Il recupero cooperativo da parte dei lavoratori di aziende in crisi salvaguarda l’occupazione, produce coesione sociale e reddito. Anche per lo stato si rivela un ottimo affare, come dimostra un bilancio tra investimenti statali e ritorni fiscali.

Le imprese recuperate

Le “imprese recuperate”, chiamate talvolta anche imprese rigenerate oppure workers buyout, sono società cooperative, formate dai dipendenti di aziende a rischio chiusura o già fallite, che hanno riattivato autonomamente l’organizzazione produttiva del proprio luogo di lavoro.

Ogni impresa recuperata è una storia a sé, e le cause che sottendono il recupero variano dal vero e proprio fallimento dell’azienda seguito da una vana ricerca di un nuovo soggetto imprenditoriale, fino al passaggio sollecitato dalla precedente proprietà, magari per motivi generazionali. Si veda qui  una panoramica significativa della casistica, da cui tra l’altro si comprende come il passaggio all’autoimprenditorialità non sia affatto semplice e scontato e comporti uno sforzo di cambio di prospettiva, aprendosi i lavoratori a nuove forme di rischio e responsabilità. 

Gli studi disponibili (ad esempio qui, poi qui e ancora qui) evidenziano la capacità di tali imprese di produrre coesione sociale, reddito, occupazione, recupero e integrazione delle catene di fornitura, oltre a una superiore resilienza rispetto alle altre aziende.

Le imprese recuperate in Italia dal 1987 sono state 323, coinvolgendo circa 10.500 lavoratori, mentre a fine 2018 ne erano attive 113, con un tasso di sopravvivenza del 35 per cento (fonte Legacoop). 

La longevità media è superiore a quella delle imprese italiane nel loro complesso: 15,2 anni (la fonte è sempre Legacoop) contro i 12 anni di durata media delle imprese italiane, secondo Unioncamere.

La grande maggioranza delle imprese recuperate opera nel settore dell’industria, mentre quelle di servizi (per lo più alle imprese) pesano per il 17 per cento (tabella 1).

Non si tratta dunque di aziende “labour contractors” al limite della sopravvivenza, bensì di imprese inserite nei propri mercati di riferimento ed economicamente e finanziariamente efficienti, come indicano i principali dati di bilancio (tabella 2).

Su questi risultati non esiste però una contabilità specifica, nemmeno satellite, e una banca dati dei finanziamenti erogati. Ciò incide negativamente su visibilità e comprensione del fenomeno, relegandolo anche nel dibattito economico ad aspetto marginale.

Di fronte ai limiti contabili si tenta dunque, in questa sede, di ricostruire l’intero ammontare della spesa pubblica a favore delle imprese recuperate e di misurarne gli introiti fiscali. Laddove sussistano elementi di incertezza, si è calcolato in eccesso i finanziamenti pubblici e in difetto gli introiti fiscali.

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I finanziamenti pubblici

Una descrizione degli strumenti legislativi a supporto (la cosiddetta “legge Marcora” del 1986, poi modificata nel 2001 nella “nuova Marcora”) è riportata qui.

Gli strumenti di intervento sono un fondo rotativo, prima gestito da Foncooper e poi dalle regioni che hanno legiferato in materia, e il Fondo statale speciale per gli interventi a salvaguardia dei livelli occupazionali, gestito da Cooperazione finanza impresa-Cfi (ente strumentale del ministero dello Sviluppo economico).

In tabella si riporta il quadro delle spese sostenute dallo stato dal 1986 a oggi secondo le fonti disponibili.

La legge Marcora è costata, complessivamente, 226 milioni di euro in 37 anni. Poco meno di 158 milioni di euro sono stati erogati dal 1985 al 2001, altri 68 milioni entro la fine del 2021. Sono poi previste ulteriori risorse per gli anni successivi, da fondi Mise e strutturali.

Il ritorno per lo stato

Per comprendere i ritorni a favore dello stato si utilizza la base dati di Legacoop, che considera più fonti per identificare le imprese recuperate attualmente attive, dalle centrali cooperative a Cfi, da Banca etica alla Rete italiana delle imprese recuperate. Per ogni impresa identificata, lo studio integra con i bilanci e la situazione occupazionale presenti nella banca dati Aida Bureau van Dijk.

La situazione post-pandemia potrebbe essere cambiata (si veda qui), ma in questa sede si intende considerare un quadro storico e strutturale.

A fine 2018 la situazione era quella esposta nella tabella 4.

Per stimare il contributo fiscale si è proceduto con un’aliquota media del 48 per cento sul costo del lavoro (vedere qui) per ottenere il valore del cuneo fiscale; inoltre, considerando un valore aggiunto medio per addetto (vedere qui) alla dimensione aggregata di 197 milioni si è applicata un’aliquota prudenziale Iva del 20 per cento.

Ires e Irap variano in funzione delle caratteristiche di ogni impresa e della regione sede dell’attività, e dunque prudenzialmente non sono state considerate.

Sono state escluse dal calcolo Imu, Tari, tasse di registro, imposte locali, licenze e concessioni, accise, poiché occorrerebbe una specifica analisi e la disponibilità dettagliata dei dati di ogni impresa.

Cuneo fiscale e Iva valgono comunque almeno 100 milioni di euro all’anno e ogni impresa contribuisce in media con circa 920mila euro.

Tale valore medio annuo può essere poi utilizzato per comprendere il contributo fiscale, attualizzato, dalla nascita delle imprese recuperate a oggi. 

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Conoscendo il numero di imprese recuperate attive per ogni anno si ottengono i valori riportati nella tabella 5, per un totale di oltre 3,3 miliardi di euro di contributo fiscale a favore dello stato dalla nascita del fenomeno fino alla fine del 2018.

Ovviamente, si tratta di una stima, con tutti i limiti insiti in tale procedimento di calcolo, ma l’ordine di grandezza è comunque apprezzabile, con un ritorno pari a 15 volte quanto investito.

E se invece…

Che cosa sarebbe successo se invece non fossero stati erogati finanziamenti pubblici per il recupero d’impresa?

Ovviamente un’analisi controfattuale è piuttosto ardua, ma alcune considerazioni sono possibili:

  • lo stato avrebbe risparmiato 226 milioni in 37 anni; le risorse avrebbero potuto essere utilizzate diversamente, magari per altre politiche attive, o per gli interventi del punto successivo
  • lo stato avrebbe comunque speso in ammortizzatori sociali, dalle varie forme di cassa integrazione più o meno prolungata ai sussidi di disoccupazione, dalla mobilità ai possibili “scivoli” verso i prepensionamenti 
  • le imprese recuperate avrebbero chiuso, impoverendo così il tessuto sociale del proprio territorio, e produttivo in generale, anche in termini di ricadute negative sulle proprie filiere di fornitura
  • avrebbero chiuso imprese inefficienti, con un positivo risultato economico generale? No, l’ipotesi non regge, perché se oggi le aziende sono attive e funzionano significa che l’inefficienza non era nell’impresa in sé, ma nel come era condotta
  • il capitale umano costituito dai lavoratori si sarebbe disperso: anche se magari qualcuno sarebbe andato a “fertilizzare” altre imprese, altri avrebbero dovuto ricollocarsi nel mercato del lavoro, con le note difficoltà soprattutto per le componenti più deboli.

Ma poiché un’analisi controfattuale approfondita richiederebbe ben altra estensione di ricerca, ciò che si può affermare con certezza è che per lo meno il bilancio spese-entrate per lo stato è di natura positiva. 

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