorio da parte dei datori di lavoro, che potrebbe non essere consapevole ma frutto di stereotipi di genere impliciti. Per esempio, quando le audizioni dei musicisti si svolgono dietro uno schermo, la percentuale delle donne assunte nelle orchestre aumenta sensibilmente.

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Una parte dei gap di genere è dovuta al fatto che le ragazze scelgono percorsi universitari che portano a lavori meno remunerativi, come la loro bassa percentuale nelle lauree Stem mostra chiaramente (Figura 1), e spesso accettano di svolgere mansioni che sono meno rilevanti per l’avanzamento di carriera.

Inoltre, le giovani donne preferiscono lavorare vicino alla loro residenza e scelgono tipologie di lavoro che consentano orari flessibili, anticipando i vincoli familiari che si manifesteranno nel futuro. In altre parole, le ragazze hanno gusti e preferenze per il lavoro diversi da quelli dei ragazzi. Infine, le ragazze sembrano avere tratti della personalità che potrebbero penalizzarle, almeno nelle professioni più prestigiose e remunerative. In particolare, sono in media meno competitive dei colleghi maschi, hanno meno fiducia in loro stesse, preferiscono non contrattare l’aumento della paga e le promozioni.

Forse il mercato del lavoro premia proprio i tratti della personalità che sono tipicamente maschili ovvero l’attitudine alla competizione e l’autostima. E la scarsa ambizione potrebbe essere del tutto razionale per le ragazze, anche per quelle che hanno molto talento: dopotutto il mercato del lavoro è più remunerativo per gli uomini e la società assegna ancora primariamente alle donne il ruolo di caregiver nella famiglia. In effetti, osservando la Figura 2 si nota che il divario salariale a vantaggio degli uomini è presente anche nei settori in cui le donne rappresentano la maggioranza dei laureati (per esempio, psicologia) e in cui è probabile che gli stereotipi a svantaggio delle donne siano assenti (come giurisprudenza o educazione e formazione).

Come liberarsi dai condizionamenti

Quindi, quali scelte individuali contribuiscono a generare i divari di genere?

La prima scelta cruciale è quella del corso di studi, da cui dipende il settore del mercato del lavoro al quale i futuri lavoratori potranno accedere. La seconda riguarda le caratteristiche del lavoro al quale si aspira.

Questa osservazione potrebbe confortarci: se una parte del gap di genere dipende dalle scelte individuali delle future lavoratrici, allora potremmo concludere che le ragazze sono in buona parte responsabili del loro insuccesso professionale. Ma è davvero così?

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Le nostre preferenze sono innate oppure dipendono dai condizionamenti culturali che abbiamo ricevuto fin dalla nostra prima infanzia? Gli stereotipi di genere e le norme sociali contribuiscono a determinare le preferenze delle future lavoratrici, condizionandone le scelte professionali in modo sistematico. Per esempio, oggi sappiamo che i “role models” femminili sono molto efficaci e inducono le ragazze a intraprendere percorsi di studio che offrono sbocchi professionali più remunerativi. E sappiamo che l’aumento della presenza di donne in posizioni dirigenziali consente alle organizzazioni di combattere insidiosi stereotipi di genere emancipando la narrativa sul comportamento delle donne.

Un profondo cambiamento culturale è necessario affinché le scelte professionali delle future lavoratrici siano davvero libere da condizionamenti. La scuola e l’università devono fare di più: quello che stiamo insegnando oggi ai nostri studenti sui banchi di scuola e nelle aule delle università non è abbastanza.

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  1. L.M.

    Senza niente togliere alle laureate, pero’, nel mondo del lavoro autonomo, la laurea rappresenta solo una parte della formazione.
    Altra cosa è nel pubblico impiego dove conta solo la laurea non cio’ che conosci o sai fare.

  2. giuseppe

    ho sempre pensato che la donna ha delle qualità superiori. e le dimostra quando riesce ad organizzarsi per svolgere dignitosamente gli impegni di lavoro e della famiglia. per me il problema della parità di genere non esiste nel mondo del lavoro. la mia esperienza, nel settore pubblico, è stata che se una donna merita viene retribuita quanto l’uomo. Tuttavia debbo riconoscere che in alcune situazioni gli impegni familiari, che nella nostra cultura gravano quasi esclusivamente sulla donna, impediscono un reale riconoscimento delle qualità superiori. ma questo è dovuto, a mio parere, alla disattenzione delle politiche pubbliche che non hanno saputo creare una rete di sostegno per le donne che lavorano e che hanno carichi familiari pesanti. Io ho un’esperienza in famiglia: per consentire a mia figlia di lavorare, noi nonni dobbiamo farci carico delle responsabilità familiari (che sono 3 figli piccoli per i quali non esistono reti o strutture di sostegno extrascolastico). E la scelta per noi è: o ci sacrifichiamo (e lo facciamo con piacere sino a quando è possibile) o lei (nostra figlia) sarà costretta a licenziarsi.

  3. MAURO M.

    Articolo molto interessante e ben scritto.
    E’ giustissimo cercare di colmare il divario salariale tra uomo e donna.
    Rimango però un po’ scettico quando si parla di quote rosa. Per il mio modestissimo parere dovrebbe valere la meritocrazia nei ruoli chiave. Così che si possano avere anche il 100% di donne e o quindi il 100% di uomini. Le quote rosa per me è un’idea che può mitigare anche il problema del divario salariale nel breve ma non deve essere una scelta nel medio e lungo periodo.
    Ne andrebbe di mezzo l’efficienza di avere nei vari ruoli la persona più giusta e adatta al ruolo che deve ricoprire in base alla propria esperienza e skills.

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