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Ricoveri e decessi: la soluzione continua a essere il vaccino

Nonostante una circolazione del virus favorita da minori restrizioni rispetto al 2020, i ricoveri e i decessi sono ancora sotto controllo grazie ai vaccini. Con così tanti non vaccinati, però, il numero attuale di immunizzati potrebbe non bastare.

È ancora presto per dire se la variante Omicron avrà conseguenze rilevanti per ricoveri e decessi. Ma, anche se, come tutti ci auguriamo, non ne avesse, ci sono comunque buone ragioni per guardare con un po’ di preoccupazione ai prossimi due mesi.

Il 21 dicembre, il numero di ricoverati in terapia intensiva ha superato le mille unità. Da inizio novembre – e ininterrottamente nei due mesi successivi – questo numero è cresciuto seguendo fedelmente un andamento esponenziale, con tempi di raddoppio attorno ai 33 giorni, come mostrato in Figura 1. Il tempo di raddoppio del numero di ricoverati con sintomi, per brevità qui non rappresentato, è pressocché lo stesso. Lungo questo sentiero di crescita, a fine gennaio avremo oltre duemila ricoverati in terapia intensiva e, a inizio marzo, più di quattromila, ossia un numero pari a quello raggiunto nelle fasi peggiori della pandemia. 

Secondo l’ultimo monitoraggio settimanale dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), nel mese dal 12 novembre  al 12 dicembre, il 64 per cento degli ingressi in terapia intensiva riguarda soggetti non vaccinati, nonostante i non vaccinati rappresentino solo il 13 per cento della popolazione con più di 12 anni. In particolare, sono i soggetti non vaccinati nelle fasce di età 40-59 e 60-79 – 3.8mln al 4 dicembre – a contribuire al 58 per cento degli ingressi in terapia intensiva nel mese considerato, come mostrato in Figura 2.

La somministrazione delle terze dosi è sicuramente fondamentale per ristabilire un buon grado di protezione per i soggetti che hanno già completato il ciclo vaccinale, ma, in ogni caso, non va dimenticato che la popolazione vaccinata rappresenta solo il 36 per cento degli ingressi in terapia intensiva nel mese considerato. Non è dalla somministrazione della terza dose ai già vaccinati che ci si può attendere la svolta necessaria ad evitare il sovraccarico delle terapie intensive.

Per ridurre in modo rilevante il numero di ingressi in terapia intensiva, servirebbe dunque ridurre (e di molto) il numero di non vaccinati, in particolare tra 40-59 e 60-79 anni.

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L’andamento recente della vaccinazione, però, in particolare per queste due fasce di età, non fa ben sperare per le prossime settimane: il numero di vaccinati con ciclo completo, infatti, sta aumentando in modo trascurabile, come mostrato in Figura 3. Per esempio, nella settimana dal 27 novembre al 4 dicembre, dei 3,8 milioni di soggetti non vaccinati in età 40-79, solo poco più di 55 mila hanno completato il ciclo. Per confronto, nella stessa settimana sono state somministrate più di un milione di terze dosi. Sembra molto difficile che i non ancora vaccinati possano modificare il loro comportamento in misura sufficiente a contenere entro limiti sostenibili la crescita del numero di ricoverati in terapia intensiva da qui a inizio marzo.

Non bisogna escludere alcuna soluzione per rilanciare la campagna per le prime dosi, con particolare attenzione alle due fasce di età 40-59 e 60-79, critiche per le ragioni dette sopra. Ma, anche nella migliore delle ipotesi e a meno di svolte al momento imprevedibili, per evitare il tracollo delle terapie intensive a gennaio saranno necessarie misure restrittive. La lezione degli ultimi 22 mesi è chiara: più tardivo l’intervento di contrasto di un andamento esponenziale, peggiori le conseguenze. Vedremo in quale maniera il governo sceglierà di modulare queste misure.

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12 commenti

  1. Paolo Coduri de' Cartosio

    Riguardo alle terze dosi, c’è da fare un altro rilievo.
    Inizialmente erano state descritte addirittura come arma risolutiva, ma, allo stato dei fatti, (o meglio, allo stato dei numeri forniti dall’ISS nella tabella 4) si stanno rivelando un richiamo, atto a migliorare, (decisamente), le prospettive di coloro che hanno fatto la seconda dose da più di 150 gg, ma poco incisive per quanto concerne la soluzione definitiva del problema.
    Sembrano ben comportarsi dal punto di vista della riduzione delle probabilità di contagio con un 1,852‰ (7.655 casi su 4.133.267 componenti la popolazione), contro 6,964‰ (91.366 casi su 13.119.984) dei vaccinati 2 dosi da >150gg e 5,527‰ (155.978 casi su 28.222.661); ma, bisogna tener conto che le terze dosi hanno mediamente molto meno di 150 gg
    Non sembrano invece aver molta efficacia proprio contro malattia grave.
    Con 26 terapie intensive su 4.133.267 componenti la popolazione rilevano uno 0,00629‰ sostanzialmente uguale allo 0,00659‰ (186 su 28.222.661) attribuito ai vaccinati a due dosi <150gg
    E, con 45 decessi, 0,01089‰ di 4.133.267 perde decisamente il confronto contro lo 0,00786‰ della medesima popolazione (222 su 28.222.66)
    Se consideriamo poi che, confrontandoli con quelli del bollettino precedente (15 dicembre) i dati qui elencati sembrano mostrare una crescita maggiore fra i "terza dose" che non fra i "due dosi <150gg", pare giustificata l'impressione che si sia davanti, appunto, ad un semplice "richiamo", con la prospettiva di una, non a caso già più volte evocata, quarta dose.

    • ADB

      Il confronto sui totali delle categorie “vaccinato con due dosi” e “vaccinati con 3a dose booster” è decisamente fuorviante se non si tiene conto della composizione per età. L’incidenza degli eventi di ricovero / terapia intesiva / decesso è infatti molto diversa, e crescente in particolare, per fascia anagrafica (tanto per fare l’esempio dei non vaccinati, con i dati di novembre, sempre fonte ISS, si va da 0,8 terapie intensive su 100.000 abitanti per la fascia 12-39 anni, a valori di 24,6 per gli ultrasessantenni; per i decessi siamo rispettivamente a incidenze di 0,3 per 12-39 anni, fino a 18 per 60-79 anni e 105 per gli ultraottantenni, sempre su 100k abitanti).
      Poichè ad oggi le 3e dosi sono molto più diffuse tra i più anziani (oltre due terzi della popolazione di 4 e rotti milioni citata con la 3a dose è nella fascia +60 anni, mentre la popolazione dei vaccinati da meno di 5 mesi è al 70% nella fascia <=59 anni), il confronto fatto sull'incidenza totale produce l'errata conclusione che la 3a dose avrebbe effetto quasi nullo sulla riduzione del rischio di malattia grave.
      Aprendo invece il dato correttamente per fascia di età, si vede che la 3a dose è estremamente efficace proprio nel prevenire la malattia grave. Per gli ultrasessantenni, dove i numeri sono più significativi ad oggi, l'incidenza su 100k abitanti delle terapie intensive passa da 1,5 per chi ha solo due dosi da meno di 5mesi, a 0,2 per chi ha la terza (ricordo vs un quasi 25 dei non vaccinati!), e per i decessi abbiamo 2,3 per chi ha due dosi da meno di 5 mesi, vs 0,9 per chi ha la terza (sui non vaccinati si registra 31!).
      Conclusione: leggendo in maniera appropriata i numeri, e sterilizzando la correlazione che al momento si registra fra numero di dosi fatte ed età dei riceventi, si può facilmente verificare che non solo i vaccini fanno in generale un'enorme differenza nel ridurre il rischio individuale di malattia grave, ma anche che la 3a dose assicura un potente "rinforzo" sotto questo profilo (di almeno 3-4 volte anche rispetto a chi ha ricevuto da relativamente poco le due dosi).

  2. GGB Cattaneo

    A Popolazione italiana al 1 gennaio 2021 (dati Istat) 59.257.566
    B Popolazione da 0 a 12 anni al 1 gennaio 2021 (dati Istat) 6.341.756
    C Popolazione vaccinabile A – B 52.915.810
    D Vaccinati con 1 dose al 03-12-2021 (governo.it) 47.296.424
    E Guariti al 03-12-2021 (Contagiati – morti – casi attivi) (worldometers.info) 4.717.556
    F Totale virtualmente immuni al 03-12-2021 D + E 52.013.980
    G Immunizzabili non ancora immunizzati C – F 901.830

    Se al 3 dicembre i non vaccinati erano 900.000 qualcosa non mi quadra nei dati forniti dalle istituzioni…

    • Enrico Rettore

      All’ultimo monitoraggio ISS, al 11/12 i non vaccinati sono 6.9mln. Non capisco che conto lei stia facendo, forse considera immunizzati – cioè non bisognosi di vaccino – anche tutti coloro che si sono contagiati e ne sono usciti. Ma se fosse vero che tutti costoro non necessitano di vaccino, non si capisce per quale motivo i 6.9mln di non vaccinati hanno tassi di ricovero e decesso di gran lunga superiori a quelli dei vaccinati: tab. 6 qui https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Bollettino-sorveglianza-integrata-COVID-19_28-dicembre-2021.pdf

      • Paolo Coduri de' Cartosio

        Se necessitino o no di vaccino, francamente non saprei dirlo, ma il governo dà loro un greenpass, quindi sembrerebbe considerarli alla pari degli immunizzati.
        Che, del resto, immunizzati non sono.

        • GGB Cattaneo

          Infatti la mia perplessità riguarda la collocazione dei guariti – che sono immunizzati ma non sono vaccinati – nelle statistiche ufficiali. A me risultano meno di 900.000 non vaccinati…

          • ADB

            Per quanto noto sulla campagna vaccinale, e per quanto è desumibile dal report ISS, i guariti non vanno considerati per forza come non vaccinati. Si parla di guariti da inizio pandemia, molti nel tempo hanno ricevuto il ciclo vaccinale completo (alcuni li conosco personalmente), e sono anche candidabili per la 3a dose. Per cui il conteggio che la porta a 900.000 non immunizzati è viziato dal ritenere che le categorie guariti e vaccinati siano mutualmente esclusive. E’ vero che nel report dell’ISS (in particolare la Tavola 5 e successive sull’efficacia dei vaccini) non è chiaro nè come siano considerati nè quanti effettivamente siano le persone guarite dal Covid, ma senza alcun vaccino (che comunque devono essere molte meno del totale di 4,7 milioni di guariti).

      • GGB Cattaneo

        La ringrazio per l’interlocuzione. Non dubito che i non vaccinati abbiano un tasso maggiore di ricovero. Ma dubito fortemente che chi è guarito abbia un tasso maggiore di ricovero dei vaccinati o dei non vaccinati. La mia perplessità riguarda i numeri. I non vaccinati sono 6 milioni se Lei comprende nei non vaccinati anche i guariti perché – sempre che i numeri dichiarati dalle istituzioni siano corretti – i non vaccinati e non guariti sono meno di un milione!! Verosimilmente se Lei conta i guariti nei non vaccinati allora è probabile che il tasso di ricovero dei non vaccinati sia ancora superiore.

  3. Paolo Coduri de' Cartosio

    Non vorrei essere noioso, ma torno sulla terza dose.
    In questi giorni, la stanno di nuovo dipingendo come la soluzione finale, ma, stando ai numeri della Tabella 5 del “documento esteso “Epidemia COVID-19. Aggiornamento nazionale 28 dicembre 2021” (aggiornamento del 1 gennaio 2022 ore 12:00)” https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Bollettino-sorveglianza-integrata-COVID-19_28-dicembre-2021.pdf
    così non è.
    Se raffrontiamo i dati delle”terapie intensive”, vediamo che
    fra i “vaccinati con ciclo completo dose aggiuntiva/ booster” abbiamo 33 terapie intensive su 20.375 contagi (1,620‰)
    ancora una volta sostanzialmente pari al tasso per i “vaccinati a ciclo completo da>120 giorni”
    (433 su 265.724 = 1,629‰)
    e molto peggiore rispetto al tasso per i “vaccinati a ciclo completo da<120 giorni"
    (89 su 99.757 = 0,892‰)
    So bene che i dati sono sfalsati temporalmente, essendo i ricoveri riferiti al periodo 12/11/2021 – 12/12/2021 mentre le diagnosi di contagio sono riferite al periodo 26/11 – 26/12, ma, per il raffronto fra le popolazioni, restano congrui, e, considerata l'ampiezza raggiunta dalla popolazione "booster" (5.694.939 individui all'11 12 2021), credo diano un segnale abbastanza solido

    • ADB

      Veda il commento al precedente intervento. I numeri vanno analizzati tenendo conto delle fasce di età, che non a caso sono riportati nella medesima tabella del report ISS.
      Se prendiamo le fasce over 60 (ove i numeri sono più significativi) il rapporto fra terapie intensive e contagi è di 0,52% per i doppia dose vs 0,47% per chi ha 3 dosi nella fascia 60-79 anni, mentre per gli over 80 sono rispettivamente 0,75% vs 0,16%. Ma c’è di più, i contagi scendono da 1% di incidenza per chi ha doppia dose da oltre 120 giorni a 0,36% per chi ha la 3a dose, quindi l’effetto di riduzione dei casi avversi sulla popolazione è molto più elevata con la 3a dose.
      Di nuovo, l’età è un fattore fondamentale di cui tenere conto quando si valuta la malattia grave, perché gli anziani sono colpiti in proporzione decisamente maggiore. Inoltre sappiamo che la somministrazione del booster per le fasce più giovani è cominciata nel corso di dicembre, per cui lo sfasamento temporale non permette ancora di trarre conclusioni affidabili su queste fasce d’età, mentre i più anziani costituiscono un campione più affidabile.
      La conclusione è che 3a dose ha un forte impatto nella riduzione dei casi gravi, ancora più delle 2 dosi che già forniscono un forte beneficio. Certo un vaccino non è un elisir di lunga vita e non può restituire la giovinezza agli anziani e renderli resilienti al COVID quanto i giovani…

      • Paolo Coduri de' Cartosio

        Assolutamente corretto; mi inchino.
        Resta da valutare l’efficacia nel tempo: le terze dosi sono tutte relativamente giovani, per cui, come giustamente sostiene Lei, è più saggio aspettare per trarre conclusioni affidabili.
        Confesso, però, di non essere ottimista.

    • Alessandro D'Angelo

      Paolo buongiorno,
      Non sono un esperto dunque mi scuso in anticipo per eventuali scivoloni.

      Non crede che vada considerata la composizione per età come segnalato in precedenza dall’utente ADB?

      Ho confrontato “popolazione”, “TI” e “diagnosi” per fasce d’età.

      Prendendo la classe 80+, i volumi delle due popolazioni “vaccinati > 120 giorni” e “vaccinati booster” sono comparabili (rispettivamente 1.939.660 e 2.216.050) mentre l’incidenza “TI/diagnosi” per i primi è 4,72 volte superiore ai secondi (79 / 10.598 = 7,454‰ vs. 6 / 3.797 = 1,580‰).
      Lei che ne pensa?

      Secondo me dovremmo aspettare i dati del mese di Gennaio e la variazione nei segmenti rappresentati per ulteriori valutazioni.
      Inoltre dovremmo conoscere l’incidenza di eventuali comorbidità all’interno del singolo intervallo anagrafico per arrivare a conclusioni a prova di bomba.

      L’unica evidenza granitica di questi dati è che i no vax stiano giocando alla roulette russa.

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