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A un anno dal Covid, la povertà non cala

I nuovi dati pubblicati da Istat mostrano una sostanziale stabilità dell’incidenza della povertà assoluta, che maschera però forti disuguaglianze: la povertà è infatti cresciuta al Sud, tra i minori e tra le famiglie numerose e di stranieri, mentre è calata al Nord.

Martedì 8 marzo Istat ha pubblicato le stime sulla spesa per consumi delle famiglie e sulla povertà assoluta in Italia nel 2021. I due dati escono in contemporanea per ragioni legate al metodo di calcolo: la povertà assoluta, infatti, indica individui e famiglie che non sono in grado di acquistare un certo paniere di beni ritenuti essenziali e la capacità di acquisto di questi beni viene valutata in base alla spesa nel corso dell’anno.

Nel 2021, la povertà è rimasta stabile in Italia: l’incidenza sul totale degli individui è rimasta uguale a quella del 2020 (9,4 per cento, pari a 5,6 milioni di persone), mentre quella delle famiglie è leggermente calata a 7,5 per cento (quasi 2 milioni di famiglie) da 7,7 nel 2020.

Il ruolo dell’inflazione

È interessante notare il ruolo giocato dall’inflazione in questa sostanziale stabilità. Nel 2021, l’aumento dei prezzi è stato tra i più alti degli ultimi anni (+1,9 per cento in media) e ha interessato in maniera particolare i beni di prima necessità. Come indica Istat, infatti, l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie con minori capacità di spesa è cresciuto del 2,4 per cento, mentre quello per i consumatori più abbienti ha registrato un aumento dell’1,6 per cento.

L’inflazione, che sta raggiungendo livelli decisamente più preoccupanti nel 2022, ha giocato un ruolo importante nell’impedire la discesa della povertà dopo il forte aumento del 2020: secondo Istat, senza aumenti dei prezzi, la quota di famiglie in povertà sarebbe calata al 7 per cento e quella degli individui all’8,8 per cento. Va comunque ricordato che livelli di inflazione come quelli dello scorso anno dovrebbero essere la norma in base all’obiettivo di politica monetaria della Bce (che deve essere in media al 2 per cento nel medio periodo).

Differenze territoriali e caratteristiche delle famiglie in povertà

La stabilità nell’incidenza della povertà è il risultato di una riduzione delle famiglie e degli individui in povertà assoluta al Nord e di un aumento al Sud. Nel Mezzogiorno la povertà riguarda il 10 per cento delle famiglie e il 12,1 per cento degli individui, mentre al Nord sono sotto la soglia il 6,7 per cento delle famiglie e l’8,2 per cento degli individui. Al Centro, la povertà cresce solo leggermente, dal 5,4 al 5,6 per cento per le famiglie e dal 6,6 al 7,3 per cento per gli individui.

Guardando alle caratteristiche demografiche, il dato più allarmante riguarda i minorenni: per tutte le classi di età, infatti, l’incidenza della povertà assoluta tra gli individui è calata o è rimasta stabile tra il 2020 e il 2021, ad eccezione dei minori di 18 anni. Come mostra la Figura 3, la quota di minori in povertà, già fortemente aumentata tra il 2019 e il 2020, è cresciuta di ulteriori 0,7 punti percentuali nel 2021, con 14,2 minori su cento che si trovano in una condizione di povertà. Si conferma invece sempre molto bassa l’incidenza tra gli over 65, un tempo tra le fasce più deboli, soprattutto grazie al reddito garantito tramite le pensioni. Il dato è confermato anche dal confronto tra famiglie con almeno un minore (incidenza all’11,5 per cento) e quelle con almeno un anziano (incidenza al 5,5 per cento). Il periodo della pandemia ha quindi danneggiato soprattutto le condizioni dei minori.

A soffrire maggiormente la povertà sono le famiglie più numerose: ad eccezione della maggiore incidenza tra le famiglie con un componente (6 per cento) e quelle con due (5 per cento), il rischio di rimanere in povertà assoluta cresce al crescere del numero di componenti, fino ad arrivare a una quota di famiglie con cinque o più componenti in povertà pari al 22,5 per cento, in crescita di ben due punti percentuali rispetto al 2020, coerentemente con il forte incremento della povertà per i minori.

Infine, va sottolineata la grandissima differenza tra la quota di famiglie italiane e quella di famiglie straniere in povertà: l’incidenza tra i nuclei composti da soli stranieri è vicina a un terzo (30,6 per cento), quasi sei volte quella delle famiglie di soli italiani (5,7 per cento).

Se, come pare, la pandemia perderà forza nel corso del 2022, grazie ai dati Istat è dunque possibile tracciare un primo sintetico bilancio degli effetti di questi due anni sulla povertà. La sua incidenza tra 2019 e 2021 è cresciuta più della media per:

  • Famiglie con 4 o più componenti
  • Famiglie con almeno un minore
  • Famiglie di soli stranieri o miste
  • Famiglie con persona di riferimento tra 45 e 54 anni
  • Famiglie con persona di riferimento non in pensione
  • Famiglie residenti nelle regioni meridionali, anche se le differenze tra aree nella variazione dell’indice non sono alte.
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La povertà assoluta è invece cresciuta meno della media per i nuclei di piccola dimensione, con componenti anziani, residenti al Nord e solo italiani.

L’aumento dell’incidenza della povertà assoluta (che viene misurata sulla spesa) nel corso del 2020 può essere in parte stato causato dai provvedimenti di lockdown, che hanno limitato le possibilità di acquisto delle famiglie, le quali hanno incrementato molto i propri risparmi. La sostanziale stabilità del numero dei poveri nel 2021, un anno di forte rimbalzo dell’attività economica e di minori lockdown, ci dice però che il biennio del Covid-19 ha in effetti provocato un peggioramento della situazione della povertà. La Figura 1 mostra bene che si tratta di un’altra tappa nel continuo aumento dell’incidenza della povertà in Italia iniziato con la crisi finanziaria del 2008. Un rimbalzo temporaneo dell’attività economica non basta: se si vuole invertire la tendenza è necessario tornare a crescere in modo stabile.

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  1. Savino

    Apprezzabile che qualcuno affermi che i provvedimenti di lockdown sono tra le concause dell’impoverimento oltre a quello che sta succedendo per le vicende belliche, inflazionistiche e di approvvigionamento e per la cronica mancanza e precarietà del lavoro. Resta da fare solo una considerazione di carattere generale sul ruolo e sull’utilità in termini di benessere pubblico degli Stati e delle democrazie occidentali: se vanno in tilt su sanità, pace civile e difesa, creazione di benessere economico, dignità della persona e diritti civili, se fanno acqua da tutte le parti e da tanti anni è perchè gli Stati occidentali e democratici hanno centri di potere in tutt’altre faccende affacendati e ne va stigmatizzata la patologia e sottolineata la discordanza rispetto alle aspettative dei cittadini.

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