Le disuguaglianze di reddito in Italia sono più elevate di quanto si pensasse e con un trend in crescita a partire dal 2008. Il fenomeno è multi-dimensionale. A essere maggiormente colpiti dall’aumento delle disparità sono giovani, donne e Meridione.

Nuove stime per la disuguaglianza dei redditi

Il tema delle disuguaglianze dei redditi in Italia ha un ruolo sempre più rilevante nel dibattito pubblico, ma spesso non si dà contezza di come sia effettivamente distribuito il reddito nazionale e di quanto siano aumentate le disuguaglianze, in quanto i pochi studi esistenti si limitano quasi esclusivamente all’utilizzo di indici sintetici.

In un nuovo lavoro, abbiamo stimato la distribuzione del reddito nazionale netto italiano dal 2004 al 2015, utilizzando la metodologia dei Distributional National Accounts, introdotta da Piketty, Saez e Zucman (2018) nel loro ormai famoso lavoro sulle disuguaglianze negli Stati Uniti. Per ottenere le nuove stime, non ci siamo limitati a utilizzare un unico database, ma abbiamo combinato diverse fonti di dati per rimediare alle limitazioni di ciascuno. Partendo delle indagini condotte dall’Istat, IT-Silc, abbiamo dapprima corretto i pesi campionari utilizzando le dichiarazioni fiscali dell’Irpef rilasciate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Blanchet et al 2022). Abbiamo poi affrontato il problema dell’eccessiva sotto-dichiarazione dei redditi da capitale presenti nelle indagini IT-Silc e SHIW (prodotta da Banca d’Italia), utilizzando le nuove stime sulla distribuzione dei patrimoni in Italia realizzate da Acciari, Alvaredo e Morelli (AAM). Infine, abbiamo riscalato proporzionalmente ogni categoria di reddito per ottenere stime consistenti con i totali presenti nei Conti nazionali, a loro volta corretti per l’evasione. In questo modo abbiamo ottenuto i Distributional National Accounts, ovvero la distribuzione dell’intero reddito nazionale netto del Paese. In particolare, abbiamo ricavato la distribuzione del “Factor National Income”, ovvero del reddito nazionale netto comprendente sia i redditi da lavoro sia di capitale, prima delle imposte e trasferimenti pensionistici, e del “Pre-tax National Income” che, oltre ai redditi da lavoro e da capitale prima delle imposte, include anche le pensioni, escludendo i contributi sociali versati.

Il quadro che emerge dalla nostra analisi è quello di un paese fortemente diseguale. Rispetto al lavoro di Blanchet, Chancel e Gethin (2019), la prima novità è che la concentrazione del reddito (Pre-tax National Income) al top della distribuzione risulta di 2-3 punti percentuali più alta. La seconda è che la disuguaglianza non è stabile come si pensava, ma è aumentata nel corso del tempo: le quote di reddito guadagnate dai più abbienti sono in crescita a partire dal 2008 (Figura 1). La differenza nei risultati è dovuta principalmente a due miglioramenti fondamentali della nostra analisi: la redistribuzione di ogni componente di reddito presente nei Conti nazionali, e la correzione per l’importante sotto-dichiarazione dei redditi finanziari e canoni di locazione immobiliare, ottenuta grazie alla distribuzione dei patrimoni realizzata da AAM.

A differenza del precedente lavoro (Blanchet, Chancel e Gethin, 2019), siamo in grado di concentrarci non solo sui redditi familiari (o “equal split”), ma anche sui redditi individuali, sui quali il resto del nostro articolo si focalizza, così da avere maggiori informazioni sui redditi più bassi, come quelli percepiti, per esempio, da giovani disoccupati, anziani con pensioni minime, donne impiegate nel lavoro di cura familiare. Secondo le nostre stime, a livello individuale, il top 0,1 per cento più ricco del paese, circa 50mila adulti, è passato dal detenere il 2,7 per cento del reddito nazionale nel 2008 al 4,2 per cento nel 2015 (Figura 2), equivalente a un reddito medio di oltre un milione di euro annuo. Questo reddito deriva principalmente da attivi finanziari, canoni di locazione immobiliare, redditi da lavoro autonomo e compensi per ruoli in azienda come amministratori.

La perdita di reddito di giovani e donne

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All’aumento della quota di reddito detenuta dai più ricchi, corrisponde una perdita che incide soprattutto sulle persone più povere. I nostri risultati mostrano infatti che, mentre nel 2004 il 50 per cento più povero deteneva poco meno del 16 per cento dell’intero reddito nazionale, nel 2015 questa quota è scesa a poco più del 14 per cento, che corrisponde a un reddito individuale medio inferiore ai 10mila euro l’anno. Inoltre, il 50 per cento più povero è stata la categoria maggiormente colpita non solo in termini relativi, ma anche assoluti. Infatti, mentre in Italia il reddito nazionale reale pro capite si è ridotto del 15 per cento tra il 2004 e il 2015, i meno abbienti hanno subito una perdita di circa il 30 per cento. Per il top 10 per cento e per la classe media le perdite sono state invece inferiori, rispettivamente del 20 e del 10 per cento (Figura 3).

La perdita di reddito reale non ha colpito equamente tutte le persone all’interno del 50 per cento più povero della distribuzione. Ad esserne maggiormente colpiti sono i più giovani tra i 18 e i 35 anni che, partendo da una media di 8.000 euro l’anno nel 2004, si ritrovano con 4.500 euro nel 2015, con un calo che ammonta al 42 per cento del reddito individuale. Per la fascia d’età tra i 35 e i 65 la perdita è invece limitata a circa il 20 per cento.

I risultati confermano ancora una volta che l’Italia non è un paese per i giovani. Ma il quadro è ancora più allarmante se si considera la composizione di genere all’interno delle diverse fasce di reddito. Nel 2015, infatti, le donne rappresentano la maggioranza, per oltre il 60 per cento, all’interno del 50 per cento degli italiani più poveri, con un reddito inferiore del 35 per cento rispetto a quello degli uomini. Più si sale nella distribuzione del reddito, meno è rilevante la percentuale di donne presenti: nella classe media (percentili 50-90) le donne rappresentano il 43 per cento degli individui, quota che scende al 27 per cento nel top 10 per cento più ricco, e a un misero 10 per cento nel top 0,1 per cento. Inoltre, con l’eccezione della classe media, in cui le differenze sono limitate (8 per cento), il divario di genere aumenta vertiginosamente al crescere del reddito: nel top 1 per cento più ricco le donne guadagnano in media il 40 per cento in meno degli uomini, mentre all’interno del top 0,1 per cento, il reddito medio femminile è circa la metà di quello maschile (Figura 4).

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Le differenze geografiche

Infine, la nostra analisi sulle disuguaglianze conferma rilevanti disparità tra e nelle regioni del paese. Gli abitanti del Meridione guadagnano significativamente meno rispetto alle altre aree in ogni classe di reddito. Stimiamo che il top 0,1 per cento al Nord ottiene guadagni 2,4 volte superiori a quelli dei cittadini del top 0,1 per cento residenti al Sud. Inoltre, all’interno delle regioni, le quote di reddito guadagnate dall’1 per cento e dallo 0,1 per cento più ricco sono maggiori al Nord rispetto alle altre aree del paese, diversamente da quanto trovato da Güell et al (2018) utilizzando indicatori aggregati.

La nostra analisi evidenzia la multi-dimensionalità della disuguaglianza in Italia. Il sistema fiscale potrebbe contribuire ad attenuare le disparità con politiche mirate a sostenere i redditi delle classi più svantaggiate e con un’imposizione fiscale progressiva. La nostra ricerca si occupa di questi temi e i risultati saranno descritti in un prossimo articolo. 

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