La moda è una delle industrie più inquinanti. L’Italia ha scelto di anticipare di tre anni l’obbligo di raccolta differenziata del tessile, al 1° gennaio 2022. Ma né i gestori della raccolta né le aziende manifatturiere sembrano pronte al cambiamento.

L’impronta ecologica del tessile-abbigliamento

Negli ultimi tempi famosissimi brand della cosiddetta fast-fashion – quali Zara o H&M – hanno promosso campagne di sensibilizzazione destinate al consumatore finale sull’importanza del riciclo o del riuso. Nulla di anomalo, visto che il settore tessile è caratterizzato da una impronta ecologica piuttosto importante.

Secondo i calcoli dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), gli acquisti di abbigliamento e prodotti tessili effettuati in Europa nel 2017 hanno generato 654 chilogrammi di CO2 per persona. I dati pubblicati dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo mostrano che questa industria è responsabile del 10 per cento delle emissioni mondiali di gas a effetto serra, più dell’intero trasporto aereo e marittimo messi insieme.

I dati sullo sfruttamento delle risorse idriche sono ancora più eloquenti. Nel 2015 l’industria tessile ha utilizzato 79 miliardi di metri cubi di acqua: se si considera che solo per realizzare una maglietta occorrono in media 2.700 litri di acqua, si tratta all’incirca del fabbisogno idro-potabile di una persona in circa due anni e mezzo. L’Aea stima che la produzione tessile sia responsabile di circa il 20 per cento dell’inquinamento globale dell’acqua potabile a causa dei processi a cui sono sottoposti i prodotti, come la tintura e la finitura. Non solo, sempre secondo Aea, il lavaggio di capi sintetici rilascia ogni anno 0,5 milioni di tonnellate di microfibre nei mari ed è responsabile del 35 per cento delle microplastiche primarie rilasciate nell’ambiente, che poi finiscono nella catena alimentare.

Dal 1996 a oggi il prezzo degli indumenti nell’Ue è calato del 30 per cento al netto dell’inflazione. Se da un lato questo ha fatto sì che gli articoli di abbigliamento e calzature siano diventati accessibili a quote più ampie di consumatori, al contempo si è affermato un modello di consumo imperniato sulla moda veloce (appunto fast-fashion) e sui prodotti pensati per durare una sola stagione: le persone hanno evidentemente comprato molti più articoli, circa il 40 per cento in più rispetto a 25 anni fa. Ogni anno, in Europa, vengono acquistati quasi 26 kg di prodotti tessili pro capite e ne vengono smaltiti circa il 42 per cento (11 kg pro capite), prevalentemente inceneriti o portati in discarica.

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Ovviamente, tutto ciò ha impatti significativi sulla produzione di rifiuti tessili e anche sull’ambiente.

La gestione dei rifiuti tessili in Italia

Il Piano d’azione per l’economia circolare, approvato con la risoluzione del Parlamento europeo del 10 febbraio 2021, ricomprende anche il settore tessile all’interno della strategia sull’economia circolare che dovrà essere recepita dagli stati membri nel 2022. L’Italia ha preso la coraggiosa decisione di anticipare di tre anni (la data limite è stata fissata al 2025) l’obbligo di raccolta differenziata del tessile, al 1° gennaio 2022. Tuttavia, la sensazione generale è che il sistema paese non sia effettivamente pronto al salto di qualità, sia dal versante dei gestori della raccolta, in particolare per il caso di operatori non industriali, sia da quello delle aziende manifatturiere.

Per quanto riguarda la raccolta differenziata dei rifiuti tessili, in Italia nel 2019 sono stati prodotti e intercettati circa 157,7 mila tonnellate di rifiuti urbani, stabilmente intorno all’1 per cento del totale dei rifiuti differenziati, ma in aumento del 22 per cento rispetto ai volumi raccolti nei 2015 e destinati a crescere ulteriormente con l’obbligo che scatterà tra poco.

Il livello di intercettazione del rifiuto tessile è sostanzialmente allineato tra Nord (2,88 kg/ab/anno), Centro (2,95 kg/ab/anno) e Sud (2,06 kg/ab/anno), mentre emergono disomogeneità a livello regionale. Alcune realtà, come Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Marche, hanno già superato la soglia dei 3 kg/abitante/anno di rifiuto tessile raccolto in modo differenziato, mentre regioni come Valle d’Aosta e Basilicata sono vicine alla soglia dei 4 kg, già oltrepassata dal virtuoso Trentino Alto-Adige. I dati dei territori fanalino di coda – Umbria e Sicilia, che raccolgono in modo differenziato meno di 1 kg per abitante – lasciano pensare che per lo più in quelle regioni le raccolte differenziate del tessile non siano state neanche avviate.

Secondo le analisi merceologiche ripotate da Ispra, il 5,7 per cento dei rifiuti indifferenziati è composto da rifiuti tessili. Un dato che, se quantificato, porterebbe a circa 663mila tonnellate/anno di rifiuti tessili non riutilizzati o riciclati. Per intenderci, una cifra 4,2 volte superiore ai rifiuti intercettati dalle raccolte differenziate e che dà l’idea del potenziale che si potrebbe attivare attraverso il canale della raccolta. In termini impiantistici, ciò richiederebbe una capacità di trattamento dedicata, meglio se localizzata in prossimità delle aree di produzione, anche in considerazione delle vocazioni distrettuali dei territori. Ma non c’è traccia di pianificazioni strategiche in tal senso.

Come fare per invertire la rotta anche nella prospettiva di un rapido aumento dei rifiuti tessili da gestire perché raccolti in modo differenziato?

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Un importante punto di partenza è la definizione di una strategia sulla gestione dei rifiuti tessili, che dovrebbe giungere dal consolidamento delle pianificazioni settoriali, in particolare dal Programma nazionale di gestione dei rifiuti (Pngr) e dalle pianificazioni regionali. Altrimenti, il rischio è che il disegno sia affidato alle singole iniziative locali, dei comuni o degli enti d’ambito, senza alcun coordinamento. Si riproporrebbero così le note questioni dell’inadeguatezza della scala impiantistica e del perimetro territoriale dei fabbisogni a cui si intende dare risposta: vista la consistenza dei flussi, qui le risposte non possono che essere di area vasta. E l’immobilismo porterebbe, necessariamente, alle vecchie logiche lineari.

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