Molte società per azioni, quotate e non, prevedono la presenza in Cda di rappresentanti della minoranza degli azionisti, ma solo raramente è previsto uno spazio per i lavoratori, sul modello tedesco. È arrivato il momento di aprirsi a questa ipotesi?

Ci colleghiamo al recente e interessante intervento di Francesco Vella e Raffaele Lungarella su questo sito, nel quale gli autori ricordano le più recenti iniziative legislative, per ora non ancora approdate a testi di legge, sul tema della partecipazione dei lavoratori al governo delle società. Il contributo, dopo aver sintetizzato l’evoluzione della materia e la crescente apertura anche dei sindacati a questa possibilità, giustamente mette in luce come aumentare la partecipazione dei lavoratori-azionisti al governo dell’impresa possa essere coerente – di là da ogni giudizio sui suoi meriti – con l’attuale tendenza a integrare interessi ed esigenze di una più ampia platea di stakeholders nella funzione socio-economica della società. A fronte di proclami più o meno mordenti di attenzione a tematiche ESG (Environment, Social, Governance) e all’enunciazione di “corporate purpose” inclusivi rispetto al (supposto) solo fine di massimizzare il valore per gli azionisti, ma anche di formule come quella del “successo sostenibile” prevista dal nostro Codice di Corporate Governance per le società quotate, è certo che la presenza negli organi di amministrazione (e controllo?) delle società di rappresentanti dei lavoratori, secondo il modello della cosiddetta Mitbestimmung tedesca, costituirebbe un incisivo e forte modo per dar voce a una delle più importanti categorie di portatori di interesse.

Allargare la partecipazione degli stakeholders

Cogliamo allora l’occasione per mettere sul tavolo, anche in modo provocatorio (nel senso di provocare un dibattito), la questione circa quali concrete forme tecniche potrebbero essere usate a questi fini, anche a ordinamento vigente tramite l’autonomia statutaria.

Il meccanismo del voto di lista, obbligatorio nelle società quotate ai sensi del Tuf ma diffuso – pur con numerose varianti sul tema – anche tra le non quotate, può in linea di principio consentire di realizzare questo obiettivo tramite un istituto ormai ben noto al diritto societario, sperimentato e chiaro nei presupposti e nei possibili effetti. Come noto, questa regola consente a tutti gli azionisti che superano una soglia di possesso minimo di presentare una lista di candidati al Cda (e al collegio sindacale), prevedendo che almeno un amministratore – ma più se lo statuto così prevede – sia scelto dalla lista seconda classificata. Nelle quotate, così, da ormai oltre un decennio siamo abituati a vedere accanto ad amministratori e sindaci “di maggioranza”, anche esponenti “di minoranza”, fermo restando che una volta nominati essi devono tutti perseguire unicamente l’interesse sociale. Più di recente si è diffusa – non senza discussioni, vedi caso Generali – la prassi statutaria di consentire anche al consiglio di amministrazione uscente di proporre propri candidati, che comunque devono ricevere l’avallo dei soci in assemblea, secondo un modello che per certi versi evoca esperienze straniere.

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Ovviamente, già oggi, eventuali minoranze di lavoratori che siano anche azionisti, potrebbero attivarsi per proporre propri candidati seguendo le regole comuni sul voto di lista. Tra i problemi che si frappongono al concreto esercizio di questa facoltà vi è, naturalmente, il fatto che difficilmente l’azionariato dei dipendenti ha un peso sufficiente per presentare una propria lista e sostenerla. Gli statuti possono però anche fare “qualcosa in più”, e quindi facilitare ulteriormente la presentazione ed eventualmente l’elezione di candidati dei lavoratori, naturalmente a condizione di rispettare il Tuf. Per esempio, potrebbe uno statuto prevedere una soglia minima differenziata, per azionisti non lavoratori e per azionisti-lavoratori (questa seconda più bassa), per presentare liste e eleggere candidati? E prevedere che oltre ai rappresentanti dei primi, sostanzialmente investitori istituzionali, almeno un posto in Cda sia riservato anche a un nome tratto dalla lista dei lavoratori-azionisti? Cosicché, in ipotesi, un Cda di 11 componenti possa prevedere per esempio una maggioranza (es. 9 consiglieri) tratta dalla prima lista, magari presentata dal Cda o dal primo socio, un membro tratto da una lista di fondi, ma anche uno preso da una lista dei lavoratori-azionisti? O addirittura dare preminenza ai lavoratori-azionisti? Sul piano tecnico, ci sono buone ragioni per rispondere in senso affermativo, e almeno in un caso, quello dello statuto del Banco Popolare, si adotta una soluzione che va in questa direzione.

Non serve una norma per aprire alla partecipazione dei lavoratori

Ma vi è di più, spingendosi oltre con la fantasia: potrebbe uno statuto consentire almeno la presentazione di una lista di candidati ai lavoratori o loro rappresentanti, che andrà comunque poi votata in assemblea, indipendentemente dal fatto che essi detengano azioni? Ciò potrebbe certamente essere consentito dal legislatore con una norma esplicita, ma non è probabilmente vietato nemmeno oggi con una regola statutaria, sempre purché sia preservato il possibile risultato previsto dal Tuf. Lo stesso consiglio uscente presenta una lista per via dell’investitura statutaria, non in qualità di azionista.

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Queste ipotesi pongono però seri e delicati problemi di sistema. Anche a prescindere dalla desiderabilità di rappresentanti dei lavoratori negli organi di vertice, questione di politica economica ben nota e ampiamente dibattuta, esse consentono di toccare con mano uno dei temi centrali della “stakeholders primacy”, e segnatamente il fatto che essa apre la porta a una pluralità di interessi talvolta in tensione, quando non in conflitto. Solo per limitarsi a poche battute: perché i lavoratori sì e, a questo punto, i creditori no? O i clienti? O la comunità più in generale? È davvero funzionale un Cda con una composizione tanto variegata e pluralistica, che rischia di trasformarsi in un mini-parlamento? Trovare giustificazioni a simili scelte non è difficile, e basta guardare ai molti Paesi in cui i lavoratori hanno per legge una forte presenza in tali organi; ma non è difficile nemmeno immaginare possibili critiche e inefficienze.

Un punto è certo: la moderna società per azioni evolve e le si vuole attribuire, in linea con la sua importanza, un ruolo sempre più di mediazione e contemperamento di interessi diversi. Il rischio di battaglie di retroguardia non è inferiore a quello di fughe in avanti, occorre però sempre ricordare il favore che sia la nostra Costituzione, sia il diritto societario, riservano almeno in teoria ai lavoratori anche come possibili partecipanti alla governance. Senza necessariamente aspettare il legislatore, anche l’autonomia privata potrebbe sperimentare e osare qualche innovazione.

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