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L’illusione liberista

Ridurre al minimo il ruolo dello stato e lasciar fare al mercato: è il credo dei liberisti. Ma i fallimenti del mercato esistono e lo stato li deve correggere. Per l’Italia il problema non è la “dimensione” dello stato, quanto il modo in cui interviene.

Il laissez faire, soprattutto

Quale visione del mondo ispira i liberisti? Perché vorrebbero ridurre al minimo il ruolo dello Stato? Sono solo due delle questioni approfondite ne L’illusione liberista. Nel libro, ho scelto di occuparmi molto di “idee” economiche, politiche e morali, condividendo il convincimento di Keynes che “le idee degli economisti e dei filosofi della politica, giuste o sbagliate che siano, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga”. Perché sono le idee a dare forma e presentabilità agli interessi e a dar loro il peso ideologico necessario a costruire il consenso politico. 

Secondo i liberisti, il mercato lasciato a se stesso crea sempre maggiori opportunità e benessere di quanto sarebbe capace di fare qualsiasi sistema “misto”, in cui mercato, stato e comunità operino cooperativamente. I liberisti usano il “teorema della mano invisibile” per dare dignità (via efficienza) al laissez faire, per poi asserirne la superiorità anche quando le rarefatte condizioni per la validità di quel teorema non esistono e lasciar fare significa lasciare campo libero ai grandi predoni monopolisti e al crony capitalism. Tra laissez faire e concorrenza, liberisti come Milton Friedman e George Stigler scelgono il laissez faire. I liberisti non sono disposti a riconoscere la vera e propria disgregazione sociale prodotta dalle crescenti disuguaglianze di reddito, di ricchezza, di capacità che si generano nel mercato lasciato a se stesso o mal corretto dalla politica economica. E preferiscono non vedere gli effetti negativi delle disuguaglianze sulla crescita (ormai confermati da molte ricerche empiriche). La questione importante, per i liberisti, non è quanta disuguaglianza ci sia, ma quante opportunità ci sono per gli individui talentuosi e “meritevoli”. Ignorano sia che il merito è fortemente imparentato con la fortuna e che è tautologico misurarlo col metro del successo e del denaro guadagnato, sia che la disuguaglianza di risultati influenza direttamente l’uguaglianza di opportunità e i “meriti” acquisibili dalla prossima generazione: “gli esiti ex post di oggi danno forma al campo di gioco ex ante di domani: chi beneficia della disuguaglianza di esiti oggi può trasmettere un vantaggio iniquo ai propri figli domani” (Anthony Atkinson, Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, ed. it., 2015, p. 15).

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Fallimenti del mercato e fallimenti dello stato

Che si possano fare errori nella politica economica, che i politici al potere (o all’opposizione) possano comportarsi in modo contrario al pubblico interesse (definito in qualche modo) ed essere corrotti è ben noto. Ed era noto molto prima che i teorici della public choice ci costruissero sopra il loro credo liberista. Il punto è che, quando i fallimenti del mercato sono rilevanti, l’intervento pubblico è inevitabile e, con esso, la presenza di un’ampia burocrazia, con tutte le possibilità di distorsione nell’allocazione delle risorse e di corruzione. “Tutti questi fallimenti del governo, tuttavia, non provano che l’intervento del governo sia socialmente dannoso. Al contrario, possono segnalare l’inevitabile prezzo da pagare per affrontare i fallimenti del mercato” (Daron Acemoglu e Thierry Verdier, The choice between market failure and corruption, 2000, p. 195). Addirittura, la dimensione ottimale del settore pubblico cresce di più quando la corruzione è possibile di quando non è possibile. Infatti, per controllare e limitare la corruzione è necessario pagare remunerazioni incentivanti (cioè alte) ai burocrati e assumere più controllori (cioè altri burocrati o magistrati contabili). Per entrambi i versi il settore pubblico è costretto a crescere in termini di spesa e di occupati.

Quando poi si sottolinea l’ipertrofia dello stato e la sua inefficienza in confronto con i privati e il libero mercato – hanno sottolineato i premi Nobel (2019) Abhijit Banerjee ed Esther Duflo (Una buona economia per tempi difficili, 2020, cap. 8) – non si tiene conto del fatto che, in generale, lo stato fa cose diverse e più difficili di quelle che fa il mercato: dal garantire l’istruzione e l’assistenza sanitaria ai poveri, ai residenti nelle periferie dei paesi e delle città, fino a proteggere l’ambiente e le nostre vite dalle conseguenze delle crisi economiche, a gestire le immigrazioni, ad amministrare la giustizia, e altro ancora. In generale, il capitalismo e il mercato non vivono senza istituzioni, regole e interventi del governo, soprattutto (ma non solo) quando nel gran pentolone della società ribollono crisi, trasformazioni e paure. Nel discorso inaugurale del suo secondo mandato presidenziale, nel 1937, Franklyn Delano Roosevelt diceva agli americani: “noi della Repubblica abbiamo colto la verità che il governo democratico ha la capacità innata di proteggere la propria gente dai disastri che una volta erano considerati inevitabili, di risolvere i problemi una volta ritenuti irrisolvibili […]. Ci siamo rifiutati di lasciare che i problemi del nostro benessere comune venissero risolti dai venti del caso e dagli uragani del disastro”. 

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Dimensione e qualità dell’intervento pubblico

L’intervento pubblico può giocare un ruolo prevalentemente positivo o prevalentemente negativo, può correggere i difetti del mercato o può accentuarli, sommando a essi i fallimenti del non-mercato. Nell’Italia di oggi, a mio parere, il problema non è la “dimensione” dello stato in quanto tale. Ma il “modo” in cui lo stato interviene. Mi spiego: a parità di peso ufficiale dello stato (quota della spesa pubblica sul Pil, quota delle entrate su Pil, quota di proprietà pubblica sul totale degli asset del paese, per esempio), ci può essere un diversissimo grado di intrusione del pubblico nelle scelte dei soggetti privati. In Francia, Germania o nei paesi del Nord Europa il peso dello Stato è uguale o maggiore che in Italia. Ma lì le modalità dell’intervento pubblico sono di altra qualità. L’intrusione, che può prendere la forma “nobile” della moral suasion o della regolamentazione incentivante, in Italia assume sovente le fattezze del ricatto, del taglieggio, con tanto di giochi di sponda tra amministrazioni diverse. 

Il mio libro è molto critico dell’uso ideologico che i liberisti hanno fatto dell’economia, ma non è l’ennesima lamentazione di uno statalista di ritorno. Oltre quarant’anni fa, giovane mascotte di un drappello di temerari raccolti intorno a La Rivista Trimestrale, mi trovai a sfidare l’atavica diffidenza nei confronti del mercato tipica della politica italiana (e di tanti colleghi) di allora. Il problema, pensavamo, è sempre agire in modo da valorizzare al massimo le virtù del mercato e da correggerne energicamente i vizi, senza mitizzarlo e senza demonizzarlo. Non ho cambiato idea. 

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Il Punto

  1. Savino

    Ci sono ruoli economici che lo Stato non esercita più da decenni e che dovrebbe fare e, d’altro canto, ci sono zavorre pubbliche per cui il ricorso al mercato è necessario, da ultimo Alitalia e Tim, ma anche tantissime partecipate pubbliche locali inutili.

  2. quando si verifica il fallimento del mercato? non certo perche’ una azienda fallisce e i dipendenti rimangono senza lavoro. Il fallimento del mercato si verifica quando non è conveniente svolgere determinate attività oppure il mercato non garantirebbe i diritti delle persone. L’istruzione, la sanità, la giustizia, le infrastrutture pubbliche sono il fallimento del mercato e devono essere gestite dallo stato. tutto il resto è corruzione tasse e potere della politica anche se in Germania e Francia è gestito molto meglio che da noi

  3. Felice Di Maro

    Andrea Boitani, come leggo nel suo profilo che è stato qui postato, ed è molto articolato, ha fatto parte della Commissione Tecnica per la spesa pubblica presso il Ministero del Tesoro dal 1993 fino al suo scioglimento, nel 2003: periodo nel quale quelle che allora erano definite laziende a partecipazione statale e con il loro relativo ministero furono cancellate , almeno nei settori come telecomunicazioni ed energia, dall’economia del nostro paese. Poi è stato anche consigliere economico del Ministro dei Trasporti e membro delle commissioni che predisposero il Piano Generale dei Trasporti (2001) e il Piano Nazionale della Logistica (2005), quindi sa bene non solo come gira l’economia in Italia ma anche come gira la politica e parlo di quella dei governi s’intende che sono stati responsabili dei livelli di miseria progressiva nei oggi oggi siamo immersi per le nostre esistenze e chiaramente di sopravvivenza. Oggi ci propone questo libro che io m’impegno, intanto ad acquistare e per me è un investimento, ma non ci credo che in Italia si possa cambiare la svolta liberista che è stata fatta e non solo s’intende solo a livello di economia ma anche politica, sociale e culturale.

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