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Pechino torna al carbone

Colpita più di altri paesi dalla crisi energetica, la Cina aumenta le estrazioni di carbone. La scelta è in contraddizione con gli impegni presi per limitare le emissioni. E dimostra come la transizione energetica sia per Pechino un problema enorme.

Le ragioni della crisi

Il mondo si prepara a discutere di tagli più significativi alle emissioni di carbonio alla prossima conferenza sul clima dell’Onu, la Cop 26 di Glasgow. Intanto, la Cina ha appena inviato il peggior segnale possibile: ha intenzione, infatti, di allentare le restrizioni sull’estrazione del carbone negli ultimi tre mesi dell’anno, in risposta a una crisi energetica che ha provocato blackout in tutta la nazione molti produttori sono stati costretti a chiudere le linee di produzione nelle ultime settimane.

Così la Cina nel 2021 estrarrà più carbone rispetto ai 3,9 miliardi di tonnellate che ha estratto nel 2020, oltre a importare di più da luoghi come l’Australia. La decisione è in totale contraddizione con la retorica del presidente Xi Jinping sulla decarbonizzazione, compreso un impegno molto recente, annunciato all’Assemblea generale dell’Onu, di non costruire più centrali a carbone in altri paesi. E solleva interrogativi sulla capacità della nazione di rispettare i duri obiettivi di riduzione del carbonio indicati nel suo 14° piano quinquennale fino al 2025. Dopo aver fatto passi avanti impressionanti nel periodo 2015-2020, Pechino si è data l’obiettivo di tagliare l’intensità energetica del 13,5 per cento entro il 2025 e di ridurre le emissioni di carbonio per unità di Pil del 18 per cento, al fine di moderare le emissioni complessive di carbonio entro il 2030.

Per raggiungere gli obiettivi, la Cina ha dato un giro di vite sul carbone, che genera ancora circa due terzi della sua elettricità. Lo stato ha chiuso miniere piccole e inefficienti e ha posto restrizioni alla produzione di carbone, che è diminuita per molti mesi nel 2021, mentre restavano basse anche le importazioni. Tutto ciò ha fatto salire il prezzo del carbone, ma le aziende produttrici di elettricità non hanno potuto trasferire i costi ai consumatori, a causa dei limiti nazionali dei prezzi (calmierati). Di fronte alla generazione di elettricità in perdita, i principali attori hanno semplicemente smesso di produrre.

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Il paese si trova perciò nel pieno di una grave crisi energetica. Venti delle trentuno province del paese hanno razionato l’energia elettrica al settore produttivo, nel disperato tentativo di rispettare i target annui di riduzione delle emissioni imposti da Pechino: obiettivi non negoziabili, che hanno costretto molti governi provinciali ad adottare misure affrettate, come tagli di corrente diffusi.

Una seconda contestuale ragione della crisi di approvvigionamento energetico è la carenza di carbone che colpisce molte parti del mondo, ma di più la Cina, data la sua forte dipendenza dall’elettricità da carbone. Oltretutto, la recente crisi politica tra i due paesi rende molto difficili le importazioni dall’Australia.

Impegni sul clima e realtà dei fatti

A Glasgow si rinnoveranno gli sforzi per affrontare il cambiamento climatico, ma la crisi energetica degli ultimi mesi, che ha portato a carenze di carburante e blackout in vari paesi, ha evidenziato la difficoltà di tagliare la dipendenza dell’economia globale dai combustibili fossili. In Cina, la forte domanda da parte dell’industria, dovuta a una robusta ripresa economica post-pandemia, ha fatto pressione supplementare sulla fornitura di energia. La crisi si è propagata dalle fabbriche alle case, poiché i produttori di elettricità che usano carbone (più del 70 per cento della produzione del paese) non sono in grado di acquistare sufficiente combustibile.

Il vicepremier Han Zheng, in una dichiarazione congiunta rilasciata dopo i colloqui sull’ambiente e il clima tra Cina e Unione europea, ha detto che il suo paese “controllerà rigorosamente” i progetti di produzione di energia a carbone e “limiterà rigorosamente” l’aumento del consumo di carbone nel periodo del 14° piano quinquennale dal 2021-2025, mentre realizzerà una riduzione graduale del consumo nel prossimo piano quinquennale.

Nel frattempo, il governo cinese ha chiesto ai minatori di non risparmiare sforzi per aumentare le forniture di carbone e ha dato loro il permesso di operare a piena capacità anche dopo aver raggiunto le quote annuali previste. Una carenza di combustibile potrebbe tagliare l’uso di energia industriale dal 10 al 15 per cento in novembre e dicembre, il che – secondo Ubs – potrebbe tradursi in un rallentamento del 30 per cento dell’attività nei settori a più alta intensità energetica, come l’acciaio, i prodotti chimici e la produzione di cemento.

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Tutto ciò mostra che la transizione energetica per la Cina è un problema enorme. L’estrazione del carbone rappresenta una delle principali attività economiche nelle province nordorientali, con un gran numero di posti di lavoro in gioco. Inoltre, la produzione di elettricità a basso costo rimane un vantaggio comparato intrinseco per le esportazioni cinesi. L’attuale crisi energetica può solo peggiorare le cose. Il razionamento come modalità di riduzione del consumo energetico, infatti, è la conseguenza della mancanza di un vero e proprio mercato dell’energia: l’elettricità è fortemente sovvenzionata, pertanto i segnali di prezzo non funzionano.

La capacità produttiva cinese sta cominciando a risentire dei vincoli dell’elettricità in un momento di decelerazione dell’economia, sia per fattori ciclici, sia per motivi strutturali. Ciò spiega il divario crescente tra gli impegni enunciati da Xi all’Onu e il comportamento effettivo, che include l’installazione, solo nel 2020, di 38 GW di nuova capacità energetica a carbone in patria, una quantità che equivale all’intera capacità energetica da questa fonte della Germania, per una capacità totale installata di 1.095GW. Eppure, non basterà a produrre l’energia necessaria per far ripartire tutte le linee produttive: molte imprese sono ferme, e quand’anche riaprissero, i costi dell’energia non potrebbero restare ai livelli calmierati del passato. Una delle fonti del grande vantaggio di prezzo della produzione cinese sarà giunta al capolinea.

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  1. Paolo

    La transizione energetica è un problema per Pechino? E per le nostre aziende che fanno produrre in Cina quel che ci vendono, invece no? E per noi che quei prodotti li compriamo, neanche?

  2. Andrea Manzella

    Articolo molto interessante e informativo. Aggiungerei, però, il ruolo che l’UE potrebbe giocare ma non gioca in queste decisioni di Pechino. Visto lo stallo europeo in termini di policy-making, bloccati su settori fondamentali da un sistema decisionale intergovernativo, non riusciamo a coordinare una politica estera nemmeno su temi ‘green’ (seppur avendo emesso i cosiddetti green bond). Insomma, una condizione veramente paradossale, che non vede nessuna istituzione principale condannare apertamente Pechino agendo di conseguenza (di dazi, tariffe, multe o embargo nemmeno l’ombra). La Germania continua ad essere un partner fondamentale per la Cina, idem l’Italia. In Europa siamo dunque bloccati, incapaci di andare avanti, e senza coesione almeno su temi cruciali come il green, non possiamo che aspettare che le decisioni che incideranno sulle sorti dei prossimi decenni vengano prese da altri attori internazionali.

  3. Pazzesco.
    Ma era prevedibile. Sulla transizione ecologica non si può non tenere conto della Cina, o dell’India, o dell’Africa che fanno come gli pare.
    Non si può mettere in ginocchio l’intera economia occidentale solo perchè va di moda il Green.
    Deve essere un passaggio si ma naturale, non imposto dall’alto
    Un passaggio che innanzitutto parta dal singolo, dal suo stile di vita, altrimenti – come ogni altra ideologia – rischiamo di fare danni inimmaginabili senza risolvere il problema, visto che la maggior parte degli abitanti della terra in pratica se ne frega.

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